Auschwitz ci guarda ancora

Il Viaggio della Memoria porta 150 studenti romani nei luoghi della Shoah: una lezione necessaria in un tempo segnato da conflitti, antisemitismo e nuove tensioni sociali

Ci sono viaggi che si fanno con uno zaino. E poi ci sono viaggi che si fanno con la coscienza. Il 18 marzo, circa 150 studenti di Roma e della Città Metropolitana sono partiti per il Viaggio della Memoria, diretti verso i luoghi dove l’Europa ha conosciuto uno dei punti più bassi della sua storia: il campo di sterminio di Auschwitz-Birkenau State Museum.

Li accompagnano insegnanti, rappresentanti delle istituzioni e della società civile. Ma soprattutto li accompagna una responsabilità: quella di guardare in faccia la storia senza filtri, senza retorica, senza distanza.

Insieme ai giovani anche una delegazione istituzionale guidata dal sindaco di Roma Roberto Gualtieri. Con lui l’assessore alla Cultura Massimiliano Smeriglio, l’assessora alla Scuola Claudia Pratelli, l’assessora alle Politiche Sociali Barbara Funari, il consigliere delegato della Città Metropolitana Daniele Parrucci e il presidente della Comunità Ebraica di Roma Victor Fadlun. Con loro anche rappresentanti dell’Associazione Nazionale Ex Deportati nei Campi Nazisti e dell’Associazione Nazionale Partigiani d’Italia, custodi di una memoria che non può e non deve essere delegata soltanto ai libri di storia.

Accanto a loro, Mario Venezia, presidente del Museo della Shoah di Roma, che da anni promuove attività che vanno da incontri, conferenze e progetti rivolti a scuole, cittadini e istituzioni, con l’obiettivo di mantenere viva la memoria della Shoah e delle persecuzioni naziste. Il suo impegno trasforma ogni iniziativa in un’occasione di riflessione profonda, stimolando i partecipanti a confrontarsi con la storia senza filtri e senza retorica.

Tra gli studenti ragazze e ragazzi provenienti da numerose scuole di Roma e provincia, comprese delegazioni della scuola ebraica e gruppi di studenti tedeschi e polacchi. Una presenza che ricorda una verità fondamentale: la Shoah non è soltanto una tragedia ebraica. È una tragedia europea. È la dimostrazione di quanto fragile possa diventare una civiltà quando smette di riconoscere il valore della dignità umana.

E proprio per questo il Viaggio della Memoria non è mai stato così necessario come oggi. Viviamo anni inquieti. Guerre devastanti sono tornate a colpire il cuore dell’Europa, del Mediterraneo e del Medio Oriente. Le tensioni internazionali si moltiplicano, le società si polarizzano, le parole diventano sempre più violente. In molte città del mondo – anche in Europa – assistiamo da tempo a proteste, scontri, radicalizzazioni ideologiche che dividono e alimentano diffidenze reciproche.

L’antisemitismo, che molti pensavano relegato ai margini della storia, è riemerso con forza. Attacchi, minacce, slogan d’odio tornano a circolare nelle piazze e sui social network. Ma insieme all’antisemitismo riemerge qualcosa di ancora più pericoloso: l’abitudine all’odio, la normalizzazione della disumanizzazione.

Ed è proprio così che comincia sempre. Non con i campi di sterminio. Non con i treni. Non con i numeri tatuati sulla pelle. Comincia con le parole. Comincia quando qualcuno viene definito un problema. Quando una minoranza viene trasformata in capro espiatorio. Quando si smette di vedere nell’altro un essere umano.

Auschwitz non è nato in un giorno. È nato lentamente, dentro società che si consideravano civili, moderne, colte. È nato dentro un’Europa convinta della propria superiorità culturale. Ed è proprio questa consapevolezza che rende quei luoghi così sconvolgenti.

Perché ad Auschwitz non è stata assassinata soltanto la vita di milioni di persone. È stata assassinata l’idea stessa di umanità.

Nei campi nazisti non morirono soltanto gli ebrei. Furono perseguitati e sterminati anche rom e sinti, persone con disabilità, oppositori politici, omosessuali e molte altre minoranze considerate “indesiderabili”. Ricordare significa anche restituire voce a chi troppo spesso è rimasto ai margini della memoria.

Ma il valore più profondo di questo viaggio non è soltanto ciò che i ragazzi vedranno. È ciò che porteranno con sé al ritorno. Camminare lungo i binari di Birkenau, attraversare i cancelli di Auschwitz, vedere le baracche, i resti delle camere a gas, gli oggetti appartenuti alle vittime significa confrontarsi con una verità che nessun libro può trasmettere completamente: l’odio organizzato può distruggere intere civiltà.

E allora la domanda che ci accompagna non è soltanto cosa è accaduto. La domanda è: cosa stiamo facendo oggi per impedire che accada di nuovo? Perché la memoria non è un rito annuale. Non è una cerimonia. Non è una ricorrenza da calendario. La memoria è una responsabilità quotidiana. Sta nel modo in cui scegliamo le parole. Nel modo in cui difendiamo i diritti. Nel modo in cui reagiamo davanti all’ingiustizia, al razzismo, alla discriminazione.

Anche io, come negli anni passati, ho scelto di partecipare a questo viaggio insieme agli studenti. Tornare in questi luoghi non è mai semplice. Ogni volta è un confronto profondo con la storia e con noi stessi. Ma è proprio questo il motivo per cui è necessario esserci: per ascoltare, per testimoniare, per ricordare insieme a chi rappresenta il futuro.

Questi ragazzi tornano in Italia non con il ricordo di un viaggio, ma con uno sguardo diverso sul mondo. Con la consapevolezza che la democrazia, la libertà, il rispetto reciproco non sono conquiste definitive ma equilibri fragili, che ogni generazione ha il dovere di difendere.

Ed è proprio questo il senso più autentico del Viaggio della Memoria: trasformare il ricordo in responsabilità, il passato in coscienza, la storia in futuro. Perché Auschwitz non è soltanto un luogo, ma uno specchio che ci obbliga a guardare il presente. E a chiederci, ogni giorno, da che parte della storia vogliamo stare.

 

Aggiornato il 17 marzo 2026 alle ore 12:01