C’è un’immagine che la retorica militare ha cristallizzato nei secoli: il Carabiniere come un monolite, un’armatura d’acciaio impenetrabile alle emozioni, pronta a tutto tranne che a cedere. Ma dietro quell’acciaio, spesso, si è consumata una tragedia silenziosa, una strage silenziosa di cui si poteva parlare solo a bassa voce, nei corridoi, come se la sofferenza fosse una macchia sull’uniforme. Qualche giorno fa, il Generale di corpo d’armata Salvatore Luongo, Comandante Generale dell’Arma, ha sferrato uno schiaffo a questa ipocrisia. Con una lettera che definire “toccante” è riduttivo, ha squarciato il velo su quello che per troppo tempo è stato il tabù supremo: il suicidio nelle fila dell’Arma.
LA FINE DEL “CODICE DEL SILENZIO”
Per anni, il dogma è stato quello della negazione. Ammettere una fragilità psichica significava spesso la fine della carriera, la revoca dell’arma d’ordinanza, l’isolamento dai colleghi. Un sistema che, nel tentativo di proteggere la propria immagine di efficienza, finiva per condannare i propri uomini e donne alla solitudine più nera. Il Generale Luongo ha scelto di non essere un burocrate del comando, ma un leader d’anima. La sua non è una circolare, è un atto di accusa contro l’indifferenza.
Luongo dice basta al mito del carabiniere d’acciaio. Riconosce che il peso di ciò che si vede in strada ‒ la morte, la violenza, il degrado ‒ lascia cicatrici che non guariscono con un ordine del giorno. Non ci sono “eroi caduti”, ci sono esseri umani spezzati. E la colpa, suggerisce il Generale, risiede anche in una struttura che deve imparare ad ascoltare prima che il grido diventi silenzio eterno.
UN ATTO DI SPRONO CHE SCUOTE LE CASERME
Questa lettera ha un senso forte perché è un invito alla ribellione contro l’indifferenza. Luongo non chiede solo “supporto psicologico”, chiede un cambio di paradigma culturale. Sprona i comandanti a ogni livello a guardare negli occhi i propri sottoposti, non per controllarne la tenuta della divisa, ma per leggerne l’anima. È un gesto istituzionale dal fortissimo significato: il vertice dell’Arma ammette che “la propria forza non risiede nell’invulnerabilità, ma nella capacità di proteggere i propri fragili”.
IL DOVERE DI UNA STAMPA CHE NON FA SCONTI
Noi, almeno qui a L’Opinione, sentiamo il dovere morale di far rimbalzare questo messaggio. Non come un semplice fatto di cronaca, ma come il segnale di una rivoluzione interna. Parlare di suicidi nell’Arma non significa infangare l’istituzione; al contrario, significa onorarla. Significa pretendere che chi serve lo Stato non debba morire di solitudine in nome di un malinteso senso del dovere. La lettera di Luongo è un atto di coraggio inedito. È la dimostrazione che l’Arma è finalmente pronta a mettersi in discussione, a guardarsi allo specchio e a curare le proprie ferite invece di nasconderle sotto una medaglia.
LA SFIDA DEL DOMANI
Il tabù è rotto, ma il lavoro è appena iniziato. Ora la sfida passa dal foglio di carta alla realtà delle stazioni territoriali, dove la pressione è massima e il sostegno spesso difficile da concretizzare. Il Generale ha indicato la via: l’umanità non è un optional della divisa, ne è il cuore.
Aggiornato il 12 marzo 2026 alle ore 12:18
