A due passi dal burrone

Come ampiamente riportato dalla stampa nazionale, in quel di Milano il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco ha lanciato un perentorio avvertimento al governo del cambiamento: “C’è tanto da fare per il Paese ma non si può tacere che ci sono dei vincoli che dobbiamo tenere presenti, come l’equilibrio dei conti pubblici”, pertanto la questione è quella di “non fare il passo più lungo della gamba ma di farlo più misurato per evitare di cadere nel burrone”.

Burrone che per i titoli del nostro debito sovrano si trova in questo momento storico a due soli gradini dall’inferno del cosiddetto non investment grade, in cui i medesimi titoli verrebbero considerati spazzatura dalle principali agenzie di rating, con tutte le drammatiche conseguenze del caso.

D’altro canto, come ho già avuto modo di scrivere su queste pagine, non ci vuole un genio della finanza per comprendere l’estrema criticità di una situazione che, contrariamente alla lunga crisi esogena innescata dall’esplosione della bolla immobiliare statunitense, appare tutta interna al Bel paese, così come ci hanno spiegato con dovizia di particolari gli autori dell’ultima puntata de “I conti della belva”, interessante programma radiofonico di approfondimento economico in onda tutti i sabati mattina su Radio24. E al pari di Oscar Giannino, Mario Seminerio, Carlo Alberto Carnevale Maffè e Carlo Cifarelli, i quali con sfumature diverse hanno manifestato una medesima inquietudine in merito al futuro prossimo dell’Italia, nutro da tempo un ragionevole pessimismo in merito alle sorti magnifiche e progressive dell’Italia.

Al di là di qualunque considerazione specifica, soprattutto all’interno della irriducibile riserva indiana di chi si ostina a valutare le cose dal lato dei numeri, si avverte sempre più forte la sensazione che con l’avvento dei populisti al potere la endemica inclinazione della nostra politica a procedere sempre nella direzione opposta rispetto a quella necessaria (inclinazione tenuta in qualche modo a freno dal vincolo esterno della Moneta unica) abbia rotto qualunque freno inibitore, dichiarando una vera e propria guerra frontale alla realtà e, conseguentemente, al mondo circostante.

Una realtà piuttosto complicata per noi, perennemente afflitti da grandi e gravi nodi sistemici mai risolti, e che per questo imporrebbe un percorso lontano mille miglia da ciò che si trova scritto nell’inverosimile contratto di governo stipulato da Lega e Movimento 5 Stelle. Un contratto che sancisce gli orientamenti economico-finanziari sui quali si fonda il consenso di queste due forze politiche: dosi massicce di spesa pubblica e di tagli delle tasse in deficit, con l’idea folle di aumentare il benessere collettivo aumentando a dismisura l’indebitamento pubblico; e il tutto sostenuto dalla altrettanto folle minaccia di uscire dall’Euro avanzata nei riguardi dell’Unione europea, nel caso quest’ultima “osasse” mettersi di traverso.

Da questo punto di vista, l’aver mantenuto nel medesimo contratto i famigerati mini-bot, i quali rappresentano una sorta di surrettizia porta girevole per tornare alla sovranità monetaria di Pulcinella, sembrerebbe dimostrare l’assunto. Nel frattempo però, a mettersi di traverso ci hanno già pensato i medesimi mercati, che come giustamente ricorda il succitato Seminerio altri non sono che investitori e risparmiatori, i quali hanno cominciato a reagire nei riguardi di un accresciuto rischio Paese, portando lo spread a livelli assai preoccupanti.

Ma non è finita. Pessimismo cosmico a parte, per come stanno rapidamente evolvendo le cose, proprio sul fronte finanziario si preannuncia un’estate arroventata per l’Italia. Il rischio di una caduta verticale della fiducia in merito alla solvibilità del nostro colossale debito sovrano sembra assai elevato, in modo particolare se grillini e leghisti insisteranno nei loro insensati tentativi di realizzare in deficit anche solo una parte di ciò che mai avrebbero dovuto promettere ai loro elettori. Sarebbe invece necessario, onde rasserenare i sempre più determinanti mercati, un repentino cambio di passo, accantonando in modo chiaro e definitivo l’insensato contratto giallo-verde.

Meglio dire ora un bel “ci siamo sbagliati, non ci sono i soldi”, piuttosto che farsi idealmente rincorrere dalla propria inferocita base di consenso domani, dopo aver realmente condotto il Paese nel burrone di una crisi senza ritorno.