Ue, Palantir e lavoro libero
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Da anni si discute circa il ruolo (e l’influenza) sulle scelte politiche da parte di “Palantir Technologies”: superconsulente, fornitore monopolista tecnologico per Unione Europea e Stati membri. Da Palantir dipenderanno sempre più il mercato del lavoro, la sovranità digitale, il controllo delle attività (della vita) di ogni singolo cittadino, quasi a definirne contorni e motivi di future esclusioni sociali.

Palantir non è una classica società di consulenza strategica, è il controllore che impone scelte e costruisce steccati: soprattutto ricorda all’Ue il calendario, le scadenze per la sostituzione del lavoro umano con i robot. Palantir ha le chiavi di gestione dei nostri dati e ci controlla tramite l’intelligenza artificiale, ormai è nelle istituzioni europee, come BlackRock in imprese e banche e BlackStone in case, terreni, centri abitati, uffici pubblici.

La maggior parte degli eurodeputati ignora cosa abbia in serbo la Commissione Ue, ma qualcuno tra loro legge e s’informa. Obiettivo delle politiche Ue? Stare nei parametri dettati dai mercati, dai poteri finanziari e tecnologici. La riduzione drastica del lavoro umano in favore dei robot è tra i primi obiettivi, per raggiungerlo i funzionari studiano e comparano i vari strumenti di controllo: soprattutto quelli usati in Cina, in Australia, in tutto il Sud-est asiatico.

La domanda delle domande è come faranno a convincere la gente a rinunciare al lavoro. Per gli addetti il sistema userà il bastone e la carota. Il lavoro è nella cultura italiana, è nella nostra lingua: quella della Firenze di Dante, dove le corporazioni duecentesche ponevano le basi della libertà di lavorare.

Il primo gennaio 1948 entrava in vigore la Costituzione italiana, che al suo articolo 1 recita “L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”. Proprio in quell’inizio del 1948 usciva nei cinema Ladri di biciclette: di quel film, indelebile nella nostra memoria, soprattutto il litigio tra chi avesse più diritto a lavorare, quasi a ricordarci che per la nostra Costituzione è un diritto di tutti gli italiani, senza distinzione di classe e censo. La più bella Costituzione (almeno sulla carta) eppure snaturata dalle tante modifiche, anche a seguito di aggiustamenti ispirati da norme e regolamenti Ue. E quante volte abbiamo sentito dire “dobbiamo adeguare la Carta al mondo di oggi... al mercato”.

 

LAVORO PER POCHI ELETTI

In Italia siamo abituati a considerare il “permesso di lavoro” come un breve periodo di assenza dal servizio da parte del lavoratore dipendente (calcolato in ore o giorni): un permesso riconosciuto ai dipendenti per motivi personali, familiari, di salute o studio. Ma cosa potrebbe cambiare se il “permesso di lavoro” diventasse al contrario uno strumento indispensabile per ottenere un contratto o per poter svolgere legalmente mestieri e professioni?

La domanda se la stanno ponendo non pochi addetti ai lavori, anche perché l’Ue da anni studia come regolamentare il diritto d’accesso al mondo del lavoro. Un imbuto, una strettoia, che già da tempo vincola i lavoratori ad essere in regola con gli aggiornati degli “obblighi formativi”, pena perdere il diritto a praticare un mestiere. La “formazione obbligatoria” è già l’anticamera di una norma europea che obbligherà tutti a procurarsi un “permesso di lavoro”, sia europei che extra Ue: ponendo in un prossimo futuro ai margini chiunque verrà beccato a fare qualsiasi lavoro senza permesso. Cosa che già è realtà in Cina ed in quasi tutto il Sud-est asiatico: strumento che certo non ha debellato lo sfruttamento della manodopera ed i lavori sottopagati. In Cina ci sarebbero anche i campi di rieducazione per coloro trovati a lavorare senza permesso.

Secondo alcuni addetti, con molta probabilità l’Ue guarderebbe all’Australia: un paese con demografia rarefatta ma di cultura occidentale, dove sussistono due tipologie di “permesso di lavoro”, per i nativi con visite mediche e colloqui in uffici pubblici dedicati, e per gli stranieri l’esempio classico è sul tipo del “visto” per giovani italiani che vogliono viaggiare e lavorare in Australia (il Working Holiday Visa, gestito tramite il Dipartimento dell’Ambasciata australiana a Roma). Lecito domandarsi chi abbia più titolo a lavorare. Certamente l’introduzione nel sistema europeo del “permesso di lavoro” andrebbe ad eliminare la disoccupazione: automaticamente i disoccupati diventerebbero cittadini privi di “permesso di lavoro”.

Del resto, con l’obbligo (e consuetudine) di pagare ogni prestazione d’opera e servizio con la moneta elettronica, sarebbe oltremodo facile individuare coloro che percepisco reddito senza avere titolo a lavorare. Questa è la dittatura dell’imminente futuro?

Una nuova servitù della gleba potrebbe passare attraverso “permesso di lavoro” e “moneta elettronica”? La libertà di lavorare l’abbiamo conquistata nel medioevo costituendo nei borghi le corporazioni delle arti e mestieri; consequenziale il diritto ad essere pagati per il lavoro svolto, quindi a non andare più a servizio dal signore. Se così fosse, il mondo starebbe tornando indietro di secoli nei diritti con questa rivoluzione del controllo elettronico e cibernetico.

Chi ha buon lavoro e stipendio, e usa solo moneta elettronica, potrebbe anche reputare il “permesso di lavoro” capace di eliminare l’immigrazione: di fatto elude totalmente l’ascensore sociale, chiudendo in un ghetto di privazione di diritti e povertà sia i cittadini Ue che gli extra Ue. Rendendo difficoltosa l’assunzione di umani rispetto all’impiego di robot ed intelligenza artificiale: ma a tutto questo la politica non si oppone.

L’Ue potrebbe anche introdurre questo discrimine per dare un po’ d’ossigeno ai sindacati che, tramite i Caf, deterrebbero la privativa nell’erogare il servizio: un po’ come le delegazioni Aci per patenti, libretti e bolli.

CERTIFICAZIONE DIGITALE DEL CERTIFICATO

Siamo così giunti al massimo della burocrazia nella certificazione delle competenze: già esistono percorsi formali gestiti da “enti accreditati” per attestare ufficialmente le abilità apprese dal candidato al mercato del lavoro in vari contesti (formali o informali).

Valuterebbero l’insieme: esame psicofisico, abilità lavorative (o competenze e insieme di conoscenze), capacità pratiche, attitudini e comportamenti; aspetti pratici che da sempre permettono ad una persona di svolgere attività professionali in modo efficace. Nel prossimo futuro tutto questo passerebbe al vaglio dell’autorità preposta all’erogazione del “permesso”: ricordiamoci che siamo già a mezza strada col “permesso” e per i vari obblighi formativi certificati per professioni e mestieri.

Di fatto il progresso sta spingendo l’Europa verso la negazione della libertà di lavorare, guadagnare, creare. Preme rammentare che senza la libertà creativa non esisterebbe il Made in Italy, nato senza permessi e con scarsi quattrini in scantinati, officine, laboratori. Libertà creativa che manca in Cina, dove la cultura è quella dell’imitazione del lavoro altrui, ed a causa dei limiti imposti dal sistema.

Comunque, a guadagnarci nell’immediato saranno sempre i gestori del sistema tecnologico-finanziario, che avranno così eliminato la concorrenza da parte dei giovani di buone speranze. 

Aggiornato il 26 ottobre 2026 alle ore 14:09