Cronaca di un dissesto idrogeologico annunciato

Per oltre venticinque anni l’Italia ha dichiarato il dissesto idrogeologico una priorità nazionale, ma i numeri raccontano una storia diversa, fatta di interventi frammentari, cantieri incompiuti e popolazioni ancora esposte a rischi gravissimi.

Dal 1999 al 2025 gli investimenti destinati alla riduzione del rischio idrogeologico si sono attestati mediamente allo 0,05 per cento del Pil, una quota marginale se rapportata all’estensione del problema e ai costi umani, economici e ambientali che frane e alluvioni continuano a produrre con cadenza quasi stagionale. Una spesa strutturalmente insufficiente che, nonostante l’accumularsi di emergenze e tragedie, non ha mai conosciuto un vero salto di scala.

Le risorse, in termini pro capite, sono state indirizzate prevalentemente verso le regioni con una maggiore percentuale di popolazione esposta al rischio frana, ma questa apparente razionalità allocativa si è scontrata con un dato allarmante: solo il 46 per cento degli importi complessivamente programmati riguarda opere effettivamente concluse o almeno in fase di esecuzione.

In altre parole, più della metà degli investimenti resta sulla carta, dispersa tra progettazioni preliminari, iter autorizzativi interminabili e fondi bloccati nei meandri della burocrazia e il quadro diventa ancora più critico se si guarda alla distribuzione territoriale.

Al Sud, dove il costo medio per progetto risulta più elevato, la quota di investimenti tradotti in cantieri avviati o opere completate è inferiore alla media nazionale, segno di una fragilità amministrativa che amplifica il divario infrastrutturale e trasforma le aree già più vulnerabili in territori cronicamente esposti al pericolo.

Negli anni si sono susseguiti governi di ogni colore politico, ciascuno accompagnato da piani straordinari, programmi nazionali, commissariamenti e annunci di svolta definitiva.

Eppure, al di là delle sigle e delle conferenze stampa, le difficoltà nel portare a termine gli interventi programmati restano una costante, quasi una cifra strutturale dell’azione pubblica in materia di difesa del suolo.

La conseguenza più grave di questa inefficienza non è solo il ritardo delle opere, ma il fallimento dell’obiettivo fondamentale: ridurre concretamente l’esposizione della popolazione al rischio.

I dati lo confermano senza ambiguità. Nel 2024 il 2,2 per cento degli italiani viveva ancora in aree a elevato rischio frana, una percentuale persino leggermente superiore a quella registrata nel 2015.

Inoltre, analogamente, nel 2021 il 4,1 per cento della popolazione risultava residente in zone a elevato rischio di alluvione, contro il 3,2 per cento di sei anni prima.

Anziché arretrare, il rischio avanza, alimentato dal consumo di suolo, dall’abbandono delle aree interne e dall’intensificarsi degli eventi climatici estremi.

Quindi, è in questo contesto che la recente e impressionante frana che continua a interessare il Comune di Niscemi, in Sicilia, ha riacceso i riflettori su una questione che troppo spesso torna alla ribalta solo dopo l’ennesima emergenza.

L’elenco è allarmante, case lesionate, famiglie evacuate, strade interrotte, si tratta di un copione già visto che si ripete mentre le responsabilità si disperdono tra competenze sovrapposte e rimpalli istituzionali.

Secondo l’ultimo rapporto dell’Ispra, il 23 per cento del territorio italiano è classificato come “a pericolosità da frana”, una quota enorme se si considera che su queste aree vive quasi il 10 per cento della popolazione.

Tuttavia, il dato forse più inquietante riguarda la dimensione sistemica del problema, ossia il 95 per cento dei comuni italiani presenta almeno una porzione del proprio territorio esposta a frane, alluvioni, valanghe o erosione costiera.

Non si tratta dunque di eccezioni o di territori sfortunati, bensì di una condizione diffusa che investe quasi l’intero Paese e alla luce di questi numeri, la narrazione dell’emergenza appare sempre più come un alibi.

Il dissesto idrogeologico in Italia non è un evento imprevedibile, ma un fenomeno strutturale, ampiamente mappato e conosciuto.

In sostanza, ciò che manca non sono le diagnosi, bensì la capacità di trasformare la prevenzione in una politica pubblica stabile, dotata di risorse adeguate, tempi certi e responsabilità chiare.

Al postutto, finché gli investimenti resteranno marginali rispetto al Pil e una parte rilevante dei fondi continuerà a non tradursi in opere reali, ogni frana e ogni alluvione non potranno più essere considerate fatalità, ma il risultato prevedibile di scelte politiche rinviate e di una cronica incapacità di governare il territorio.

Aggiornato il 25 febbraio 2026 alle ore 11:25