Arbitri sotto processo: il Var non basta

Nel calcio moderno c’è una costante che resiste al passare delle stagioni, dei regolamenti e delle innovazioni tecnologiche: il giudizio negativo sugli arbitri. In Serie A, come negli altri principali campionati europei, il fischietto resta il principale imputato di ogni weekend calcistico. L’introduzione del Var avrebbe dovuto segnare un prima e un dopo, riducendo drasticamente gli errori e restituendo serenità al dibattito. A distanza di anni, però, la sensazione diffusa è opposta: le polemiche non sono diminuite, si sono semplicemente trasformate. Il Var non ha eliminato l’errore umano, lo ha spostato. Dalla velocità del campo si è passati alla lente d’ingrandimento della sala di controllo, ma il problema resta l’interpretazione. Contatti dubbi, tocchi di mano difficili da decifrare, contrasti al limite tra fallo e normale dinamica di gioco: ogni episodio continua a dividere. E spesso, paradossalmente, più immagini sono disponibili, meno la decisione appare chiara.

Il nodo centrale è il concetto di “chiaro ed evidente errore”, principio cardine dell’intervento Var ma anche fonte inesauribile di ambiguità. Cosa è davvero evidente? Quanto deve essere grave un errore per giustificare una revisione? Domande che trovano risposte diverse a seconda dell’arbitro, della competizione, e talvolta persino della stessa giornata. Episodi simili vengono giudicati in modo opposto, alimentando la sensazione di un sistema privo di uniformità. In Serie A questo clima è diventato quasi strutturale. Ogni turno di campionato lascia dietro di sé una scia di recriminazioni. Nel post-partita, le analisi tecniche spesso passano in secondo piano, sostituite da proteste più o meno velate. Allenatori che parlano di “decisioni inspiegabili”, società che chiedono rispetto, dirigenti che invocano arbitri non all’altezza del livello del campionato. Il tutto in un crescendo di tensione che finisce per delegittimare l’intera classe arbitrale.

Ma sarebbe un errore limitare il problema ai confini italiani. In Premier League il Var è accusato di intervenire troppo e male, in Liga di essere incoerente, in Bundesliga di spezzare il ritmo delle partite, in Ligue 1 di lasciare troppa discrezionalità. Il denominatore comune è la sfiducia: tifosi e addetti ai lavori faticano ad accettare decisioni che, pur supportate dalla tecnologia, restano opinabili. Il calcio vive di emozioni e istanti, ma il Var ha introdotto una dimensione quasi giudiziaria, fatta di pause, revisioni e verdetti che arrivano dopo interminabili attese. E quando la sentenza non convince, la frustrazione è ancora maggiore. Perché se anche la tecnologia non riesce a dare certezze, allora il dubbio diventa strutturale.

Forse il vero problema non è l’arbitro, né il Var, ma un regolamento sempre più complesso e interpretabile. Le zone grigie si moltiplicano, e in quelle zone il giudizio umano resta decisivo. Finché le regole non saranno più chiare e applicate in modo realmente uniforme, ogni partita continuerà a produrre il suo carico di polemiche. Nel frattempo, il calcio va avanti così: con gli arbitri sotto accusa permanente, con il Var visto più come un aggravante che come una soluzione, e con la sensazione che l’errore, anche nell’era dell’alta definizione, resti parte integrante del gioco. Un’eredità scomoda, che nessuna tecnologia è ancora riuscita a cancellare.

Aggiornato il 10 febbraio 2026 alle ore 11:10