Cronaca del golpe istituzionale di Nicolás Maduro

Sulla crisi venezuelana, nonostante il monito del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che invita a “privilegiare la volontà popolare”, le ambiguità del Governo italiano sono pesanti. Il Premier Giuseppe Conte dichiara di auspicare nuove elezioni presidenziali libere. Il ministro degli Affari Esteri Enzo Moavero, in evidente imbarazzo, tace, mentre il signor Alessandro Di Battista detta la linea del Movimento 5 Stelle, proponendo la neutralità e la mediazione tra le parti in causa. Morale: l’Italia non ha una posizione sul Venezuela ed è rimasta sola, tra le democrazie europee.

I resoconti dei partiti si limitano a sviluppare analisi di natura politica, dando l’impressione di ignorare le contraddizioni istituzionali e costituzionali innescate da Nicolás Maduro, dopo la sconfitta subìta nelle elezioni parlamentari del 2015. Si preferisce evocare gli interessi che le multinazionali petrolifere hanno sul destino delle riserve venezuelane. Si mettono in risalto le “manovre” degli Stati Uniti volte a sferrare l’ultima spallata al chavismo. Ma si ignorano completamente i resoconti sulla moltitudine degli strappi autoritari che hanno caratterizzato la vita istituzionale del Venezuela negli ultimi anni.

La nebbia ideologica nasconde la stessa oggettività dei fatti. Il Partito della Rifondazione comunista-Sinistra europea ad esempio ha commentato l’esito della formazione dell’Assemblea Costituente del 30 luglio 2017 come “un risultato straordinario di partecipazione al voto”, senza dar conto degli stratagemmi escogitati per affossare il referendum popolare revocatorio contro il presidente Maduro, senza ricordare i maldestri interventi del Tribunale Supremo per esautorare il Parlamento. Già Chávez nel proporre la Costituzione del 1999, dopo due falliti tentativi di colpo di Stato, aveva violato le procedure di revisione ordinarie.

Impossessandosi della figura di Bolivar, era riuscito a identificarsi con la Patria, incasellando tutti i suoi oppositori tra i traditori della Patria. Dopo il 2002 la politica economica di Chávez ha subìto un’accelerazione straordinaria nel controllo dell’economia, con la statalizzazione delle principali imprese del settore energetico, del turismo, le telecomunicazioni, servizi finanziari, industria alimentare, siderurgia, sia al fine di finanziare ambiziosi programmi sociali, sia per caratterizzare un modello economico socialista, identitario per l’intera America Latina.

Dopo la morte di Chávez nel 2013, il successore Maduro non è stato in grado però di continuare la rivoluzione bolivariana e, per fronteggiare la crisi ha fatto ampio uso del potere di dichiarare estados de excepción (stati di crisi di ordine economico, sociale e politico, interno e internazionale), con la sospensione di tutte le libertà fondamentali. Con le elezioni del 2015 per il rinnovo dell’Assemblea Nazionale, l’esito ha sanzionato la vittoria di una coalizione dei partiti di opposizione, ostili al presidente Nicolás Maduro. La coalizione ha ottenuto 109 seggi e una percentuale di consensi pari al 56,2 per cento. Il Psuv di Maduro ne ha avuti 55, con cinque milioni e mezzo di voti e una percentuale di consenso del 40,9 per cento. Dopo questo esito il sistema è andato in crisi. Dal mese di gennaio 2016 l’estado de excepción è stato dichiarato con decreto presidenziale per sette volte, ogni volta con restrizioni più pesanti delle libertà fondamentali, attraverso l’invio diretto al Tribunale Supremo per la verifica di costituzionalità, senza la prescritta approvazione parlamentare. Su questi presupposti, lo scontro interistituzionale è esploso in tutta la sua elevata conflittualità.

