Le polemiche non si fermano. Mai come quest’anno, vado a memoria, la classe arbitrale italiana è stata presa di mira da tifosi, giocatori, allenatori, presidenti e giornalisti. Nel suo ultimo anno di mandato, il designatore arbitrale dell’Associazione italiana arbitri (Aia) Gianluca Rocchi si è perfino dato al velato vittimismo (“se pensate che siamo in malafede ci dimettiamo subito”) per provare a far scudo intorno ai suoi ufficiali di gara. Se davvero si vuole parlare di dimissioni, non possono essere legate all’umore del pubblico o alle accuse di complotto. Devono essere legate a qualcosa di molto più serio: la preparazione tecnica, la lucidità decisionale, la gestione del Var. Perché oggi il problema non è se gli arbitri siano in buona o cattiva fede. Il problema è che troppo spesso sbagliano, e sbagliano su aspetti che non dovrebbero più essere in discussione.
Nella giornata di ieri, l’ultima del girone di andata, è successo qualcosa di clamoroso in Parma-Inter. Viene fischiato un fuorigioco inesistente a un giocatore del Parma partito oltre la linea dei difensori nerazzurri. Fin qui sembrerebbe un errore di valutazione. Ma c’è un dettaglio enorme: l’azione avviene prima della linea di centrocampo. E da regolamento, in quella zona il fuorigioco non è applicabile. Qui non si parla di interpretazione, ma di una regola vecchia come il gioco del pallone. Poi, la tanto tirate in ballo “valutazioni di campo” sono tutto fuorché omogenee. A volte la carica al portiere viene punita, a volte no, a volte dei contatti e delle trattenute in area non vengono considerate, altre volte dei contatti minimi diventano rigori (vedi Lazio-Fiorentina di ieri sera, con Mario Gila che fa di tutto per evitare di toccare Albert Guðmundsson, e gli sfiora il piede con la gamba di richiamo).
E quando invece l’arbitro di campo non può prendere una decisione netta, allora viene richiamato dal Var. E spesso le decisioni degli ufficiali di gara da remoto vengono prese con super moviola e lenti d’ingrandimento varie, senza calcolare la dinamica del gioco a velocità reale. E quando le scelte arbitrali vengono discusse, si tira in ballo il “regolamento” dell’Aia. Il regolamento che gli addetti ai lavori prendono in considerazione è datato 1 luglio 2025. Anzi, c’è una circolare che modifica il testo di quest’anno, del 17 luglio scorso. Quindi 16 giorni dopo, già sono arrivate le prime modifiche. Insomma, dopo una breve ricerca si può notare che i regolamenti degli arbitri, queste linee guida che dovrebbero decidere le sorti delle partite di calcio – o perlomeno dei loro momenti chiave – escono almeno a cadenza annuale, seguendo più o meno questo paradigma: le decisioni controverse del 2024 vengono normalizzate nel 2025, e così via. Così è facile creare confusione in chi gioca e in chi commenta.
In fin dei conti, forse sarebbe meglio attenersi alle regole del giuoco del calcio, che sono veramente poche e incontrovertibili, e puntare sulla preparazione dell’arbitro di campo, lasciando autonomia al primo ufficiale di gara e senza intervenire sempre da remoto. Il calcio italiano ha bisogno di arbitri più competenti, di formazione reale, di responsabilità. Perché quando gli errori diventano sistemici, non sono più episodi. Sono un segnale.
Aggiornato il 08 gennaio 2026 alle ore 16:35
