Medicina a km 0

Nel complesso universo delle dipendenze e dei disturbi alimentari, bulimia e anoressia, una delle dinamiche più difficili da comprendere per i familiari e meno percepita è quella del “ricatto emotivo”. Minacce, comportamenti estremi, richieste pressanti o atteggiamenti sottili e manipolatori possono infatti emergere nelle relazioni quotidiane con chi soffre di un disturbo alimentare o di una dipendenza dall’alcol. 

Ma cosa accade davvero nel cervello di queste persone? Si tratta di un comportamento deliberato oppure di una risposta automatica legata alla sofferenza psichica e ai meccanismi neurobiologici della dipendenza?

Su questo terreno complesso si muove la riflessione del professor Giulio Mairaneurochirurgo di fama internazionale, che da anni si occupa di comprendere il funzionamento del cervello umano e le sue implicazioni anche nei comportamenti e nelle patologie neurologiche e psichiatriche.

Le neuroscienze oggi suggeriscono che molti dei comportamenti che appaiono manipolatori nelle persone con disturbi alimentari o dipendenze non sono necessariamente frutto di una strategia consapevole o di una volontà deliberata di ferire o controllare gli altri. Piuttosto, possono essere l’espressione di una profonda disregolazione emotiva, in cui il cervello fatica a modulare le emozioni e gli impulsi.

Durante le fasi di crisi – ad esempio nel bisogno compulsivo di alcol o nel rapporto patologico con il cibo – il sistema cerebrale entra in una condizione di forte stress. Le aree coinvolte nel controllo razionale e nell’autoregolazione, come la corteccia prefrontale, tendono a ridurre la loro attività. Al contrario, strutture più antiche e legate alla gestione delle emozioni intense, come l’amigdala, possono diventare iperattive. In questo squilibrio neurobiologico, il comportamento può assumere forme estreme e manipolatorie.

Frasi come “mi servirebbe questa cosa, ma non ti preoccupare se non puoi” o arrivare anche alle battute pesanti, o alle minacce più o meno velate, rivolte ai familiari non sempre rappresentano una vera volontà di ricatto. Spesso sono tentativi disperati di mantenere un equilibrio emotivo fragile, o di evitare la sofferenza generata dall’astinenza, dal senso di perdita di controllo o da traumi emotivi più profondi.

In questo scenario la famiglia diventa inevitabilmente parte della dinamica, un bersaglio ideale. I familiari, spinti dall’affetto, dalla paura e dalla solitudine, possono sviluppare comportamenti di adattamento alla malattia, finendo talvolta per assecondare involontariamente i meccanismi del disturbo.

Comprendere queste dinamiche significa cambiare prospettiva: non si tratta di giustificare il comportamento, ma di riconoscerne le radici neurobiologiche ed emotive. Solo così è possibile costruire percorsi terapeutici efficaci che coinvolgano sia la persona che soffre del disturbo sia il suo contesto familiare.

Nella video intervista che segue all'interno di questo articolo, il professor Maira ci guiderà proprio dentro questi meccanismi, aiutandoci a capire quanto il cervello, le emozioni e le relazioni siano profondamente intrecciati nelle dipendenze e nei disturbi del comportamento alimentare.

Aggiornato il 11 marzo 2026 alle ore 14:10