Crisi politica e crisi economica sono strettamente legati. La forte riduzione degli introiti pubblici, causata dalla diminuzione internazionale del prezzo del petrolio, unitamente alla caduta della produttività e all’inadeguatezza delle scelte finanziarie, ha determinato un fenomeno inflattivo senza precedenti. La povertà è diventata totale, eccezion fatta per le élites commerciali. Il popolo, tutto, vive nella più assoluta miseria. I Comitati di approvvigionamento e produzione (Clap) riconoscono, non a tutti, il privilegio di ricevere la cosiddetta “borsa Clap”: una razione settimanale di alcuni generi di prima necessità, a prezzo controllato (due chili di farina, due di riso, una porzione di olio. Qualche volta nella borsa ci sono sardine, una pasta dentale, lo shampoo).

Nell’autunno del 2016, l’alleanza dei partiti di opposizione ha raccolto più di 1,8 milioni di firme per l’avvio della richiesta referendaria di revoca del presidente, secondo le regole costituzionali. Tuttavia, il governo ha trovato il modo di bloccarla, con la complicità del Consejo Nacional Electoral (Cne), investito della questione al posto del Tsj (Tribunale Supremo). Per la verità il Cne aveva assunto il provvedimento positivo di autorizzazione all’avvio della procedura, ma il Presidente arbitrariamente si era autoattribuito il potere di sospenderlo.

Successivamente, il presidente ha emanato un provvedimento con cui ha decretato l’annullamento di ogni tipo di elezioni, fino al termine del suo mandato presidenziale, sul presupposto che le questioni capitali del Paese non erano tanto di carattere elettorale quanto di natura economica e l’urgenza primaria richiedeva di affrontare innanzitutto quei problemi. Il golpe istituzionale era completo.

Il 28 e 29 marzo 2017 il Tribunal Supremo de Justicia - Sala Constitucional, di elezione parlamentare, dominato dai membri eletti antecedentemente al 2015, ha deciso sorprendentemente di attrarre su di sé le competenze del Poder Legislativo, a causa della persistenza del dichiarato stato di “desacato” (“insubordinazione”). Il 1° maggio 2017 Maduro ha firmato il decreto di convocazione di una Assemblea Costituente “per consolidare” - proclamava - la Costituzione del 1999. In realtà, si è avvalso, contraddittoriamente, della Costituzione per conseguire l’azzeramento della maggioranza parlamentare a lui ostile. Infatti, tramite un proprio decreto ha emarginato il ruolo del Parlamento ed ha dettato le regole elettorali, con cui sono state discriminate tutte le fasce elettorali a lui ostili. Un esempio per tutti: su una popolazione federale di 32 milioni di abitanti, Caracas che vanta una popolazione di 4 milioni di abitanti, avrebbe potuto eleggere soltanto sette membri all’Assemblea Costituente.

L’opposizione, denunciando il golpe costituzionale, ha deciso di non presentare propri candidati alla consultazione, organizzando una propria contro consultazione. Ma, in questo modo, pensando di arrivare agli esiti già sperimentati in Argentina con Fernando de la Rúa, e in Perù con Alberto Fujimori, dove la pressione popolare aveva indotto i presidenti a lasciare il potere, ha spianato la strada a Maduro che, nelle elezioni del 30 luglio 2017 ha potuto conseguire il dominio dell’Assemblea Costituente. Il 20 maggio 2018 l’anticipazione delle elezioni presidenziali, precluse alla partecipazione dei partiti politici d’opposizione, ha ultimato il golpe. Maduro si è insediato per il secondo mandato il 10 gennaio 2019, ma la sua nomina è stata contestata dall’Assemblea Nazionale e dal suo presidente Juan Guaidó, oltre che dall’Onu, l’Unione europea, l’Organizzazione degli Stati americani. La sua elezione è stata riconosciuta invece da Cina, Cuba, Iran, Corea del Nord, Russia, Siria, Turchia. Le relazioni internazionali del Venezuela si erano già inequivocabilmente compromesse a seguito della denuncia della Convenzione americana dei diritti umani, notificata il 10 settembre 2012 da parte del Venezuela al segretario generale dell’Organizzazione. Con questa denuncia il Venezuela si era di fatto sottratto al controllo degli organi di vigilanza sul rispetto dei diritti umani, ai giudizi della Corte e della Commissione interamericana dei diritti umani.

Con tutte queste premesse la posizione di neutralità assunta dall’Italia non è in alcun modo giustificabile.