Ze Buc

Modena, anni 80, cena Lions. Il presidente del club chiacchiera con un cronista del quotidiano locale, seduto accanto a lui. Vuole sapere questo e quell’altro, ma, in particolare, che lavoro faccia il vicino di scrivania del suo ospite.

Il quale non capisce la domanda, gli sembra ovvio che faccia il giornalista. E lui conferma l’ovvietà, ma vuole sapere quale sia il suo lavoro vero, quello che gli dà da mangiare.

Il giovane è neoprofessionista, ha sostenuto l’esame a Roma, è felice e orgoglioso della tessera rossa che gli hanno consegnato. Non guadagna molto, però con lo stipendio ha già comprato una moto. Usata, ma bella. Mentre il presidente mostra grande stupore nell’apprendere che per fare il giro di nera e occuparsi delle battaglie per il trono dell’Assopiastrelle si possa essere persino pagati.

Passano i decenni, la carta stampata è ormai virtuale, i soloni dei giornali, in genere i direttori, appaiono nelle tv e rappresentano testate ormai poco cartacee, quasi esclusivamente digitali. Il termine giornalista non è più un mito, né il sogno di tanti ragazzi che scrivevano benino alle medie: è un faidate interpretabile a piacere.

È un cestino in cui tutti possono mettere le mani e acchiappare materia che un tempo si studiava, mentre ora è affidata a interpretazioni di chiunque, non importa se alfabetizzato. Nelle grandi città si sprecano i pomeriggi illetterari in cui il divo ex-cathedra pronuncia il termine giornalista un numero di volte inversamente proporzionale alle probabilità che abbia superato il livello social e abbia pubblicato qualcosa in cui il congiuntivo abbia un posto, almeno, in loggione.

Spiega di aver sentito il bisogno di superare il racconto quotidiano e scrivere il libro che sta presentando, generalmente il terzo, anche se non ne ha mai pubblicati altri: ma l’opera prima sa troppo di battesimo, nascere imparati è una regola da rispettare, con l’avvertenza di spruzzare qua e là termini inglesi, non importa quali, fanno sempre effetto.

Il libro è un feticcio tangibile, da lasciare ai nipoti. Un parto maturo, ovviamente autobiografico, testimone di un’epoca di cui l’autore è protagonista e lo sarà sempre di più, man mano che l’alfabetizzazione perderà il suo valore. Per poi riacquistarlo, ma per merito dell’intelligenza artificiale, che racconterà senza errori un mondo senza umanità.

Tutto ciò è tristezza infinita per chi ha accettato le regole, gioito per avere avuto la fortuna di imparare un mestiere studiando e seguendo quelli bravi, cercato un proprio spazio e, a tempo debito, persino un proprio stile. Costui non ha mai pronunciato il termine giornalista, perché lo è, semplicemente. Come non ha mai precisato di essere uomo, donna, bianco, nero: si vede, basta.

Però il birignao con salatini finali e due bottiglie di quello buono, che tutti lodano ma quasi nessuno sa distinguere, funziona sempre. Essere invitati significa esistere e, una volta dentro, il copione è già scritto: si dorme a occhi aperti, si pensa ad altro, infine si compra il libro, magari pubblicato gratuitamente da Amazon. Non si immagina affatto di leggerlo, ma costa poco e poi, sotto la porta del tinello, sta di misura, e alleggerisce il cardine da cambiare.

Però, attenzione, al pomeriggio gretterario evitiamo termini antichi: il tinello si chiama living, se no quelli guardano male.

Aggiornato il 12 giugno 2026 alle ore 09:59