“Tori e Lokita”: L’asilo negato

Storia belga di migranti adolescenti. I fratelli Jean-Pierre e Luc Dardenne firmano la regia di Tori e Lokita (nelle sale italiane dal 24 novembre), che ci racconta le vicissitudini di due adolescenti: il primo un minore di circa dodici anni e la seconda una ragazza appena più adulta maggiorenne. Tori e Lokita, che si sono conosciuti a bordo di un barcone diretto a Lampedusa, vivono simbioticamente il dramma della solitudine nella loro terra belga d’asilo. Al contrario del maschietto che gode già dello status di rifugiato (nel suo Paese di origine, il Benin, Tori era sospettato di essere un bambino stregone e, pertanto, in pericolo di vita), la ragazza camerunense ha sub judice la sua domanda d’asilo presso il commissario generale per i Rifugiati e gli Apolidi Cgra. Tra i due esiste un patto inviolabile d’amicizia che li ha fatti riconoscere fratelli, prima volontariamente e poi ufficialmente di fronte alle autorità.

Finzione quest’ultima che ha consentito a Lokita di vantare, nella presentazione della sua istanza di asilo politico, il diritto al ricongiungimento con il fratellino. Ma, al di là delle convenienze, il loro rapporto autentico va molto oltre il semplice concetto di fratellanza ordinaria, perché Lokita dimostra una vera dipendenza dalla vicinanza del presunto fratellino al quale tiene più di ogni altra cosa al mondo, pienamente ricambiata dal bambino che, di fatto, sarà la sua vera salvezza nelle situazioni più rischiose. Tori, grazie alla protezione di cui gode, è ospitato in una struttura protetta per minori stranieri non accompagnati (con l’obbligo tassativo di rientrare prima delle ore 22) e frequenta l’ultima classe delle elementari dimostrando un vero talento per il disegno, il cui soggetto preferito è per l’appunto Lokita.

Ovviamente, nei giorni del viaggio della speranza del barcone di migranti verso Lampedusa, Tori e Lokita non sono potuti scendere in dettaglio sulle condizioni di partenza in cui il bambino era ospite in un orfanatrofio del Benin. Cosicché i funzionari del Cgra, che gestiscono l’audizione della ragazza, sono costretti ad annotare sul loro verbale numerose contraddizioni della giovane richiedente e a rinviare la sua intervista, per dare modo a Lokita di colmare le lacune dei numerosi “non ricordo” e delle sue dichiarazioni con riscontro negativo.

Ma, intanto, i due fratelli di sentimento e di vero amore disinteressato agiscono nella società civile come altrettanti Lucignoli di Pinocchio, utilizzati da persone prive di scrupoli per le consegne di piccole quantità di droga ai clienti. E quando Lokita perde la speranza di superare l’esame del Cgra, si trova a dover ricorrere agli stessi trafficanti per avere documenti falsi, che dovrà pagarsi con un lavoro da reclusa, separandosi così drammaticamente da Tori. Ma un bambino intelligente ha in riserva molte idee ed energie per poter ritrovare in circostanze avventurose la sua amica-sorella prigioniera, perché il bisogno di stare insieme, di proteggersi reciprocamente supera tutte le distanze e le possibili barriere.

I fratelli Dardenne esaminano e denunciano con grande lucidità i difetti e le aberrazioni del “sistema”, sia istituzionale che sociale, facendo emergere la perversione collettiva in cui domina l’ossessione per il denaro e l’arricchimento a scapito di più deboli. Fatto quest’ultimo che priva la società civile della sua umanità, tanto che persino le chiese di fede battista diventano dei luoghi in cui dietro le quinte si traffica e si specula sugli esseri umani in stato di bisogno.

Lokita è una di queste vittime per eccellenza. Costretta a guadagnare più denaro che può e alla svelta, per dare modo ai suoi fratelli di affrontare le spese scolastiche nel suo Paese di origine, assillata per di più da una madre che non ce la può fare senza il suo aiuto e da un “passeur”, come lei immigrato ma residente in Belgio. Quest’ultimo, piccolo criminale a sua volta, organizzatore a pagamento dei viaggi della speranza per la migrazione clandestina all’interno dei Paesi europei, pretende da Lokita di avere fino all’ultimo centesimo il denaro pattuito per il passaggio da Lampedusa fino alla frontiera belga. Il film è un’aperta denuncia dell’homo homini lupus, in cui nessuna giovane figura adulta si mostra sensibile al dramma della solitudine e dello sfruttamento dei due giovanissimi migranti che, a loro volta, non denunciano mai i loro sfruttatori.

E, ovviamente, non mancano gli abusi sessuali da parte di chi utilizza Lokita per i propri traffici, in cambio di qualche decina di euro. Molto abili i due registi a sfumare gli episodi più imbarazzanti, lasciando intuire gli elementi concreti dell’abuso, senza nessun compromesso voyerista, come dovrebbe sempre fare un cinema di qualità. Film di raffinata fattura, con un finale drammatico a sorpresa. Nella conferenza stampa alla presenza dei registi, successiva alla presentazione del film, è emersa nelle domande la questione del ricorso sistematico e del tutto improprio alla Convenzione di Ginevra da parte dei migranti economici. Circostanza quest’ultima che obbliga gli Stati di accoglienza a esaminare e processare comunque le domande d’asilo, anche se palesemente infondate.

Un fenomeno migratorio quello dei nostri tempi che costituisce un vero e proprio abuso di una norma “alta”, a carattere politico-umanitario del diritto internazionale. Onde per cui la Convenzione stessa necessiterebbe di una profonda “manutenzione e revisione”, essendo vecchia di settanta anni e concepita all’inizio degli anni cinquanta per la tutela giuridica di situazioni eccezionali, numericamente poco rilevanti. Oggi, pertanto, la Convenzione costituisce uno strumento anacronistico del tutto fuori misura per fare fronte a un fenomeno di massa che ha i caratteri della continuità, ben formato strategicamente da Stati falliti, trafficanti, milizie armate, informazione digitalizzata e viaggi aerei che costano quanto un passaggio in taxi!