Ogni volta che si affronta il tema della crisi della scuola italiana, il dibattito pubblico individua rapidamente i responsabili: i cellulari, i social network, l’Intelligenza Artificiale, la carenza di risorse, gli edifici scolastici inadeguati, la burocrazia, l’eccesso di progettualità e molto altro.
Tutti elementi che meritano attenzione. Ma nella ricerca delle cause del disagio giovanile una domanda resta spesso sullo sfondo: quanto pesa la crescente fragilità degli adulti e l’indebolimento della famiglia, il primo e più importante luogo di formazione della persona?
Il punto di partenza dovrebbe essere chiaro: la famiglia detiene il primato educativo nei confronti dei figli. Le altre agenzie formative, a partire dalla scuola, intervengono in una logica di alleanza educativa, sostenendo il compito dei genitori senza sostituirlo.
Da decenni ormai si è affermata una narrazione secondo cui le trasformazioni familiari sarebbero sostanzialmente neutre rispetto alla crescita dei figli. Separazioni, ricomposizioni dei nuclei, relazioni instabili e crescente individualizzazione della vita privata vengono spesso descritte come fenomeni privi di conseguenze significative, purché gestiti in modo civile.
La realtà che emerge quotidianamente nelle scuole suggerisce invece una lettura più complessa.
Ogni anno decine di migliaia di minori sono coinvolti nelle separazioni e nei divorzi dei genitori. A questi si aggiungono le rotture delle convivenze non formalizzate, che sfuggono in larga parte alle statistiche ufficiali.
Naturalmente non ogni crisi familiare produce automaticamente disagio e non ogni figlio di genitori separati incontra difficoltà scolastiche. Tuttavia, sarebbe altrettanto ideologico sostenere che tali eventi non lascino tracce.
Le ricerche sociologiche e pedagogiche mostrano con una certa continuità che l’instabilità familiare, la conflittualità prolungata e la riduzione della presenza educativa degli adulti possono incidere sul rendimento scolastico, sull’equilibrio emotivo e sulla costruzione della personalità.
Il problema non è soltanto la separazione in sé, ma ciò che spesso la accompagna: tensioni permanenti, impoverimento economico, cambiamenti continui delle routine quotidiane, riduzione del tempo dedicato ai figli e progressiva perdita di punti di riferimento stabili.
Molti insegnanti osservano quotidianamente queste dinamiche, spesso incontrandole anche nella propria esperienza personale e familiare. La fragilità dei legami, le difficoltà relazionali e il peso crescente delle responsabilità educative attraversano infatti l’intera comunità adulta, non soltanto il mondo degli studenti.
Dietro un improvviso calo del rendimento, un crescente disinteresse per lo studio, frequenti assenze o problemi disciplinari si trovano spesso ragazzi che stanno affrontando situazioni familiari difficili. L’adolescente assorbe inevitabilmente il clima che respira in casa.
Le conseguenze psicologiche sono note. Alcuni sviluppano ansia, insicurezza e sintomi depressivi; altri assumono atteggiamenti aggressivi o provocatori. Non è raro osservare fenomeni di genitorializzazione, nei quali il figlio diventa sostegno emotivo dell’adulto, invertendo ruoli che dovrebbero restare distinti. Altri ancora sviluppano la sindrome del “ragazzo perfetto”, caricandosi della responsabilità di non creare ulteriori problemi ai genitori già in difficoltà.
In tutti questi casi una parte rilevante delle energie mentali viene sottratta alla crescita personale e all’apprendimento. Lo stress cronico riduce la capacità di concentrazione, compromette la memoria e rende più difficile il percorso scolastico. Possono emergere isolamento sociale, perdita di motivazione, assenteismo e, nei casi più gravi, abbandono precoce degli studi.
Queste osservazioni rimandano a una questione più ampia che riguarda la struttura stessa della società.
Nella tradizione liberale, la famiglia non è soltanto un fatto privato o affettivo. Essa rappresenta uno dei principali corpi intermedi che si collocano tra l’individuo e lo Stato.
Dario Antiseri, recuperando la tradizione del cattolicesimo liberale di Rosmini e di altri autori europei, ha più volte sottolineato come la famiglia costituisca un presidio essenziale di libertà.
