Ivan Cottini: “La fragilità può diventare la nostra più grande forza”

Dalla danza ai grandi palcoscenici, il ballerino racconta la sua sfida alla malattia e denuncia: “La disabilità va raccontata senza ipocrisie e pregiudizi, non solo quando conviene”.

La storia di Ivan Cottini è quella di un uomo che ha scelto di non arrendersi alla sclerosi multipla, trasformando una diagnosi difficile in un percorso di consapevolezza, coraggio e ispirazione.

Ex modello e ballerino, Ivan Cottini ha trovato proprio nella danza uno strumento per reagire alla malattia e continuare a esprimere sé stesso, arrivando a esibirsi su alcuni dei palcoscenici più prestigiosi d’Italia, da Amici al Festival di Sanremo. racconta ogni giorno una disabilità lontana dagli stereotipi, dimostrando che limiti e difficoltà non impediscono di essere protagonisti della propria vita.

In questa intervista affronta senza retorica temi spesso raccontati attraverso luoghi comuni e semplificazioni: il rapporto con la sclerosi multipla, il valore dell’inclusione, le difficoltà che ancora incontrano le persone con disabilità nel mondo del lavoro e il rischio di una narrazione pubblica fatta di ipocrisie e pregiudizi.

Tua figlia Viola è spesso al centro dei tuoi racconti. Hai detto che è stata la tua “cura”. In che modo la sua presenza ha cambiato il tuo approccio alla malattia e alla vita quotidiana?

Hai detto “è stata”, ma mia figlia è la mia cura quotidiana. Quando sono giù, quando arrivano quei momenti di smarrimento o di pianto, mi rifugio in Viola, nel suo sorriso. Ripenso alle tante cose belle che abbiamo fatto insieme e da lì riparto. Lei è la mia forza.

Quando la diagnosi di sclerosi multipla ha sconvolto i tuoi progetti di vita, c’è stato un momento preciso in cui hai capito che la danza sarebbe diventata la tua forma di rinascita?

Ho iniziato a danzare quando ero già malato. Prima della diagnosi non avevo mai ballato: lavoravo come modello e indossatore. La danza è arrivata al secondo anno di malattia e, come spesso accade, le cose più belle arrivano quando meno te le aspetti.

Era qualcosa di lontanissimo dal mio mondo. Ero il classico ragazzo che andava in discoteca e restava appoggiato al muro perché non amava né la musica né il caos. Poi mi invitarono a partecipare a una serata di beneficenza per l’AIRC: avrei dovuto semplicemente restare fermo al centro del palco mentre due ballerine danzavano attorno a me. Mi sentivo a disagio e chiesi alla coreografa di provare a inserirmi nella coreografia, nei limiti consentiti dal mio corpo. Da quel momento si è aperto un mondo. Attraverso la danza ho scoperto due cose fondamentali: che riuscivo a prendere a calci la malattia e che il ballo mi dava la forza necessaria per affrontarla ogni giorno.

Le tue esibizioni dimostrano che anche la fragilità può trasformarsi in forza. Quale messaggio vuoi trasmettere a chi convive con una malattia cronica o una disabilità?

Il consiglio che posso dare è di cercare, anche nella difficoltà e nella sofferenza, un’opportunità per reinventarsi. Dobbiamo trasformare ciò che sembra un limite in un punto di forza, esattamente come ho cercato di fare io.

La danza ti ha portato su palcoscenici importanti, da “Amici” al Festival di Sanremo. Qual è stata l’emozione più intensa del tuo percorso?

Probabilmente “Amici”. In quel programma mi lasciavano essere semplicemente Ivan, senza istruzioni o copioni. Potevo raccontarmi liberamente e arrivare a tantissimi giovani che fino a quel momento vivevano la propria disabilità chiusi tra le mura di casa.

Viviamo in una società che spesso pretende persone perfette, performanti e tutte uguali. Vedere qualcuno che sale sul palco, balla nonostante le difficoltà e racconta senza vergogna la propria realtà può fare la differenza.

Ancora oggi ricevo lettere da ragazzi e genitori che mi raccontano come, vedendomi, abbiano trovato il coraggio di inseguire i propri sogni senza paura del giudizio degli altri.

Grazie alla danza hai incontrato personalità come Papa Francesco e il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Quale incontro ti ha emozionato di più?

Ogni incontro ti emoziona in modo diverso. Quello con Papa Francesco è stato speciale, soprattutto perché Viola è stata battezzata da lui. Ancora oggi mi vengono i brividi a pensarci. Vedere mia figlia presa in braccio, baciata e sollevata dal Papa è stata un’emozione indescrivibile.

