Infinita Dignitas, non solo aiuto ma vicinanza spirituale

Nel cuore dell’Ucraina orientale, a pochi chilometri dal fronte, esiste una realtà che unisce cura medica, sostegno psicologico e presenza umana: Infinita Dignitas. Fondata nel 2024 da Paul Vazeux insieme a un team internazionale, l’associazione opera nelle regioni di Kharkiv e Sumy portando assistenza sanitaria attraverso cliniche mobili e accompagnando bambini e famiglie segnati dalla guerra con percorsi di equiterapia.

In un contesto dove l’accesso alle cure è spesso impossibile e il trauma è diffuso, il lavoro di Infinita Dignitas si distingue per un approccio che integra aiuto concreto e vicinanza spirituale, in quella che può essere definita una vera e propria “pastorale della consolazione”.

In questa intervista, Paul Vazeux ci racconta la nascita della missione, le sfide quotidiane sul campo ˗ inclusi i rischi legati alla guerra ˗ e il significato profondo del restituire dignità a chi ha perso tutto.

Qual è stata l’esperienza personale o spirituale che l’ha portata a fondare Infinita Dignitas nel contesto della guerra in Ucraina, e quale bisogno specifico ha percepito come più urgente?

La mia storia personale mi ha in qualche modo predisposto, una volta adulto, a intervenire in contesti di guerra per aiutare le popolazioni vulnerabili. Sono cresciuto in Africa in una famiglia di nove figli di genitori missionari che hanno dato tutto per il servizio della Chiesa e l’evangelizzazione. Da bambino ero affascinato dai grandi santi. Dopo aver visto Fratello Sole di Zefirelli, ho tentato una fuga con il mio fratellino per andare a vivere nelle baraccopoli di Douala in Camerun, per imitare il povero di Assisi. A 16 anni mi sono innamorato di Gesù e ho voluto consacrargli la mia vita. A 18 anni sono entrato nel seminario Redemptoris Mater e a 21 mi sono immerso per 4 anni nel silenzio di un’abbazia trappista. Purtroppo, a 25 anni mi sono ammalato gravemente e ho visto i miei sogni di vocazione religiosa andare in frantumi. Ho quindi studiato teologia e filosofia per diventare insegnante prima in un liceo e poi all’università di Strasburgo, dove ho presentato una tesi sulla dimensione religiosa del comunismo e del nazionalismo russo. Ma nel marzo 2020 a Strasburgo, la mia città natale, sono rimasto colpito dalla miseria delle persone in strada abbandonate quando è scoppiata la pandemia di Covid-19.

Ho quindi creato Les Vélos du Cœur (Le bici del cuore), una Ong locale che distribuisce ogni sera pasti caldi alle persone senza fissa dimora e ai migranti (oggi questa associazione fa parte della Caritas locale). È la mia prima esperienza caritativa, artigianale, ma mi aiuterà nel 2022 a riunire rapidamente dei volontari per sostenere l’Ucraina. Sarebbe troppo lungo raccontare qui come tutto è iniziato e come ci siamo sviluppati. All’inizio era per rispondere a una richiesta di aiuto puntuale da parte di sacerdoti cattolici in una parrocchia di Kiev, portando loro un po’ di aiuto umanitario. Era solo uno slancio del cuore senza pianificazione. Poi ha cominciato a crescere come un seme di senape. A un certo punto abbiamo avuto paura: e se tutto questo derivasse dalla ricerca di vana gloria? L’importante per noi era servire la Chiesa e i poveri e amare Cristo.

Siamo andati a trovare il nunzio apostolico in Ucraina e il vescovo di Kharkiv, che ci hanno dato la loro benedizione. Il vescovo di Kharkiv ha scelto il nostro nome “Dignitas” e ci ha detto: “Non ponetevi troppe domande: piantate il seme e, se viene da Dio, diventerà un bell’albero”. 

Da quando abbiamo riposto fiducia in queste parole del vescovo, il 22 agosto 2024 Dignitas si è sviluppata molto rapidamente, passando da 200 persone visitate al mese da una clinica mobile a 2000 pazienti visitati ogni mese a domicilio, grazie a 4 cliniche mobili che includono 5 volontari internazionali e 20 medici e infermieri ucraini.

Le vostre cliniche mobili operano a pochi chilometri dal fronte: quali sono le principali sfide quotidiane – logistiche, umane e di sicurezza – e come riuscite a garantire continuità alle cure?

Forniamo assistenza medica di qualità agli anziani con disabilità o a mobilità ridotta che vivono ancora nelle zone rurali, a una distanza compresa tra i 10 e i 50 km dal fronte. Li visitiamo ogni mese e li trasportiamo all’ospedale di Kharkiv o Sumy se le loro condizioni di salute peggiorano. Le sfide sono soprattutto di natura logistica e di sicurezza. Le condizioni delle strade sono terribili: danneggiate dai carri armati, piene di buche, con ponti distrutti e mine abbandonate... Le ambulanze non reggono bene su questo terreno, quindi utilizziamo piuttosto veicoli 4x4 per spostarci. Il pericolo principale sono diventati i droni russi che prendono di mira deliberatamente i civili e gli operatori umanitari. Per rafforzare la nostra sicurezza utilizziamo detettori di droni che ci permettono di anticipare questo tipo di attacco espellendoci dal veicolo prima dell’impatto, e siamo in contatto con le autorità militari che ci segnalano quali strade e in quale momento possiamo percorrerle.

