Con Ranucci va in scena il cortocircuito della doppia morale
Foto: Imagoeconomica

Tutta la storia dell’attentato-farsa inscenato da Valter Lavitola ai danni di Sigfrido Ranucci ha fatto emergere una serie di vicende, questioni e dichiarazioni che scalfiscono irrimediabilmente l’immagine che l’ex conduttore di Report si era costruito negli anni. Uno dei temi caldi di cui si discute da settimane riguarda le sue frequentazioni con colleghe e sottoposte, e di quanto queste relazioni siano state opportune sul piano deontologico.

Nella ricostruzione lucida del personaggio dell’estate, sotto la lente di ingrandimento è inevitabilmente finito il suo libro autobiografico pubblicato nel 2024, La scelta. Visti i contenuti, probabilmente “I bollenti spiriti di Sigfrido” sarebbe stato titolo più adatto: Ranucci – sposato, con tre figli – racconta le sue relazioni extra coniugali con tre donne e i rapporti sentimentali nati nell’ambito della sua attività professionale: con “Karoline”, la stagista svizzera di Report “che in pochi minuti raggiunge l’orgasmo”, quello più controverso – anche per il livello di dettaglio con cui Ranucci descrive i loro rapporti sessuali ma soprattutto per l’autoindulgenza con cui racconta una relazione che abita nel contesto professionale di una evidente asimmetria di potere; quello con “Emilia”, una docente che si era offerta alla redazione come fonte per un’inchiesta su una truffa ai danni del sistema scolastico; e quello con “Lavinia”, responsabile della comunicazione di un industriale italiano che voleva fargli intervistare il suo capo.

Ranucci scrive che le storie con due di loro, “Karoline” ed “Emilia”, si sovrapposero per un certo periodo: tant’è che quando nel dicembre 2014 “Karoline” lo raggiunse a Roma e vide un messaggio romantico di un’altra donna – “Emilia”, per l’appunto – sconvolta dalla scoperta, uscì di casa, venne investita da un Suv e morì sul colpo. Quando nel 2024 Alessandro Masala chiese a Ranucci come mai avesse comunque deciso di raccontare una scena di sesso con lei (l’estratto video di questa intervista sta facendo in queste ore il giro del web), lui rispose testualmente: “Scusa, dopo una vita di merda che faccio, una trombata me la fate fà?” E c’è poi la testimonianza esclusiva della giornalista Angela Camuso che incontrò Ranucci per proporsi come collaboratrice di Report ma ricevette in cambio messaggi a base di complimenti, apprezzamenti e inviti per incontri “a sera inoltrata”.

Tutto normale, femministe di sinistra? Dove siete sulle vanterie sessuali di “Eros” Ranucci? Sparite. Come quando nell’ottobre del 2025 Geppi Cucciari e Milena Gabanelli – orgogliosamente femministe di sinistra mi viene da dire – in diretta tivù su Rai 3 si complimentarono con lui per le note vicende para-sentimentali: “È un gran rubacuori, le raccoglie a man bassa”, disse la Gabanelli. Sembravano le dichiarazioni che avvenivano al Politburo sovietico negli anni Cinquanta per lodare i vertici del potere. Noi che non siamo al Presidium dell’Urss, usiamo onestà intellettuale: una battuta non dimostra un comportamento illecito e ovviamente non basta per trasformare una persona in un molestatore. Ma proprio perché la cultura femminista ha insegnato per anni che il linguaggio con cui si parla delle donne, il rapporto di potere e la normalizzazione di certi comportamenti sono questioni importanti, è legittimo chiedersi se il metro sia sempre lo stesso o se invece denoti incoerenza nell’applicazione dei criteri di giudizio: sembra che l’ambiente culturale che pretende severità assoluta quando il bersaglio è un uomo di destra, lo faccia invece a corrente alternata – tanto da apparire molto più indulgente – quando il protagonista appartiene all’area progressista. Facciamo un esercizio mentale. Se le stesse parole e gli stessi comportamenti di Ranucci fossero stati attribuiti, appunto, ad un giornalista di destra, quale sarebbe stata la reazione? Memo Remigi è stato licenziato dalla Rai e messo alla pubblica gogna per quella nota e inopportuna effusione con Jessica Morlacchi.