È nella famiglia che si apprendono la responsabilità, la reciprocità, il rispetto delle regole e la solidarietà concreta.
È qui che la persona sperimenta per la prima volta l’appartenenza e costruisce gli strumenti per affrontare la vita sociale.
Per questa ragione, la critica liberale ai processi di atomizzazione sociale ha evidenziato i rischi di una progressiva erosione dei legami familiari, comunitari e associativi. Quando questi legami si indeboliscono, il cittadino rischia di ritrovarsi più solo e più dipendente da strutture esterne chiamate a svolgere funzioni che un tempo appartenevano alle reti naturali della società.
La crescita dei figli richiede legami familiari stabili e adulti capaci di esercitare con continuità la propria responsabilità educativa. Quando questi riferimenti si indeboliscono, indipendentemente dalle ragioni che hanno determinato la trasformazione del nucleo familiare, le conseguenze sul piano emotivo, relazionale e scolastico possono essere profonde. Si tratta di effetti concreti che non possono essere cancellati per decreto culturale o per convenzione ideologica.
Dietro molte forme di disagio emerge una realtà più semplice e più scomoda: la difficoltà crescente degli adulti a esercitare in modo continuativo il proprio ruolo educativo.
A ciò si aggiunge il crescente coinvolgimento della scuola in questioni identitarie e antropologiche oggetto di forte dibattito culturale e giuridico. Il tema della cosiddetta “carriera alias” ne costituisce un esempio.
Introdotta in alcuni istituti attraverso regolamenti interni e protocolli adottati nell’ambito dell’autonomia scolastica, essa continua a suscitare un confronto non soltanto sul piano pedagogico, ma anche su quello giuridico. Al di là delle diverse posizioni, il caso evidenzia una tendenza più generale: alla scuola vengono sempre più spesso affidate questioni che investono aspetti profondamente sensibili della persona, ampliando ulteriormente il perimetro delle responsabilità attribuite all’istituzione scolastica.
Anche il progressivo ampliamento delle funzioni attribuite alla scuola può essere letto in questa prospettiva. L’estensione dell’obbligo di istruzione, il prolungamento dei tempi scuola, la moltiplicazione delle attività extrascolastiche e dei servizi integrativi vengono spesso presentati come strumenti di sostegno alle famiglie
In parte lo sono.
Ma sarebbe ingenuo non vedere anche l’altro lato del fenomeno: sempre più spesso la scuola viene chiamata a svolgere compiti che in passato appartenevano alla famiglia.
Murray Rothbard osservava che, quando un’istituzione pubblica assume una funzione sociale, può progressivamente sostituirsi ai soggetti che originariamente la esercitavano. Il rischio è che, con l’aumento delle responsabilità attribuite alla scuola, si attenui la percezione della responsabilità primaria dei genitori.
La conseguenza è un paradosso. Mentre si denuncia l’insufficienza della scuola, si continua ad affidarle un numero crescente di compiti: istruire, educare, socializzare, prevenire il disagio psicologico, compensare le fragilità familiari, contrastare le dipendenze digitali e persino supplire alla carenza di relazioni significative.
Il problema riguarda una società che, mentre chiede sempre di più alle istituzioni, sembra chiedere sempre meno agli adulti.
Nessuna istituzione può generare quel capitale morale, affettivo e relazionale che nasce all’interno di legami stabili.
La presenza quotidiana, il dialogo e la continuità delle relazioni familiari rappresentano un patrimonio educativo che non può essere ricreato artificialmente.
La famiglia non è soltanto un fatto privato. Difendere la sua centralità educativa significa dunque difendere non un modello del passato, ma una condizione essenziale della libertà presente e futura: un luogo di autogoverno e di sussidiarietà che, attraversando le trasformazioni della storia, ha continuato a rappresentare uno spazio fondamentale di affetti, relazioni e responsabilità.
È attraverso legami familiari solidi che i figli sviluppano quella fiducia in se stessi, indispensabile per affrontare la crescita, le relazioni e il percorso scolastico.
(*) Rete liberale
Aggiornato il 28 luglio 2026 alle ore 14:41