La vostra clinica medica mobile è stata attaccata da un drone russo: può raccontarci cosa è accaduto e come questo episodio ha cambiato il vostro modo di operare e la percezione del rischio?

Le strade ucraine vicino al fronte sono ricoperte di reti da pesca che ci proteggono dai droni russi. Il problema è che i russi ricorrono continuamente a nuovi metodi ingegnosi per colpire non solo i veicoli militari, ma anche quelli civili e umanitari. Il nostro veicolo è chiaramente identificato come mezzo medico umanitario e reca il logo del Vaticano, che ci cofinanzia. Otto giorni fa la nostra clinica mobile stava andando in missione in un villaggio situato a 20 km dal fronte quando un drone ha sganciato una granata dal cielo ed è esplosa proprio davanti al veicolo medico. L'esplosione ha danneggiato il veicolo. Miracolosamente nessuno è rimasto ferito, ma eravamo sotto shock. Tuttavia, ciò non indebolisce la nostra determinazione ad aiutare le popolazioni vulnerabili ucraine e continuiamo le nostre missioni raddoppiando le precauzioni. Abbiamo aperto una raccolta fondi per acquistare un veicolo medico blindato che proteggerà meglio le nostre squadre in caso di nuovi attacchi.

In che modo l’equiterapia contribuisce alla guarigione dei traumi nei bambini e quali cambiamenti concreti osservate nel loro comportamento e nel loro benessere?

Nel nord-est dell Ucraina i bombardamenti sono costanti, le scuole sono chiuse a causa della guerra, ci sono solo lezioni online per bambini che erano già stati confinati durante la pandemia di Covid-19. Ciò genera nei bambini effetti psicosociali deleteri. Il contatto con il mondo esterno, con la natura, permette loro di uscire da questa bolla virtuale. Il contatto con i cavalli e con gli altri bambini li apre a un’alterità. L’equiterapia si inserisce in un approccio terapeutico in cui il cavallo assume il ruolo di mediatore terapeutico. Queste sessioni aiutano a ridurre i sintomi psicopatologici e procurano un senso di benessere e conforto ai bambini pesantemente colpiti dalla guerra. I bambini trascorrono l’intera giornata a contatto con gli equini, dando loro da mangiare, spazzolandoli, montandoli, parlando loro o semplicemente osservandoli. Attraverso esercizi progressivi, si crea un legame affettivo e fisico che va oltre le parole. I bambini si rilassano a contatto con i cavalli; per un istante, l’aggressione russa viene dimenticata, si abbandonano, ritrovano la pace; si ristabilisce qualcosa che ha a che fare con la fiducia e la spensieratezza tipiche dell’infanzia. (Nel 2025, oltre 600 bambini e 200 madri della regione di Kharkiv hanno beneficiato del programma “Horses4Health” nel corso di 40 sessioni collettive di equiterapia organizzate dal team di Dignitas Ucraina.)

Infinita Dignitas unisce assistenza medica e presenza spirituale: cosa significa per lei “ridare dignità” alle persone colpite dalla guerra, e quale futuro immagina per questa missione?

Nelle zone di guerra rimangono gli anziani che non sono riusciti a fuggire. Sono in fin di vita. Disabili. Abbandonati. Dunque, si potrebbe pensare: a che serve rischiare la vita di nostri volontari francesi, spagnoli, italiani, giovani che hanno ancora tutta la vita davanti a sé, per aggiungere due o tre anni di aspettativa di vita ad anziani in fin di vita? Questo ragionamento seducente è il frutto insidioso della nostra società orientata all’efficienza, dove le persone vulnerabili sono considerate subumane. Quell’oblio antropologico del valore ontologico della persona umana è duplicato dal falso sentimentalismo generato dai social network: “Oh, povero mio, stai soffrendo così tanto, questa non è una vita dignitosa”, “allunga il braccio per la flebo”, “per compassione ti praticheremo l’eutanasia”.

Oggi si è una persona importante, degna, se si è un bel giovane imprenditore iperattivo e iperconnesso che fa yoga al mattino, e condivide il suo stile di vita sano con la sua community di follower su Instagram. Eppure, la nostra dignità di persona non dipende da ciò che facciamo e del nostro apparire, ma deriva ontologicamente dal nostro essere creati a immagine divina. E cosa costituisce questa somiglianza divina: la nostra apertura all’altro, la nostra capacità di relazionarci, di donarci: come l’amore delle tre persone divine che si accolgono e si donano l’una all’altra in una gioia indicibile ed eterna. Queste riflessioni metafisiche per dire che, amando questi vecchietti, fornendo loro assistenza medica e una presenza amorevole, entriamo in profonda connessione con ciò che ci rende umani e restituiamo dignità a queste persone vulnerabili che vivono sotto i continui bombardamenti russi (in condizioni indegne: senza acqua corrente, elettricità, riscaldamento e senza accesso alle cure mediche più elementari). E questa dignità non ha prezzo. È infinita.

È certo che dopo la guerra dovremo adattare le nostre missioni all’evoluzione delle reali esigenze delle popolazioni. Se gli ospedali saranno ricostruiti, interromperemo le cliniche mobili e ci concentreremo, ad esempio, sul sostegno psicologico ai veterani. Il lavoro non mancherà nel campo della terapia, poiché questi anni di guerra avranno lasciato sequele psicologiche profonde e durature. Non escludiamo di recarci in altri teatri di conflitto, anche in Medio Oriente e in Africa. Ma vedremo dove ci chiameranno i bisogni e il Signore.

Aggiornato il 24 marzo 2026 alle ore 10:34