Oggi incontriamo Marco Colasanti, Presidente della Fondazione Principe Alberto II di Monaco Italia, per parlare di ambiente, tutela della biodiversità, rapporto tra uomo e natura e delle sfide che riguardano il futuro del nostro pianeta.
Un dialogo che parte dall’impegno della Fondazione e arriva a temi sempre più centrali nella nostra società: la salvaguardia degli ecosistemi, la responsabilità verso le nuove generazioni e la necessità di costruire una nuova consapevolezza nel rapporto con tutte le forme di vita.
Con lui parleremo anche del legame tra Italia e Principato di Monaco e del progetto Uomo–Natura: Equilibri fragili, che attraverso la fotografia porta al pubblico la bellezza e, allo stesso tempo, la fragilità del mondo naturale.
Presidente Colasanti, partiamo dalla Fondazione Principe Alberto II di Monaco Italia: qual è la sua missione e quali sono oggi le principali attività attraverso cui cerca di tradurla concretamente?
La Fondation Prince Albert II de Monaco nasce nel 2006 per volontà di S.A.S. il Principe Alberto II con una missione precisa: contribuire alla protezione dell’ambiente e del pianeta, concentrando la propria azione su tre grandi sfide del nostro tempo: il cambiamento climatico, la tutela della biodiversità e la salvaguardia delle risorse idriche.
La Fondazione opera a livello internazionale sostenendo progetti capaci di trasformare conoscenze, competenze e idee in azioni e soluzioni concrete, con una particolare attenzione agli oceani e al Mediterraneo.
Alla base di questi grandi temi vi è, a mio avviso, una questione ancora più profonda: il rapporto tra l’uomo e la natura. Per troppo tempo abbiamo pensato alla natura come a qualcosa che ci circonda, quasi fosse distinta da noi. In realtà ne siamo parte. L’essere umano è inserito in una rete complessa di relazioni che lega specie, habitat ed ecosistemi e dalla cui integrità dipende anche il nostro futuro.
In Italia il nostro compito si sviluppa su più fronti. Da una parte lavoriamo per diffondere la conoscenza di questi temi e costruire relazioni tra istituzioni, università, mondo scientifico, imprese, associazioni e territori; dall’altra contribuiamo alla raccolta di risorse destinate a sostenere i progetti selezionati dalla Fondazione.
Ogni anno vengono individuati e sostenuti, attraverso procedure di valutazione e selezione, progetti coerenti con le priorità della Fondazione. Il nostro lavoro consiste quindi anche nel contribuire a creare le condizioni affinché alcuni di questi progetti possano diventare realtà. Sensibilizzare è fondamentale, ma lo è altrettanto trasformare quella sensibilità in risorse e quelle risorse in azioni capaci di produrre risultati.
È con lo stesso spirito che abbiamo dato vita a Uomo–Natura: Equilibri fragili, la mostra itinerante realizzata attraverso le immagini dell’Environmental Photography Award della Fondazione. La fotografia diventa in questo caso uno strumento straordinario per avvicinare le persone ai temi della biodiversità, della fauna selvatica e della fragilità degli ecosistemi.
Il messaggio che vorremmo lasciare è semplice ma fondamentale: non siamo osservatori esterni della natura. Ne siamo parte e abbiamo la responsabilità di proteggerne gli equilibri.
Il nome della Fondazione richiama una figura molto legata alla cultura, alla solidarietà e alla tutela del patrimonio. Quali valori del Principe Alberto II di Monaco ispirano maggiormente il vostro lavoro in Italia?
Ciò che mi colpisce maggiormente nell’impegno di S.A.S. il Principe Alberto II è la coerenza tra visione e azione.
Il Principe ha fatto della tutela dell’ambiente uno degli elementi centrali della propria azione internazionale, proseguendo una sensibilità che ha radici profonde nella storia della Famiglia Principesca. Ma ciò che considero particolarmente significativo è il metodo: comprendere i problemi, mettere insieme competenze diverse e sostenere progetti capaci di trasformare la conoscenza in risposte.
Conoscere, infatti, è indispensabile, ma non sufficiente. La conoscenza acquista pienamente valore quando orienta le decisioni e diventa capacità di intervenire sulla realtà.
C’è poi un altro aspetto che considero fondamentale: il senso del tempo. Le nostre decisioni producono conseguenze che non riguardano soltanto il presente. Quando parliamo di clima, biodiversità, oceani o risorse naturali, parliamo di scelte i cui effetti saranno vissuti soprattutto dalle generazioni future.
