Una comunità educante ha bisogno di maestri

Ho letto con interesse l’articolo di Gustavo Micheletti sulla comunità educante. Ne condivido l’idea centrale: la scuola non è soltanto il luogo nel quale si trasmettono conoscenze, ma uno spazio in cui insegnanti e studenti possono imparare gli uni dagli altri, attraverso il dialogo, l’ascolto e una ricerca comune.

Mi sembra però che resti aperta una domanda: che cosa rende davvero educativa quella conversazione?

Il dialogo, da solo, non basta. Si può parlare molto senza incontrarsi. Si può ascoltare senza lasciarsi cambiare. Si può persino discutere in modo impeccabile senza che nasca alcun desiderio di conoscere.

Una comunità diventa educante quando un ragazzo incontra un adulto nel quale ciò che viene insegnato non è separato dalla vita. Un insegnante non trasmette il desiderio del sapere. Lo accende. E lo accende non anzitutto con ciò che dice, ma con il modo in cui vive ciò che insegna.

L’autorevolezza non nasce dal ruolo e neppure soltanto dalla competenza, pur necessaria. Nasce quando uno studente intuisce che la letteratura, la matematica, la storia o la filosofia non sono per quell’adulto materie da amministrare, ma strumenti con i quali continua a interrogare la realtà e sé stesso.

I ragazzi non cercano insegnanti perfetti. Cercano uomini e donne dei quali potersi fidare. Adulti capaci di mostrare che conoscere non serve semplicemente a superare un’interrogazione, ma a diventare più consapevoli, più liberi, più profondamente presenti nel mondo.

Forse è per questo che, dopo molti anni, ricordiamo poco delle singole lezioni e molto di alcuni insegnanti. Non sempre erano quelli che spiegavano meglio. Erano quelli nei quali avevamo intravisto che il sapere poteva diventare una forma della vita.

Una comunità educante nasce da qui: non soltanto da persone che parlano tra loro, ma dalla presenza di qualcuno che rende desiderabile la ricerca della verità.

(*) Scrittore

Aggiornato il 24 luglio 2026 alle ore 10:54