Non dobbiamo ingannarci, il mondo premonoteista, pagano che dir si voglia, era tragico. Ed era tragico perché gli uomini amavano allo spasimo la Vita. E amando la Vita non potevano non orrificarsi della Morte. Che affrontassero la Morte virilmente non significa che non la sentissero come tragedia. Soltanto gli egiziani la sopportarono in quanto non la concepivano. Escludo l’Oriente. Per gli egiziani con la morte l’uomo cambiava mondo. Viveva nel mondo dei morti, un altro mondo specchio materiale del mondo dei vivi. Mondo materiale in quanto l’uomo si nutriva, si vestiva, nell’altro mondo. L’altro mondo era lo specchio del mondo dei vivi, ripeto: era il mondo dei viventi come morti o, meglio, dei morti viventi. Ma nelle civiltà premonoteiste e politeiste vi era una netta scissione tra regno dei vivi e Regno dei Morti.

Nessuna minima glorificazione del morire rispetto al vivere, dell’Aldilà rispetto all’Al di qua, del corpo morto rispetto al corpo vivo, l’uomo era ridotto un’Ombra (tranne che nell’Egitto). I vivi, anzi, cercano affannosamente ed allo stremo di restituire alla vita i morti. Oltre i miti descritti, miti di morte e rinascita, un’opera letteraria dello spregiudicato Euripide, Alcesti, connota perfettamente sia l’amore per la vita sia la convinzione che la morte non ha alcunché di apprezzabile, per i greci, e per gli antichi. Alcesti è la giovane moglie del giovane Admeto, a costui la morte, Tanato, fa visita e lo trarrebbe alla morte, a meno che qualcuno lo sostituisca.

Admeto ricorre al padre ed alla madre, sono vecchi, opportuno che muoiano loro non il giovane Admeto. Né il padre né la madre accettano, la vecchiaia non fa estinguere la voglia di vivere, compito dei genitori è dare vita ai figli non morire per i figli. Si che Admeto è (sembra) destinato alla morte. Ma insorge l’amore coniugale, Alcesti morirà, volontariamente, al posto di Admeto. E questo avviene, con disperazione di Admeto, che tuttavia lascia morire Alcesti. Ospite di Admeto è Eracle (Ercole), il quale ad apprendere il caso, si reca nel regno dei morti e trae a forza Alcesti. Considerate le stravaganze che l’uomo ha concepito per fingersi che la morte non sia morta, il solo pensiero realistico nel suo illusionismo sarebbe riportare tra noi chi non è più tra noi, Alcesti da Admeto, Euridice da Orfeo, Proserpina da Cerere. Diversamente non fantastichiamo che sogni, sogni di Ombre, sogni di Morti Viventi, sogni di Anime Eterne.

Appropriatissimo quanto dichiara l’eroe degli eroi, Achille, quando, visto da Ulisse nel regno dei morti, dove Ulisse si reca per vedere la madre, dichiara che nulla vale essere il primo nel regno dei morti, meglio essere l’ultimo nel regno dei vivi. A quanto pare la morte è dispregiata da tutti e bisogna farneticare che non esista per non esecrarla e schifarsene. Ma se non c’è soluzione alla morte, c’è soluzione alla vita. Vivendo! In un mio testo teatrale, Alcesti, rendo Admeto ed Alcesti, ritrovati nel mondo terreno, con accresciutissima voglia di vivere, appunto perché la vita è breve. Non la morte contro la vita, piuttosto la vita contro la morte. E soprattutto non riconoscerla, non rassegnarsi, non scovare giustificazione. È la nemica!