Ma perché la stessa difesa pubblica della dignità delle donne non si ha di fronte a chi si vanta con toni grevi e racconta con nome e cognome, scendendo nei dettagli, delle imprese sessuali con le proprie stagiste nel suo ufficio? La Rai è stata fin troppo tollerante negli anni con Ranucci; anche in considerazione di quella lettera anonima che nel 2021 raggiunse i vertici e lo accusava di aver assunto alcune giornaliste perché a lui legate da relazioni sentimentali o sessuali e di aver attuato ritorsioni quando questi rapporti si erano conclusi (la vicenda fu oggetto di un’indagine interna dell’azienda, che si chiuse con un’archiviazione).

Quelli che oggi difendono Ranucci sono gli stessi che per anni ci hanno esasperati con il catcalling, il patriarcato e addirittura la violenza di genere se un uomo guardava una ragazza. E oggi femministe e compagni moralisti tutti zitti per i suoi comportamenti con le colleghe? Se capita a un uomo di destra, questo viene accusato immediatamente, percepito come simbolo di una cultura maschilista e la macchina retorica è repentina (patriarcato, sessismo, cultura dello stupro, abuso di potere, privilegio maschile); quando invece il protagonista appartiene ad altra area culturale, la reazione cambia.

Il femminismo italiano è capace di applicare lo stesso standard quando il colpevole presunto appartiene alla propria parte politica? Una battaglia sui diritti delle donne ha valore soltanto se è una battaglia sui principi, non sulle tessere di partito: se la posizione sociale di un uomo diventa determinante per stabilire quanto grave sia la condotta, allora non stiamo parlando di femminismo: stiamo parlando di appartenenza tribale. Evidentemente la lotta al patriarcato si dissolve se si tratta di Ranucci; e questo silenzio testimonia che il femminismo da social network è una finzione perché non è trasversale; e non esiste se non come movimento subordinato e funzionale agli interessi della sinistra. La tutela delle donne va bene solo fino al punto in cui non ci sono questioni più importanti sul campo: il giornalista amico, la mitologia su Gaza, gli immigrati islamici che portano voti. Insomma, le femministe più arrabbiate non sono arrabbiate: sono solo asservite agli uomini di sinistra. Una crociata dell’ipocrisia. Il cortocircuito è tutto qui. Se un uomo di destra racconta le proprie conquiste, è esibizionismo patriarcale; se ha una posizione di potere e frequenta donne che orbitano nel suo ambiente professionale, parte immediatamente il dibattito sul consenso, sulla subordinazione, sulle molestie.

Se invece il protagonista appartiene al mondo progressista, questa manfrina retorica cessa di funzionare e improvvisamente bisogna contestualizzare, distinguere, attendere, consultare l’ufficio stampa, leggere il romanzo, ricostruire il contesto e verificare la fiction. Tutto legittimo: contestualizzare è giusto, presumere l’innocenza è giusto. Ma deve esserlo anche quando l’accusato non è un kompagno. È questo il punto che fa saltare il banco: questi criteri devono valere sempre, altrimenti il messaggio diventa devastante: la donna va difesa quando serve a colpire l’avversario e il femminismo è una clava da utilizzare contro gli uomini della parte avversaria e un guanto di velluto da indossare quando il caso riguarda un alleato.

Questo il grande merito del dibattito sulla vicenda Ranucci: aver messo a nudo la doppia morale di un certo progressismo quando il maschio sotto esame appartiene al proprio mondo. Ma se gli standard non valgono per tutti ma solo per chi non vota come voi, non sono standard: sono munizioni. E il femminismo, quando diventa una munizione, ha già smesso di essere una battaglia per la libertà delle donne ed è diventato semplicemente un altro modo per stabilire chi sono i buoni e chi sono i cattivi. E perde di credibilità.

Aggiornato il 03 settembre 2026 alle ore 11:29