Guerra di religione<br />o scontro di civiltà?

Dopo l’ennesimo attentato di Istanbul le analisi, non sempre originali, si susseguono. Campeggia tra tutti il tormento se gli atti di feroce violenza, perpetrati ai danni di inermi, si debbano inquadrare nell’ambito della non dichiarata “guerra di religione” all’Occidente.

Non sfuggono le implicazioni politiche sulla vendetta di Daesh contro Erdogan, per il tradimento perpetrato nei confronti dei ribelli siriani. Tuttavia, gli eccidi di Istanbul, come del resto quelli di Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, non sono spiegabili senza il ricorso alle ragioni “ideologico-religiose”, più o meno remote, che li ispirano.

Non si tratta di una guerra di religione. È molto, molto di più, di una guerra di religione. Per il fatto che l’Occidente, ormai secolarizzato, più che dominato dall’identità cristiana, s’identifica con un modello di società liberista e liberale dai contorni “totalizzanti”, incompatibile e pericoloso per la stessa sopravvivenza dell’Islam “totalizzato”.

Leone Caetani, duca di Sermoneta, già in un saggio del 1912, La funzione dell’Islam nell’evoluzione della civiltà, scriveva: “Maometto, il Corano, l’Islam, furono una nuova variazione [...] del perpetuo scambio di religioni e di arti, di spedizioni militari e di conquiste morali tra l’Asia e l’Europa, tra i due massimi centri della umana civiltà”. Dopo di lui una sterminata marea di storici, sociologi, antropologi, ha sviscerato l’assunto del conflitto tra i due universalismi. È noto che, per Huntington, il maggiore contrasto non è dato tanto dal conflitto tra religioni, quanto dal conflitto tra civiltà, da cui, fin dalle origini, il movimento islamico ha manifestato la tendenza a volersi emancipare. Ne è conferma, di recente, lo stesso Memorandum del Governo dell’Arabia Saudita del 1970, che, senza mezze frasi, ricorda: “Dapprima l’intervento babilonese, poi quello persiano, poi quello greco con Alessandro Magno e, infine, quello romano. Tutti gli interventi successivi in questa importante regione del globo sono stati effettuati ogni volta per conto di una nuova potenza imperialista e grazie all’indebolimento della popolazione araba”.

C’è un momento in cui i valori della laicità sono penetrati nelle terre dell’Islam, in coincidenza con il periodo del colonialismo. Ma, con l’abbandono delle colonie, la fortuna del laicismo declina e si diffonde, a partire dagli anni Trenta e Cinquanta, l’idea del ritorno all’Islam dei padri fondatori, con la predicazione soprattutto dei Fratelli Musulmani. Del resto, l’affermazione delle idee laiche e razionaliste dell’Occidente aveva fatto correre il rischio oggettivo della decretazione della morte morale dell’Oriente.

Ecco perché rinasce l’Islam radicale, quello delle origini, perché la radicalità è la condizione per la sua visibilità, capace di rivaleggiare con la cultura occidentale. “I musulmani temono e odiano il potere dell’Occidente e la minaccia che esso rappresenta per la loro società e la loro fede. Giudicano la cultura occidentale materialista, corrotta, decadente, immorale. In più la considerano seducente e questo accresce l’urgenza di opporsi al suo influsso” (Samuel Huntington).

Nel mondo globalizzato (dominato dall’economia di mercato, l’individualismo, l’edonismo, la democrazia politica, il consumismo, la società dell’informazione) la riscoperta della religione (del sacro) è la risposta islamica, contro l’idea che il mondo possa diventare una sola casa. Del resto l’Islam impone doveri politici ai credenti. “A differenza del cristianesimo, rende la fede un valore di ordine politico, di fatto, il solo valore che conferisce alla città terrena la sua ragione d’essere” (P.J. Vatikiotis).

Molto diversa è ovviamente la condizione dei musulmani immigrati da lungo tempo, e parzialmente integrati nell’Occidente. Per loro l’Islam è ormai prevalentemente la religione personale: una serie di riti e di comportamenti dettati da regole etiche. Tuttavia, anche la condizione dei musulmani immigrati non può prescindere da sorprendenti costanti, in ragione dell’inseparabile “totalità” della dottrina. È imperdonabile per gli uomini liberi dell’Occidente ignorare, per lo meno sotto il profilo intellettuale, questa verità indiscutibile.