Oltre 30 anni fa, parlare di libertà di stampa, e dunque di informazione in chiave liberale sembrava quasi un atto sovversivo. Alla Scuola di Liberalismo, i vari docenti, tra cui ricordiamo senz’altro Salvatore Carrubba e Franco Chiarenza, offrivano le loro migliori parole sul tema, sostenendo, in fondo una tesi comune: che la vera libertà – liberale – di stampa nel nostro Paese, come in molti altri è molto difficile da conquistare e mantenere.
Vuoi per l’influenza degli editori e degli azionisti, della politica, dei gruppi di pressione. Aggiungiamo senza pericolo di smentita, degli inserzionisti, e anche, ci sia permesso di rammentarlo, dei costi per le produzioni (per alcuni versi più importanti una volta in cui i quotidiani e i periodici venivano stampati e poi diffusi “fisicamente” sul territorio, sia per le altre forme di produzione che rendevano più “romantico” il sistema di produzione delle notizie, dei reportage, delle inchieste, ma erano decisamente più dispendiose e difficili da realizzare.
Insomma, scordiamoci i Barzini, i Terzani, i Montanelli, le Fallaci o i Buzzati, per fare qualche esempio nostrano, e accontentiamoci delle tante notizie che invece oggi anche un banale telefonino da 50$ può testimoniare in/da qualsiasi parte del mondo).
E così, ogni notizia che riguarda la libertà di informazione, oggi potrebbe apparire pleonastica, mentre è ancora uno di quei baluardi di civiltà che andrebbe tutelata coma la libertà economica, ma in società poco avvezze all’amore per la libertà ed invece sempre più sotto scacco di sistemi istituzionali che degli individui si curano molto poco, prediligendo le masse che li consacrano al potere che esercitano come meglio preferiscono, tutto passa in secondo piano.
Facciamo un esempio concreto che ha caratterizzato le cronache di questa ultima settimana di ottobre. Si sta leggendo della richiesta di avvio di una due diligence per avanzare un’OPA su un quotidiano nazionale, da parte di un player del settore abbastanza “giovane” rispetto ad alcuni concorrenti ma a quanto pare abbastanza determinato. La proprietà, sebbene il quotidiano pare non navighi nell’oro come forse non lo fa nessun altro nel Paese, soprattutto al netto dei contributi pubblici all’editoria, avrebbe già risposto di no, e anche per statuto parrebbe che l’OPA non sia esercitabile, tuttavia il dado è tratto, e comunque vada a finire ha posto una questione di merito che difficilmente andrà nel dimenticatoio collettivo come se nulla fosse, in quanto la domanda di fondo sul perché quell’imprenditore voglia comprare proprio quel quotidiano, forse nasce dalle cronache di quel quotidiano su di lui, e finisce nel considerare come ci stia quel quotidiano nel portafoglio di partecipazioni in altri quotidiani acquistati di recente.
È ben noto (o tale dovrebbe essere) che la figura dell’editore puro è una sorta di araba fenice nel panorama del settore dell’informazione e della produzione di contenuti ad essa afferenti. Così come è finita l’immagine del quotidiano cartaceo sfogliato durante la colazione, fresco di stampa ed odoroso di piombo e rotative che avevano girato alacremente tutta la notte. Oggi appena svegli se vogliamo con un lieve tocco su uno schermo di un device a nostra portata possiamo leggere tutte le notizie che vogliamo da ogni parte del mondo.
A questo punto il controllo dei media diventa importante, anche se controllare i media, paradossalmente, oggi è molto più complicato di un tempo, e anche se si controllano, ad esempio alcune testate, ci sarà sempre qualcun altro che potrà scrivere o dire un’altra verità, che non potremo controllare o comprare, perché, di nuovo paradossalmente, nel sistema infrastrutturale a disposizione di chiunque, oggi, ognuno è un potenziale cronista, un potenziale opinionista, un potenziale reporter.
