La “rimetamorfosi”

Nel 2068 avvennero delle scoperte – o meglio delle invenzioni – che modificarono i rapporti di tutti con tutti. Minuscoli oggettini, pulcettini, neanche, punte di spillo, non so come definirli, messi nel cervello secondo quello che si voleva ottenere, permettevano anche di parlare e capire universalmente. Esempio, il mio cane, subito, appena gli installarono questa pulcettina, io lo avevo da tempo, abbaia e io sento tradotto: Papà, nettamente, e continuando ad abbaiare, mi dice: papà, ho fame, questa la traduzione. Gli metto la ciotola, piena, mi guarda, abbaia, immediata la traduzione: grazie, Papà! Preciso, non sono padre del cane, a questo non siamo arrivati, ma suppongo che ci rimetamorficheremo. La prima esperienza. E iniziai a comunicare con chiunque. Per dire: sono a spasso con il mio cane – prato, campagna – improvvisamente sento un albero che mi dice: per favore, acqua, ho le radici secche. Così, precisamente, riempii il cappello di acqua, la gettai sulle radici due, tre volte. L’albero stiracchiò i rami, la sua voce: grazie, grazie, torni presto. Ma la prego di non fare i suoi bisognini o i bisogni del suo cane nel mio tronco e nelle mie radici. Ci sono vicini tanti alberi, a presto. E mi carezzò con le foglie.

Si parlava con difficoltà alle pietre, pronuncia chiusa, borbottio brontoloso. Per il resto, parlavano tutti scorrevolmente. Non dico le stelle, nel discorrere si accendevano, di compagnia. Talune sentimentali, una, radiosa, appena mi vedeva brillava, dico solo questo, curiosissima, chiedeva: che fai, come stai, ti fa piacere vedermi? E sfolgorava. A me gradiva vederla, ma non saprei che mente avesse la Stella. Altre stelle, mute, ombrate, nessun rapporto. Monacali. La Luna. Una falcetta. Mi ricordai del caro Giacomo Leopardi: “Che fai tu, luna, in ciel? dimmi, che fai, Silenziosa luna?” Glielo chiesi. Rispose, con una minima irritazione, forse le chiedevano ciò che io chiedevo leopardianamente. Niente di che, rispose, viaggio, e ispiro poeti, filosofi, innamorati, poveracci. E mi salutò dondolando.

Con i serpenti nessun a conversazione, occhi squamosi, rabbiosi, lingua annusativa, lecca aria, mi sibilavano: ti mordo, ti ammazzo, ti soffoco, ti ingoio, mi allontanai. In sentita compagnia con i leoni, non tutti, razza superiore, un divertimento i leoncini che arruffavano i parrucconi crineriati paterni. Il padre, fermo, scolpito, per dimostrarsi leonesco dava zampatelle ai bambini che rotolavano, subitanea la mamma leonessa accorreva contro il marito e lo sgridava: non ti permettere, ti cavo gli occhi, se tocchi nostro figlio e con me hai chiuso la stagione degli amori! Il (Re?) leone di solito tremava, ruggitando piano: non lo faccio più! Talvolta zampava anche la moglie, niente di mortale. Strinsi rapporti con un leone. Gli grattavo la criniera, gli dicevo che era concentrato, muscoli, denti e ossa, regale in ogni posa, il sovrano della savana, gli gradivano le lodi, orgoglio, non vanità. Mi strisciava il testone e borbottava: grazie Antonio (credevo che il mio nome lo avesse appreso da una gallina che sin era affezionata innamomoratescamente di me e portava sotto l’ala l’uovo fresco, fresco, dicendomi: per te, Antonio. Io le baciavo la cresta cascante e lei imporporava e fuggiva). Tutto qui! Il verme solitario, lo evitai e mi evitò. Meglio così! Evitai le scimmie perché la memoria di una piccola scimpanzé, Pepè, mi rattrista quanto la morte di una figlia. Mi dormiva sulla testa.

Comunicazione totale, proprio tutti con tutti, con tutto. Una stranissima circostanza, tutti diventano umani, parlano. Pochissimi sono gli esseri umani. I leoni discorrevano con le farfalle, i serpenti con le pietre, ripeto, tutti con tutti e con tutto “umanamente” ma non esistevano che pochissimi umani al modo passato. Quando un ragnetto mi disse che era nato un figlio a una coccodrilla violentata da un ippopotamone ed era venuto al mondo un serpente di mare non fui in condizioni di reggere. Mi svegliai, gridando, occhi spalancati, mente sbatacchiata. Ho sognato? Ho visto il futuro del presente? La rimetamorfosi? Percorro la mano sulla testa. Una scaglietta. La traggo. Un pulcettino traducitutto? sto sognando di essere sveglio? sono sveglio credendo di sognare? e io chi sono?

Aggiornato il 24 febbraio 2026 alle ore 13:22