Questa è una pagina del mio diario personale. La rendo pubblica perché ritengo necessario esprimere qui una mia personale impressione sulle due splendide e struggenti giornate romane, inserite nell’iniziativa del “Ferragosto in Carcere”. Infatti, con una delegazione di Nessuno tocchi Caino, siamo stati il 14 agosto in visita al carcere di Rebibbia (Nuovo Complesso) e il 15 agosto a Regina Coeli.
Un ringraziamento va subito agli agenti della polizia penitenziaria che ci hanno accompagnato, alle rispettive Direzioni dei due istituti di pena romani e a coloro che operano nelle due strutture carcerarie. Grazie davvero per il lavoro che svolgete e per la disponibilità dimostrata, oltre che per la professionalità.
È una sensazione difficile da descrivere, ma i detenuti di Rebibbia e di Regina Coeli trasmettono energia pulita. Non so come altro definirla. Ma questa è stata la sensazione che ho sentito uscendo dai due istituti penitenziari di Roma. Quello che provo adesso è dovuto a ciò che ho osservato e ascoltato, è un misto di dolore e forza interiore, di sofferenza e di riscatto, di caduta e riabilitazione, d’abbandono e d’incontro, di solitudine e dialogo, disperazione e rieducazione, d’inferno e d’amore... Mi piace l’idea di essere andato in carcere per portare un po’ d’amore in quell’inferno. Insieme. Ed è questo l’elemento determinate: insieme. Con Rita, con Maria, con Filippo, con Barbara, con Clarke, con Giuseppe, con Cecilia, con Angela... con Nessuno tocchi Caino.
Ogni volta è un’esperienza che travolge e che stravolge, ma trasmette anche un’energia insospettabile a ciascuno di noi, individualmente. È un’energia strana, che ciascuno con-vive con gli altri componenti della delegazione in modo unico e diverso. La composizione del gruppo cambia la percezione personale.
La condizione dei detenuti, malgrado l’impegno quotidiano e lo sforzo del personale penitenziario, malgrado il lavoro immane e generoso di molti che operano in quelle strutture, è una condizione spesso umiliante, umanamente impressionante, forse al momento inevitabile, ma inaccettabile. E credo che, al di là delle strutture carcerarie, al di là del problema evidentemente strutturale del sistema carcerario, quello che conta siano gli esseri umani, le persone, i loro occhi, gli sguardi, le ferite prodotte dagli errori, le paure. Perché è sulle persone in carne ed ossa che si può tentare un recupero, una riabilitazione, un’evoluzione. Con la cura di tutti, uno per uno, con il lavoro in carcere, con il teatro, con le attività laboratoriali, con le attività ricreative, con gli psicologi, con i medici, con gli agenti ‒della polizia penitenziaria, con tutto l’amore possibile.
Ho incontrato i diversi, gli ultimi, gli emarginati, i tossicodipendenti, i disperati, i malati psichici, i criminali veri, i ragazzi in attesa di giudizio, qualche innocente, i definitivi, i misti, i fragili, gli anziani, i violenti, gli stranieri, i georgiani, i ladri, gli assassini, i coraggiosi, i lavoranti, i laureati, i professionisti, i dilettanti, gli agenti della polizia penitenziaria e, nel marasma, c’era pure qualche drago.
In questo momento, vivo un sentimento di dolore e, allo stesso tempo, sento un’energia positiva che mi pervade ed è arrivata dai detenuti. È difficile spiegare questa particolare miscela di stati d’animo.
Andare a vedere le condizioni delle carceri e di chi vive lì dentro ogni giorno, per lavoro o per detenzione, è sempre un’esperienza emotivamente forte, e che ‒ ogni volta ‒ vivo in maniera unica e umanamente intensa. Soprattutto per le storie che le persone si portano addosso e che si vedono impresse sulla pelle. Anche quando non parlano, anche quando restano in silenzio.
Ringrazio tutti per questa ulteriore e bellissima esperienza d’amore.
Aggiornato il 25 agosto 2026 alle ore 13:11