Chi lo ha detto che un articolo pubblicato sul Corriere della Sera o La Stampa o Repubblica vale di più di quello pubblicato su un blog, o diffuso tramite IG o FB? Ciò è tanto vero che anche il Corriere, La Stampa e Repubblica, per fare qualche esempio, ma soprattutto tanti giornalisti professionisti e non che scrivono sui quotidiani o altri testate giornalistiche usano i social per diffondere le loro idee, andando quindi ben al di là delle testate che li pagano.
Se i social non fossero importanti, non ci starebbero e non li utilizzerebbero. E così il mondo della produzione delle informazioni e delle opinioni, si muove con logiche nuove, economiche, imprenditoriali, di potere, in cui la libertà di stampa funge, o dovrebbe fungere, quanto meno come lubrificante del complesso meccanismo in cui si articola l’informazione (nel paese e oltre confine), ma la sensazione è che il livello dell’olio, sia sempre più tendente verso il minimo, e con un alto tasso di degrado.
Facciamo un secondo esempio. In questa settimana, è stato approvato in via definitiva, il disegno di legge a prima firma del liberale Enrico Costa, che introduce l’obbligo per i mezzi di informazione di dare pubblicità alle sentenze di assoluzione, proscioglimento, non luogo a procedere o archiviazione. In particolare, e qui sta il dato rilevante per la libertà individuale, chiunque abbia pubblicato notizie su un procedimento penale è tenuto a dare notizia del provvedimento o dei provvedimenti favorevoli all’imputato, con rilievo adeguato allo spazio riservato in precedenza alla notizia dell’accusa, e senza oneri economici per l’interessato. La procedura per garantire questo diritto è demandata al Garante della privacy che può imporre entro 5 giorni dalla segnalazione di mancata pubblicazione, tale obbligo alla testata giornalistica inadempiente. Boom!
Immaginate uno dei tanti arresti, una delle tante indagini clamorose finite dopo tanto tempo nel nulla, sbattute in prima, seconda, terza e quarta pagina (insomma mezzo giornale dedicato a ciò) che avrebbe dovuto ricevere la dedica della prima, della seconda, della terza e pure della quarta pagina anche per la pubblicazione della notizia a favore dell’imputato, quando di solito a tali notizie vengono dedicate 3 righe, magari in prossimità dei necrologi?
Ovviamente chi con tale sistema di impaginazione o di confezione dei tele e radio giornali ci ha costruito carriere e fatturati già solleva barricate per l’intento liberticida nei riguardi del diritto di stampa, di informazione e di libertà di scrivere quello che si vuole, come se tale libertà fosse più importante della libertà dei cittadini, colpevoli solo dopo emanazione di sentenza passata in giudicato, di non essere distrutti sulla pubblica gogna mediatica che tanto piace e fa vendere.
No signori e signore, la libertà dei giornalisti di scrivere quello che vogliono, come vogliono, ha quale suo limite naturale la libertà da quel vezzo che va riconosciuto a ogni cittadino, innocente fino a prova contraria (e non colpevole presunto fino a discolpa provata e conclamata, come qualche ex addetto del mestiere ha sostenuto per decenni, fatto salvo incappare egli stesso nelle maglie della giustizia, che ha fortemente contribuito a costruire in un certo modo).
Grazie, dunque, a chi ha contribuito a far concludere un iter parlamentare e legislativo ad una legge che forse non mitigherà il caro bollette e la mancanza di alloggi, ma eviterà un po’ della vituperazione mediatica tanto in voga da qualche decennio a questa parte e finora quasi priva di argine, e anche di dover spendere soldi per far rispettare le sentenze, quelle a favore dell’imputato, tutte cose che sino ad oggi sono purtroppo accadute di sovente.
La libertà dalla gogna mediatica di cui è titolare ogni cittadino, è stata riconosciuta ed allargata. Un’OPA importante, sulla libertà individuale, una causa liberale che ha raggiunto il risultato. Non male di questi tempi.
Aggiornato il 30 ottobre 2026 alle ore 12:10