Credo che l’esempio del Principe Alberto II ci insegni proprio questo: avere una visione significa comprendere che ciò che facciamo oggi contribuisce a determinare il mondo che altri abiteranno domani.
Viviamo una fase in cui ambiente, sostenibilità e tutela del patrimonio culturale sono sempre più interconnessi. Quali sono, secondo lei, le sfide più urgenti sulle quali istituzioni e società civile dovrebbero lavorare insieme?
La prima sfida è culturale: dobbiamo superare l’idea che ambiente, economia, cultura e qualità della vita siano questioni separate.
In un Paese come l’Italia questo è particolarmente evidente. Il nostro patrimonio culturale è inseparabile dal paesaggio nel quale è nato. Le città, i borghi, le campagne, le coste e le montagne raccontano una storia nella quale uomo e natura si sono continuamente influenzati. Proteggere un territorio significa quindi tutelare insieme ambiente, identità, storia, qualità della vita e possibilità di sviluppo.
Le sfide che abbiamo davanti sono enormi: il cambiamento climatico, la perdita di biodiversità, la pressione sugli oceani, la disponibilità e la qualità delle risorse naturali. Affrontarle richiede necessariamente la collaborazione tra istituzioni, mondo scientifico, università, imprese, associazioni e cittadini, perché problemi di questa complessità non possono trovare risposte all’interno di un unico ambito.
Accanto alla dimensione ambientale esiste però anche una questione più profonda, che riguarda la nostra responsabilità etica.
La crescente conoscenza del mondo animale ci impone di non considerare gli altri esseri viventi semplicemente in funzione dell’utilità che possono avere per l’uomo. Gli animali sono esseri senzienti, capaci di provare dolore e benessere e, in forme diverse a seconda delle specie, di sviluppare relazioni, legami e comportamenti sociali complessi. Essere consapevoli di questo dovrebbe modificare anche il modo in cui ci rapportiamo a loro.
La tutela della biodiversità, quindi, non riguarda soltanto la conservazione di un equilibrio ecologico indispensabile anche alla nostra esistenza. Porta con sé una domanda più profonda: quale rapporto vogliamo avere con le altre forme di vita con cui condividiamo il pianeta?
Forse dobbiamo attribuire alla parola sostenibilità un significato più ampio: non soltanto utilizzare le risorse in modo compatibile con il futuro, ma riconoscere che la nostra presenza sul pianeta comporta una responsabilità anche nei confronti delle altre specie.
Credo che una società possa definirsi realmente evoluta anche dalla capacità di riconoscere valore alla vita che la circonda e di non considerare tutto ciò che esiste semplicemente come qualcosa di cui l’uomo può disporre.
La Fondazione opera anche attraverso relazioni e collaborazioni internazionali. Quanto è importante oggi costruire ponti tra Italia e Principato di Monaco e quali opportunità possono nascere da questo dialogo?
Italia e Principato di Monaco condividono molto più di una vicinanza geografica. Esistono legami storici, culturali, economici e istituzionali profondi e, soprattutto, condividiamo il Mediterraneo.
Il Mediterraneo è forse uno degli esempi più evidenti di quanto le grandi questioni ambientali non conoscano confini. Il mare non appartiene a un singolo Paese: la biodiversità, l’inquinamento, il cambiamento climatico e la salute degli ecosistemi marini riguardano tutti coloro che si affacciano sulle sue coste.
La Fondation Prince Albert II de Monaco possiede una rete internazionale di grande valore e l’Italia esprime eccellenze straordinarie nelle università, nel mondo scientifico, nelle imprese, nella tecnologia e nell’innovazione. La sede italiana può contribuire a mettere in comunicazione queste realtà, soprattutto su temi come la blue economy, la tutela del Mediterraneo e della biodiversità e l’innovazione applicata alla sostenibilità.
Mi piace pensare alla nostra sede italiana come a un ponte. Ma un ponte ha senso soltanto se viene attraversato.
Per questo le relazioni istituzionali acquistano davvero valore quando mettono in circolo conoscenze e competenze, generano collaborazione e riescono a far nascere qualcosa che prima non esisteva.
Lei ha scelto di mettere il suo impegno al servizio di un progetto con una forte dimensione sociale e culturale. C’è un incontro, un progetto o un momento della sua esperienza alla presidenza che considera particolarmente significativo?