Anche l’incontro con il Presidente Mattarella è stato bellissimo. Arrivare al Quirinale e vedere i corazzieri mette soggezione, ma lui è riuscito immediatamente a farmi sentire a mio agio. Abbiamo parlato delle sue esperienze personali e della sua passione per il tennis. Due incontri che porterò sempre nel cuore.

Hai scelto di raccontare pubblicamente la tua esperienza con la sclerosi multipla. Quanto è importante dare visibilità a questa malattia?

È fondamentale. Raccontare come vivo e affronto la sclerosi multipla può aiutare chi si trova nelle prime fasi della diagnosi e dell’accettazione. Voglio dimostrare che si può vivere bene anche con questa malattia.

Non nego che sia pesante dal punto di vista psicologico, ma la vita è una sola e va vissuta fino in fondo. Attraverso i social provo a mostrare che ogni giorno è possibile vincere una piccola battaglia.

Quali valori cerchi di trasmettere attraverso la danza e il tuo impegno testimoniale?

Cerco di mostrare che, nonostante tutto, si può continuare a essere protagonisti della propria vita. Molte persone, dopo la diagnosi, scelgono di fermarsi. Io invece voglio dimostrare che si può e si deve continuare a vivere, anche quando ci sono importanti difficoltà motorie.

Secondo te l’Italia è oggi un Paese realmente inclusivo nei confronti delle persone con disabilità?

È una bella domanda. Frequentando moltissime scuole, noto che tra i giovani questa barriera culturale si è molto ridotta. Le difficoltà maggiori le vedo ancora nel mondo degli adulti. C’è sicuramente tanto lavoro da fare per costruire una cultura dell’inclusione più diffusa.

Quali cambiamenti consideri più urgenti per garantire pari opportunità?

Renderei molto più semplice l’inserimento lavorativo delle persone con disabilità. Oggi trovare lavoro è spesso una vera odissea. Molte aziende preferiscono pagare le sanzioni previste dalla legge piuttosto che investire negli adeguamenti necessari per assumere persone con disabilità. Questo rappresenta un problema enorme che andrebbe affrontato con maggiore decisione a livello normativo e culturale.

Pensi che esista ancora una certa ipocrisia o una strumentalizzazione della disabilità?

Sì, l’ho vista molte volte, anche sulla mia pelle. La disabilità viene spesso tirata fuori nei momenti politicamente convenienti, quando può portare consenso o visibilità, per poi essere dimenticata per anni.

Essendo un tema che coinvolge milioni di persone, viene talvolta utilizzato come strumento di comunicazione più che come una reale priorità sociale.

Nel corso degli anni hai ricevuto anche insulti e minacce. Perché, secondo te?

Perché porto in televisione un’immagine diversa della malattia. Non vado a raccontare una persona che si piange addosso, ma qualcuno che cerca di reagire e di vivere pienamente.

Per alcune persone che vivono ancora la disabilità con molta rabbia e sofferenza, vedere qualcuno che affronta la situazione in questo modo può risultare destabilizzante. Credo che molte delle critiche ricevute nascano proprio da questo.

Pensi che sia necessario cambiare il modo di raccontare la disabilità?

Assolutamente sì. Oggi non mi sento né disabile né malato. Ho delle difficoltà, certo, ma riesco a fare tutto ciò che desidero, semplicemente organizzandomi meglio.

Ricordo che una volta il giornalista Alberto Matano mi chiese se mi sarebbe piaciuto tornare “normale”. Gli risposi: “Perché, io non sono normale?”. Forse voleva dire “non malato”. Ma la verità è che ormai questa è la mia vita. Tornare indietro mi farebbe persino paura, perché sono diventato la persona che sono anche grazie a questo percorso.

Massimo Giannini, criticando il governo Meloni, ha utilizzato una frase che ha fatto discutere: “Se passa gli ultimi vent’anni della sua esistenza immobile, su una sedia a rotelle, a non fare nulla, è inutile che sia vissuto così tanto”. Pensi che quelle rivelino un pregiudizio ancora radicato nel mondo mediatico e culturale verso la disabilità?

La disabilità è una realtà che si affronta ogni giorno e che spesso viene compresa solo quando la si incontra davvero. Credo che certe affermazioni nascano da una conoscenza limitata di questo mondo.

Chi vive una condizione di disabilità continua ad avere desideri, obiettivi, relazioni, passioni e una vita piena. È importante ricordarlo sempre. E spero che anche persone che la pensano come lui possano ricredersi.

Aggiornato il 12 giugno 2026 alle ore 12:06