Qualità dell’aria: cosa cambia con i limiti europei al 2030
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Dal 1° gennaio 2030 il valore limite annuale per il biossido di azoto scenderà da 40 a 20 microgrammi per metro cubo. Per il particolato fine si passerà da 25 a 10, per il PM10 da 40 a 20. Sono i numeri della direttiva (UE) 2024/2881 sulla qualità dell’aria, che gli Stati membri devono recepire entro l’11 dicembre 2026. Sulla carta il margine è di qualche anno. Molto meno, se si considera quanto tempo richiede autorizzare e realizzare un intervento su un impianto industriale.

I dati del monitoraggio italiano raccontano una situazione poco intuitiva. Nel rapporto del Sistema nazionale per la protezione dell’ambiente sul 2025 il limite annuale per il biossido di azoto risulta rispettato nel 99 per cento delle stazioni: i superamenti residui si concentrano in poche postazioni di traffico nelle grandi aree urbane, tra Milano, Genova, Napoli, Catania e Palermo. Lo stesso rapporto avverte però che i livelli attuali restano, in larga parte del Paese, superiori ai valori della nuova direttiva. Siamo in regola con la soglia vecchia e fuori rotta rispetto a quella nuova, contemporaneamente.

Una soglia dimezzata in quattro anni

Il quadro delle emissioni aiuta a capire perché il salto sia difficile. Secondo l’inventario ISPRA, nel 2024 l’Italia ha emesso circa 537 mila tonnellate di ossidi di azoto, con una riduzione del 58,7 per cento rispetto al 2005; l’obiettivo europeo al 2030 è meno 65 per cento. Quasi il 90 per cento di queste emissioni arriva da processi energetici, cioè da combustione: motori, generazione elettrica, impianti industriali.

Il grosso del calo storico è già stato incassato, e non per merito di una singola misura: catalizzatori sui veicoli, standard Euro sempre più severi, uscita dal carbone nella generazione elettrica, sistemi di abbattimento sui grandi camini. Ogni punto percentuale in meno costa più del precedente. E dimezzare un valore limite di concentrazione è un’operazione diversa dal ridurre le emissioni di un settore, perché la concentrazione misurata in una centralina dipende dal fondo urbano, dalla meteorologia e dalla somma di sorgenti che nessun singolo gestore controlla. Nel bacino padano questo è un problema strutturale, non un difetto di volontà politica.

La direttiva lo ha messo in conto e prevede una valvola di sicurezza: in casi motivati, quando le condizioni geografiche, climatiche o transfrontaliere rendono il traguardo irraggiungibile, gli Stati possono chiedere di rinviare la scadenza, al massimo fino al 2040. Che sia una possibilità ragionevole non la rende una strategia.

La chimica che sta dietro ai camini

Sul lato degli impianti fissi le tecnologie disponibili sono due, e sono note da decenni. La riduzione selettiva non catalitica, l’SNCR, consiste nell’iniettare un reagente azotato nella zona di post combustione, dove la temperatura è compresa tra 850 e 1050 gradi: in quella finestra termica il reagente scompone gli ossidi di azoto in azoto molecolare e vapore d’acqua, senza bisogno di catalizzatore. In un cementificio permette di arrivare a una riduzione dell’ordine dell’80 per cento con un investimento contenuto. La riduzione selettiva catalitica, l’SCR, lavora a temperature più basse su un letto catalitico, costa di più e rende di più: nelle centrali termoelettriche supera il 90 per cento e porta le emissioni sotto i 200 milligrammi per metro cubo.

Sul reagente il discorso è meno noto. Chimicamente l’ammoniaca funziona bene, ma è un gas tossico che porta con sé una classificazione di rischio pesante e adempimenti da stabilimento a rischio di incidente rilevante. L’urea in soluzione acquosa fa lo stesso lavoro partendo da un liquido stabile, inodore, atossico e non infiammabile, che si stocca e si movimenta senza quel corredo. Per molti impianti la scelta è meno una questione di resa e più una questione di gestione quotidiana.

Le concentrazioni cambiano con l’applicazione. Nei veicoli diesel il reagente è la soluzione al 32,5 per cento nota commercialmente come AdBlue. Nel settore marino, dove le navi sopra le 500 tonnellate varate dal 2016 devono rispettare lo standard IMO Tier III, si usa la variante al 40 per cento normata dalla ISO 18611. Per gli impianti industriali le soluzioni ureiche ad alta purezza si collocano tra il 33 e il 45 per cento, con formulazioni calibrate sulle condizioni del singolo camino. È sempre la stessa molecola: cambiano la diluizione, la scala e i controlli analitici lungo la filiera.

Il secondo fronte è quello autorizzativo

Mentre si discute dei limiti in aria ambiente, per l’industria si muove un altro tavolo. La direttiva (UE) 2024/1785, la revisione della disciplina sulle emissioni industriali che tutti chiamano IED 2.0, va recepita entro il 1° luglio 2026; in Italia il Consiglio dei ministri ha approvato in esame preliminare il decreto attuativo il 22 giugno 2026. Il testo stringe il collegamento tra autorizzazione e migliori tecniche disponibili, introduce l’obbligo di un sistema di gestione ambientale e allarga il perimetro ad attività prima escluse, dall’industria estrattiva ai grandi impianti per la produzione di batterie.

Le due direttive ragionano in modo diverso, una sulle concentrazioni che respiriamo e l’altra sui valori allo scarico, ma cadono nella stessa finestra temporale. Per chi gestisce un impianto significa che i limiti in autorizzazione si stringeranno proprio mentre le Regioni saranno impegnate a costruire i piani per arrivare al 2030, e che le valutazioni tecniche vanno fatte adesso, non a recepimento avvenuto: tra istruttoria, ordini e messa in servizio, un intervento su una linea fumi si misura in anni.

Quello di cui si parla meno

Nei documenti di pianificazione l’abbattimento degli ossidi di azoto compare come una percentuale. Nella vita di un impianto è una questione di esercizio. Un SNCR dosato male lascia passare ammoniaca non reagita, e quella diventa un problema di emissione a sua volta. Un reagente fuori specifica, con impurezze o metalli in tracce, avvelena il catalizzatore di un SCR e ne accorcia la vita utile, con costi di sostituzione che pesano più del risparmio ottenuto sull’acquisto. Un impianto che si ferma perché il reagente non è arrivato non è soltanto un fermo produttivo: è un dato di monitoraggio fuori soglia da giustificare all’autorità.

Sono aspetti operativi che raramente entrano nel dibattito pubblico, dove la qualità dell’aria si discute quasi solo in termini di traffico e domeniche ecologiche. Eppure è lì che si misura se un piano regionale funziona davvero. Il numero di Stati che nei prossimi anni chiederanno il rinvio al 2040 dirà quanto sono stati usati bene i quattro anni che ci separano dalla scadenza.

Aggiornato il 01 settembre 2026 alle ore 09:19