Calenda lasci stare i liberali

Ho letto la lettera dell’esponente del PD Carlo Calenda al direttore del Corriere della Sera, ma non ne ho colto il significato politico - probabilmente è un mio limite - ma contrariamente a quel che afferma l’ex Ministro - ritengo sia ora che i liberaldemocratici stiano da una parte e i socialdemocratici dalla parte opposta, come funziona appunto nelle più antiche democrazie occidentali.

Di sicuro l’apertura ai liberali da parte di un esponente del PSE (ora S&D) aderente all’Internazionale Socialista a me sembra oggettivamente inadeguata e da respingere al mittente. L’ex collaboratore di Italia Futura di Montezemolo ha inoltre scritto - nell’accorato appello ai liberali pubblicato dal Corriere - che “nessuno mette più in discussione il fatto che le diseguaglianze vadano ridotte anche attraverso l’intervento dello Stato”: un’affermazione assolutamente adeguata per un esponente dell’ex PCI come egli è oggi, ma che è l’opposto di ciò che pensano i liberali. Lo stato deve sicuramente mettere tutti nelle stesse condizioni, ma lo deve fare ai nastri di partenza, saranno poi il merito e la competizione a fare la differenza e a creare quelle “diseguaglianze” che devono esistere ed essere assolutamente rispettate, anzi valorizzate. Lo stato ha il dovere assoluto di assicurare una dignità di vita a chi effettivamente non può collocarsi sul mercato del lavoro e a chi ne ha realmente bisogno, ma poi deve indietreggiare e lasciare liberi tutti gli altri di competere. Così ragiona un liberale.

In Italia il problema è semmai lo statalismo che ha generato il capitalismo di relazione, ed è questo che crea diseguaglianze ingiuste, perché non basate sul legittimo merito e sulle competenze, ma sulla capacità o la fortuna di avere “amicizie importanti” e “far parte del giro” o della “famiglia giusta”, il che è l’esatto opposto del liberismo economico che vogliono i liberali.

Il capitalismo di relazione è infatti il frutto marcio e avvelenato del finto egualitarismo statalista, da sempre imperante in Italia, di cui il PD è un caposaldo, e che ha finito per schiacciare la libera impresa. Ma questo Carlo Calenda nella sua lettera non lo dice perché lui in fondo, a guardar bene il suo curriculum, di quel capitalismo di relazione ne è un autorevole esponente.

Quel che serve oggi in Italia è togliere il cappio dello stato dal collo delle imprese, liberare l’economia reale e smetterla una volta per tutte di mortificare la creatività imprenditoriale degli italiani, di quei milioni di artigiani, commercianti, micro, piccoli e medi imprenditori che vivono di mercato vero e non fanno i “prenditori” alle spalle dello stato o i manager di aziende partecipate, dalle liquidazioni milionarie e che vivono solo grazie ai soldi dei contribuenti. Tutte società parastatali in rosso che un liberale vero farebbe sicuramente fallire.

Eliminare l’85% delle società partecipate dalle regioni, indebitate per circa 100 miliardi, del tutto inutili e sconosciute per cittadini e le imprese, chiudere la gran parte degli enti pubblici dipendenti dalle articolazioni dello stato, ridurre con la mannaia la spesa pubblica improduttiva, senza pietà - il che significa anche consentire alle imprese private di andare sul mercato reale e non vivere di commesse pubbliche, ciò che di fatto estende ulteriormente il perimetro dello stato e la sua capacità di corrompere tutto quel che tocca. Queste sono le cose liberali da fare per poter alleggerire il carico abnorme dello stato, anzi del clientelismo statale, sulle spalle di cittadini e imprese.

Vuole fare questo Calenda e lo vuole fare nel Partito Democratico? Non ne sono affatto convinto e sarebbe comunque impossibile. Per cui quando il neo-eurodeputato dell’Internazionale socialista afferma che “questa forza”, alludendo a quella liberale, “non può e non deve nascere da una rottura con il PD ma da un allargamento del campo in cui il PD opera”, non solo afferma un non senso politico, ma probabilmente non comprende che una forza realmente liberale in Italia non potrà mai essere una corrente dell’ex PCI, cioè un partito che ha puntato sul capitalismo di relazione e sulla famosa “redistribuzione del reddito” sempre a danno di chi il reddito lo produce.

No, caro Calenda, se vuole resti pure nel PD, ma lasci stare i liberali italiani che sono stati già abbondantemente presi in giro, spesso per la loro totale ininfluenza politica, ma ancor più spesso e peggio per aver delegato l’affermazione delle proprie idee al socialista e statalista di turno. Certo che un partito liberale serve, l’Italia ne ha un disperato bisogno, ma ne deve rinascere uno autonomo e coraggioso, con l’ambizione di camminare per conto proprio, del resto formare una fronda dentro un partito socialdemocratico di stampo statalista non può essere un approdo accettabile per un liberale.

(*) Presidente SOS partita IVA