Oggi – per una sorta di dovere morale e perfino sociale – dobbiamo stare tutti dalla parte di Sal Da Vinci. Preciso: non ho guardato un solo minuto del Festival di Sanremo, anche perché è difficile che una canzonetta mi piaccia, tanto meno negli ultimi anni. Tuttavia, vengo indotto a una difesa d’ufficio del vincitore di quest’anno, perché dopo la sua vittoria, si è scatenata una polemica da più versanti, ma da tutti in modo concorde per ribadire che la canzone non vale nulla e che praticamente lui avrebbe vinto quasi per errore dei giurati chiamati a votare. Ha cominciato un giornalista a me sconosciuto in una trasmissione pomeridiana di Rai 1 nel corso della quale si affermava che Sal avesse vinto perché votato dalla Sala stampa. Ebbene, il giornalista si è affrettato a ribellarsi per discolparsi, ripetendo che la Sala stampa non avesse alcuna “colpa” nella vittoria di quel cantante, il quale invece, era stato favorito dal voto popolare. Avete capito bene l’assurdità manifesta in queste parole: la Sala stampa non ha “colpa” di quella vittoria. Il che suppone che una tale vittoria fosse cosa da ritenere negativa e, in qualche modo, non degna di un palcoscenico come quello dell’Ariston.
L’apoteosi di una tale forma di perbenismo intellettualoide viene però raggiunta da Aldo Cazzullo, il quale, non in uno ma in ben due interventi, rispondendo ad alcuni lettori del Corriere della Sera, arriva ad affermare che la canzone vincitrice è banale e scontata e che potrebbe essere la colonna sonora di un matrimonio della camorra. Aggiunge che, dal momento che Sal da Vinci ha vinto Sanremo con questa canzone, allora vuol dire che ormai chiunque in Italia può impunemente fare qualunque cosa: il tecnico della Nazionale, il presidente del Consiglio, il capo dell’opposizione, il capo dello Stato. Si impongono brevi note critiche. Prima nota. Da che pulpito viene la predica. Cazzullo osa cioè criticare la vittoria di Sal perché oggi chiunque può fare qualunque cosa, anche vincere Sanremo. Che dire, allora, di Cazzullo, la cui produzione libresca appare di giorno in giorno più elefantiaca e differenziata al punto che definirlo “tuttologo” appare riduttivo? Non esiste campo dello scibile umano – fatta eccezione, per ora, della trigonometria e della fisica quantistica – a proposito del quale Cazzullo non abbia scritto un libro di centinaia di pagine: si è occupato di biblistica, di storia, di politologia, di letteratura, di biografie, di sociologia. Non manca nulla o quasi. Per non parlare poi degli interventi televisivi di Cazzullo, in cui lo si vede spaziare, con leggerezza e disinvoltura, da Giulio Cesare a Lorenzo il Magnifico, da Benito Mussolini a Caravaggio.
Sicché, appare quasi comico che uno così critichi Sal, accusandolo di una sorta di qualunquismo canoro, mentre proprio lui sembra il più perfetto esemplare di un molto più discutibile, pervasivo e duraturo qualunquismo pseudo-culturale. Seconda nota. Affiancare Sal e la sua canzone alla camorra rappresenta certo una caduta di stile e di qualità argomentativa, ma di ciò Cazzullo non si può evidentemente far carico probabilmente perché troppo occupato a scrivere il suo prossimo libro (forse di ornitologia?). Terza nota. Sorge il dubbio che questo ineffabile e diffuso fastidio per la vittoria di Sal sia frutto di alcune circostanze che fino a pochi mesi fa sembravano impossibili: Sal, infatti, canta in lingua italiana (e non in quella astrusa e ibrida mescolanza di inglese e neoamericano che accompagna molte delle moderne canzonette); pronuncia le parole in modo comprensibile (e, a differenza di altri canzonettisti, non le divora mentre le pronuncia); si veste – incredibile a vedersi! – in giacca e cravatta (e non come un clown ubriaco, come tanti altri); infine, la musica è orecchiabile e perciò cantabile, per chi voglia, sotto la doccia o in fila nel traffico (e non è un’accozzaglia di urla e di rumore al ritmo tribale di una ossessiva percussione senza fine) e osa addirittura celebrare l’unione matrimoniale eterosessuale (senza cedere alla solita moda ideologica ormai vincolante delle unioni omosessuali).
Tutto questo risulta intollerabile per la “intellighenzia” nostrana del politicamente corretto – alla quale appartiene Cazzullo – che vede cose del genere come espressione di dimensioni popolaresche e perciò inadatte a chi, come questi sedicenti intellettuali alto-borghesi di sinistra che al polso hanno però un prezioso Rolex, ha la puzza sotto il naso, nutrendosi di libri di taglio divulgativo quali elevate fonti culturali, perché non conosce e non frequenta lo spessore della cultura vera. Insomma, il fastidio per la vittoria di Sal da Vinci certifica, ancora una volta, come il pensiero dominante in Italia sia sempre lo stesso: un pensiero autoreferenziale e rancoroso, fintamente intellettuale per occultare la povertà di cui si nutre e soprattutto che detesta il popolo e la sua anima. Anzi, che la disprezza. E che invece consacra i Måneskin, vincitori nel 2021 e osannati da masse deliranti. Ma su di essi pesa come un macigno il giudizio di Uto Ughi che li bollò come “un insulto alla cultura e all’arte”. Con buona pace di Cazzullo.
Aggiornato il 06 marzo 2026 alle ore 21:00