Se dovessi indicare un progetto al quale sono particolarmente legato, sceglierei certamente Uomo–Natura: Equilibri fragili. Non soltanto per la straordinaria qualità delle immagini, ma soprattutto per ciò che accade quando quelle immagini escono dai luoghi tradizionalmente destinati alle esposizioni e incontrano le persone.
La mostra nasce con l’ambizione di essere accessibile a tutti. Cerchiamo luoghi di grande valore e bellezza, ma anche spazi vissuti e attraversati quotidianamente. Questo significa che può incontrarla anche chi non aveva deciso di andare a vedere una mostra.
Ed è proprio questo che mi affascina: la mostra non chiede necessariamente alle persone di andare a cercarla; cerca, per quanto possibile, di essere lei a incontrare le persone.
Ho visto bambini, giovani, famiglie, turisti e persone di ogni età fermarsi davanti alle fotografie. Qualcuno lo fa semplicemente perché un’immagine lo colpisce per la sua bellezza. Poi scopre ciò che quell’immagine racconta: una specie minacciata, un habitat fragile, un equilibrio che rischia di essere compromesso. E a quel punto la fotografia non è più soltanto qualcosa di bello da osservare: diventa una domanda.
Quelle immagini ci ricordano anche che dietro la parola “biodiversità” non esistono soltanto numeri, specie o statistiche. Esistono esseri viventi, molti dei quali capaci di sentire, di creare legami e di interagire con il mondo che li circonda.
È questa, credo, una delle grandi capacità della fotografia: rendere visibile ciò che rischiamo di considerare astratto e indurci a fermarci, osservare e interrogarci.
Ed è forse proprio questo uno degli aspetti più significativi della mia esperienza alla presidenza: vedere un progetto uscire dalla dimensione istituzionale e incontrare direttamente le persone. La tutela dell’ambiente non può riguardare soltanto gli scienziati, le istituzioni o chi già possiede una particolare sensibilità su questi temi. Riguarda tutti noi.
Guardando al futuro, quali sono i progetti che vorrebbe realizzare nei prossimi anni e quale messaggio vorrebbe lasciare soprattutto alle nuove generazioni sul valore della responsabilità, della solidarietà e della tutela del nostro patrimonio?
Vorrei che nei prossimi anni la sede italiana rafforzasse ulteriormente la propria capacità di mettere in relazione mondi diversi e di trasformare queste relazioni in progetti concreti.
Ci sono temi sui quali credo possiamo dare un contributo importante: la tutela della biodiversità e del Mediterraneo, la blue economy, l’innovazione applicata alla sostenibilità e l’educazione ambientale. Vorrei inoltre che riuscissimo a coinvolgere sempre più territori e comunità, portando il messaggio della Fondazione anche fuori dai contesti nei quali normalmente si discute di ambiente.
Ma c’è soprattutto un obiettivo al quale tengo: coinvolgere le nuove generazioni non come semplici destinatarie delle nostre iniziative, ma come protagoniste.
Quando parliamo ai giovani di ambiente commettiamo talvolta un errore: consegniamo loro soprattutto le nostre paure. Parliamo delle emergenze, di ciò che abbiamo perduto e di ciò che potrebbe accadere.
Dobbiamo dire loro la verità sulla gravità delle sfide che abbiamo davanti, ma abbiamo anche il dovere di trasmettere fiducia nella capacità dell’uomo di trovare soluzioni. Responsabilità non significa rinuncia: può significare conoscenza, innovazione, creatività, impresa, solidarietà e capacità di immaginare modelli migliori.
Ai giovani direi quindi di non considerare il futuro come qualcosa che semplicemente accadrà loro. Il futuro è anche qualcosa che contribuiranno a costruire attraverso le proprie scelte.
Il patrimonio naturale che abbiamo ricevuto non ci appartiene nel senso più assoluto del termine. Ne siamo custodi temporanei. E questa custodia riguarda non soltanto i paesaggi e gli ecosistemi, ma anche le altre forme di vita con le quali condividiamo il pianeta.
Lo abbiamo ricevuto da chi è venuto prima di noi e abbiamo il dovere morale di consegnarlo a chi verrà dopo.
E forse la misura più autentica della nostra responsabilità sarà proprio questa: poter guardare alle generazioni future sapendo di non aver consumato il loro futuro per rendere più comodo il nostro presente.
Aggiornato il 08 ottobre 2026 alle ore 15:00
