Flaiano e “Totò e carolina”, una storia emblematica

Il 20 novembre di cinquant’anni fa moriva a Roma Ennio Flaiano. Un grande scrittore (non solo: è stato tante cose). Lo ricordano in tanti, alcuni egregiamente. Di lui ho avuto occasione di occuparmene in più occasioni, e penso di aver scritto cose non banalissime. Le troverò, nei miei scartafacci; qui, ora, mi preme ricordare un episodio marginale, ma di un certo significato. Flaiano è stato anche uno sceneggiatore di grande qualità, e non solo per Federico Fellini. Suo il soggetto e la sceneggiatura di un film “da ridere”, di Mario Monicelli, con Totò: Totò e Carolina. Storia semplice: durante una retata della polizia a Villa Borghese a Roma, l’agente Antonio Caccavallo, vedovo con figlio e padre a carico, arresta Carolina, ragazza orfana scappata dai parenti cui era stata affidata perché molestata dal padrone di casa.

Carolina è fuggita insieme all’autista di un locale pastificio; l’uomo la mette incinta e l’abbandona. Caccavallo sorprende Carolina nel luogo della retata delle prostitute e per incarico del commissario deve riportare Carolina al paese di origine, dai parenti. Non è così semplice. Totò passa una quantità di guai, la ragazza dai parenti non vuole tornarci, tenta la fuga, il suicidio, rischia di uccidere anche lui. Alla fine, mentendo ai suoi superiori circa il buon esito della missione, Caccavallo si fa carico di Carolina accogliendola a casa sua, dove da tanto tempo mancava una presenza femminile.

Bellissima, umanissima storia, venata da quell’umorismo melanconico che solo Totò sapeva rendere nello schermo. Il fatto è che Totò e Carolina è uno dei film più censurati della storia del cinema italiano. Il film patisce vere e proprie persecuzioni: l’interpretazione di Totò secondo i censori dell’epoca ridicolizza la polizia. Vengono imposti una serie di tagli, modifiche, stravolgimenti: dagli originali 2.600 metri di pellicola si arriva a una versione di soli 2.386, dopo ben tre bocciature da parte della Commissione di censura. Perfino il nome originario dell’agente non andava bene: da Callarone deve diventare Caccavallo, perché così il film diventa più farsa e si evita “qualsivoglia riferimenti a eventuali fatti di cronaca”.

Eliminate scene come quella alla caserma dei carabinieri in cui Totò, redarguito per il suo arresto non autorizzato di Carolina, tenta di convincere il maresciallo a prendere in custodia la ragazza e quella dove discute della sua gravidanza indesiderata. Concluse le riprese nel gennaio 1954, il film passa al montaggio, e nel febbraio presentato alla Commissione di censura per il nulla osta. Bocciato, perché ritenuto “offensivo della morale, del buon costume, della pubblica decenza, nonché del decoro e prestigio delle forze di polizia”.

Monicelli accetta di tagliare la scena dove il parroco del paese tenta di dare in moglie Carolina a un vinaio scapolo tacendogli della gravidanza di lei, e accorcia la scena iniziale della retata a Villa Borghese. Non basta. Monicelli effettua altri tagli, elimina tutti i riferimenti al comunismo presenti nella pellicola (la modifica più celebre è relativa al canto degli operai sul camion che intralcia il passaggio dell’automobile di Totò e Carolina; grazie a un secondo doppiaggio, passa da Bandiera rossa al più moderato Inno dei lavoratori, infine al patriottico Di qua e di là dal Piave. Non basta. Altri tagli, soppressi dialoghi, eliminati i riferimenti al suicidio che “solo i ricchi possono permettersi di attuare” e finalmente, nel marzo 1955, al film viene concesso il visto censura.

Ma anche così censurato, viene imposta una dicitura da far apparire in sovraimpressione: dopo i titoli di testa si legge infatti un’avvertenza, fortemente voluta dall’allora capo del governo Mario Scelba, che fa un “doveroso” distinguo fra l’interpretazione di un semplice attore che interpreta un ruolo di fantasia (quasi ridicolizzando Totò, citandolo personalmente) e le mansioni di chi davvero lavora nella pubblica sicurezza. Il testo della sovraimpressione recita: “Il personaggio interpretato da Totò in questo film appartiene al mondo della pura fantasia. Il fatto stesso che la vicenda sia vissuta da Totò, trasporta il tutto in un mondo e su un piano particolare. Gli eventuali riflessi nella realtà non hanno riferimenti precisi, e sono sempre riscattati da quel clima dell’irreale che non intacca minimamente la riconoscenza e il rispetto che ogni cittadino deve alle forze di polizia”. Ecco, Flaiano lo ricordo per questa storia.