La ricetta della crescita del presidente Consob: più debito

Qualsiasi investitore estero con un minimo di cervello non investirebbe in un Paese con un debito pubblico in aumento in quanto tale debito diventerebbe un onere crescente e intollerabile per la società aumentando il carico fiscale e drenando sempre più risorse dal settore produttivo a quello pubblico-parassitario, fino a causare l’inevitabile crisi economica. Come, appunto, sta accadendo nel nostro Paese. Ma per il presidente della Consob, Paolo Savona, tutto ciò è un pregiudizio. Infatti nella sua relazione annuale tenutasi a Milano il 14 giugno, fa una accorata difesa del debito pubblico che, secondo lui, non sarebbe un vincolo alla crescita tant’è che respinge “i giudizi espressi da istituzioni sovranazionali come pregiudizi, perché resi su basi parametriche finanziarie convenzionali che non tengono conto dei due pilastri che reggono la nostra economia e società: la forza competitiva delle nostre imprese sul mercato globale e il nostro buon livello di risparmio”.

Ora, in un momento in cui tutto il mondo finanziario è a conoscenza del fatto che il governo italiano è a corto di cinquanta miliardi di euro per pagare debiti al settore industriale e per rimediarvi propone di istituire una moneta parallela, affermare che sarebbero i mercati ad avere pregiudizi è umoristico. Trovarsi senza euro e non pagare i debiti, per il professor Savona, non sarebbe una base parametrica finanziaria su cui fondare giudizi sull’economia di un paese. No, secondo il presidente di Consob bisognerebbe invece tener conto della forza competitiva delle nostre imprese sul mercato globale.

Ma, il professore sembra ignorare che la performance economica dell’Italia negli ultimi tre decenni ha subito una costante decadenza come conseguenza del fatto che la vera economia italiana, quella fatta di imprenditoria minuta, alias pmi, considerata dai politici un retrobottega ma che tenacemente e silenziosamente, senza l’appoggio di salotti, politici e lobbismo, ha creato il made in Italy, è stata decimata proprio dalla devastazione di una spesa in deficit necessaria a finanziare gli orrori di quella “politica industriale” di cui il professor Savona era ed è rimasto convinto assertore. Purtroppo il trend futuro conferma la decadenza, cosa che i mercati sanno bene, anche perché al calo della produttività si è aggiunto quello demografico. Si è chiesto Savona come mai lo standard di vita italiano è più basso di quello di vent’anni fa?

Ma, afferma il professore, “se la fiducia nel Paese è solida e la base di risparmio sufficiente, livelli di indebitamento nell’ordine del 200 per cento rispetto al Pil non contrastano con gli obiettivi economici e sociali perseguiti dalla politica” e il Giappone lo dimostrerebbe”. Per quanto riguarda “fiducia” e “base di risparmio” solo una breve precisazione. Al professor Savona deve essere chiaro che il risparmio, ossia il capitale privato, non esiste per garantire il debito pubblico e quindi essere predato alla bisogna, altrimenti la fiducia evapora. Il risparmio non è una torta appartenente a un paese in astratto che il governo è libero di ghermire e spartire, ma è creato e quindi appartiene solo ed esclusivamente a individui in carne e ossa o per essere investito o assicurare loro, in caso di emergenza, una rete di sicurezza, che un paese affogato nel debito non è in grado di garantire.

L’ormai monotono riferimento al gigantesco debito del Giappone per giustificare ancora più debito in Italia, va poi categoricamente respinto. Innanzi tutto, il mercato finanziario ha da tempo coniato il termine japanification proprio per designare economie in stagnazione permanente da cui non si esce con nessun stimolo proprio a causa dell’enorme spesa in deficit che spiazza quella in investimenti industriali, come avvenuto in Giappone, diventato un caso di scuola. Ma con il debito italiano ci sono alcune differenze non da poco. Innanzi tutto il debito pubblico giapponese, il cui prezzo non è determinato dal mercato perché posseduto dai residenti, ha tassi di interesse molto bassi che pesano poco sul Pil. Inoltre è andato a finanziare opere infrastrutturali che da noi sarebbero da fantascienza, per cui la popolazione giapponese ha almeno investito i risparmi in opere tangibili e di valore mentre i soldi che si prestano all’Italia vanno a finire in un buco nero. Pertanto la japanification dell’Italia sarà molto peggiore di quella del Giappone.

Non si deve dimenticare, inoltre, che il settore privato giapponese acquista i titoli del debito pubblico perché si è sviluppata nell’istinto della popolazione una fiducia verso governo che non esiste in Occidente (a parte forse la Germania). È la tradizione che vede l’Imperatore come il “Figlio del Cielo” nominato da Dio e con cui non si discute. Pertanto l’istinto di “credito” verso lo stato che peraltro con le nuove generazioni sta iniziando a declinare, ha creato una cultura che si riflette nella disciplina e efficienza collettiva e nella competitività delle istituzioni. Se nel paese del Sol levante fosse crollato un ponte tipo il Morandi di Genova, sarebbe già in via di ultimazione. Il paragone tra i due paesi è davvero improponibile. Del resto nel mercato si parla di crisi del debito italiano nella traballante zona euro e non di quello giapponese la cui tenuta dipende, anche e ancora, dal fatto che lo yen è, per tradizione, una delle principali fonti di finanziamento per acquisti di asset e investimenti negli Stati Uniti e in Europa e quando i mercati di questi due paesi vanno in panico, il valore dello yen sale facendo salire anche il debito in esso denominato.

Nel seguito Savona però giudiziosamente ammette l’esistenza un limite all’indebitamento, affermando: “come insegna un elementare criterio di razionalità economica, per garantirne la sostenibilità il suo saggio di incremento (del debito) deve restare mediamente al di sotto del saggio di crescita del Pil”. Ma il professore non si accorge che il debito italiano è insostenibile proprio perché cresce più velocemente del Pil e perché la spesa per interessi ne rappresenta il 4 per cento, il doppio della media dei paesi Ocse. Per ribattere punto per punto a tutte le obiezioni del disastroso pensiero economico di Paolo Savona, bisognerebbe far un articolo lungo quanto la versione integrale della sua prolusione. Terminiamo qui valutando la sua proposta di creazione di un titolo europeo privo di rischio (European safe asset) di cui però non chiarisce la tipologia. Ora a parte il fatto che come madre natura economica di recente ci ha ricordato, non esistono titoli privi di rischio, Savona forse si riferisce a qualcosa simile agli eurobond cioè a titoli che rappresentino un mix di debito italiano, tedesco, francese, greco ecc. Quale lo scopo? Collettivizzare il debito per farne ancora di più, eliminando gli incentivi alle riforme e al taglio della spesa pubblica essendo tutto questo, per il professor Savona, la ricetta della crescita.