Stazione ferroviaria veloce. In attesa dell’italico ritardatario ci si avvicina alla gastronomia: sembrava un chioscone-bar qualunquissimo, ma così c’è scritto, ci mancherebbe.
Panini imbottiti, bignè apparentemente normali, succhi di acqua colore albicocca. Il pos funziona, ma non questo, quello nell’angolo del bancone.
O forse l’altro ancora. Bignè nel sacchetto, bottiglietta chiusa: l’avventore ha pagato un prezzo da bar, magari pure da locale un po’ sfiziosetto, per un servizio da supermercato: prendi la bottiglietta, la pastina, o pastarella per i romani, e vai, veloce per favore, che tanti sono in fila per questa self-delizia.
Cinque tavolini ad altezza umana, senza sgabelli, pattume dei maleducati lasciato lì, da loro e dal personale che scarseggia, se no scarseggerebbe il guadagno. O sgombriamo o conviviamo con i rifiuti. Il gusto del bignè si evince solo dal colore: dipinto con tinte pastello sarebbe spacciabile per crema, nocciola o altro, a piacer.
Il viaggiatore paga, la sua tristezza è protocollare, deve essere un habitué del pendolarismo a lungo raggio, uno di quei milioni (o miliardi) di persone che i sapientoni delle statistiche globali usano per misurare la resilienza allo schifo e, in particolare, la resilienza al termine resilienza.
Poi, però, la vittima capisce che anche i succhi finti, in complicità con i precedenti, inducono alla ricerca di un wc, che non è più dov’era, è stato murato. Dunque, contro il muro? No, è pur sempre un funzionario, fresco di livello superiore. Possibile che non ci sia? Cammina, cammina, i succhi sollecitano, lui si innervosisce. Poi il miraggio: una grande scritta promette toilette nuove e, magari, pure moderne. La distanza non è specificata, al suo posto un tempo di percorrenza, venti secondi: di Mennea o di Matusalemme?
Lui, uomo tecno-aggiornato e di livello, intuisce che non saranno gratuite, ma la realtà supera il pessimismo: un tempo c’era la cartamoneta, ora carta o moneta: e chi ha la moneta? Lui no, come molti, del resto.
Cerca un bancomat che non si trova mai, è il caso di dirlo, al momento del bisogno. Infine, mentre il succo preme, lui appoggia, ma non appare alcun messaggio rassicurante. Riprova tre o quattro volte e, finalmente si accende la speranza e appare una scritta promettente: stiamo elaborando l’acquisto.
Il livellato non ha più autonomia, stenta a porsi la domanda su quale tipo di acquisto stia trattando. Ma poi il lieto fine, entra, corre, esce leggero, forse, chissà, pure felice di questa esperienza avventurosa.
Il succo della storia è banale, ci accorgiamo ogni giorno, ogni attimo che tutto peggiora e costa di più, che non siamo più ilclientehasempreragione, ma aspiranti a un servizio che ci verrà erogato se, quando e, magari, forse.
Senza contatti umani, ma comunque senza sorrisi: gli erogatori, per contratto, devono sottoporsi a interventi chirurgici che paralizzano i muscoli deputati alla gioia. Per rovesciare questa situazione ci vorrebbe uno sciopero dei consumatori, i quali, però, nel frattempo, continuano a fondere le carte platino per comprare milioni di nulla.
Stevie Wonder è meraviglioso, ma in quasi tutti i concerti di questo periodo, in Europa e negli Usa, i biglietti sono finiti e li vendono i bagarini a non meno di cinquecento dollari. A New York anche cinquemila, novemila, in questi casi, c’è pure una camera sfiziosetta e cena con candela comprese. Non rinunciamo al finto lusso, e nemmeno ai consumi inutili. Perché siamo tutti gente di livello, non sia mai che. Però siamo polli, e ci spennano.
Dovremmo imparare a rinunciare, prendiamo Garibaldi, ad esempio: a Torricella in Sabina si racconta ancora la sua comparsa, con una porzione dei Mille. Al generale fu assegnato un villone, il più monumentale della zona, ma lui chiese dove avrebbero dormito i suoi soldati.
“Sotto una quercia molto grande e molto bella, simbolo e vanto del paese”.
“Ebbene io dormirò con loro, non mi piacciono i privilegi”.
Che bella storia, ci piacerebbe imitarlo. Ma non è più tempo di eroismi, e allora ci accontentiamo di mollezze costosette, giusto per vantarci un po’.
Anche se non sappiamo di che cosa.
Aggiornato il 20 ottobre 2026 alle ore 11:54
