Nel dibattito pubblico italiano c’è un riflesso condizionato: la legge sulla par condicio viene evocata come un manganello quando fa comodo e dimenticata quando disturba. È qui che l’intervento di Daniele Capezzone coglie un punto politico e culturale prima ancora che giuridico.
La normativa sulla par condicio – tanto vituperata da chi la considera un’ingerenza e tanto idolatrata da chi la brandisce come un totem – non vale solo durante la campagna elettorale. Nei periodi ordinari impone comunque criteri chiari: obiettività, completezza, imparzialità, lealtà, correttezza dell’informazione, rispetto del pluralismo. Non sono formule ornamentali. Sono obblighi.
E allora la domanda che si pone Capezzone sulle colonne de Il Tempo non è peregrina: l’impianto di molti talk show di La7 rispetta davvero questi criteri? Il problema non è la linea editoriale – ogni rete ne ha una, ed è legittimo che sia riconoscibile. Il problema è il metodo. Se il format diventa sistematicamente “tre contro uno”, se l’ospite di una certa area politica è ridotto a bersaglio polemico, se il contraddittorio è strutturalmente squilibrato, non siamo più nel terreno del confronto ma in quello della messa in scena.
Programmi condotti da Lilli Gruber o Corrado Formigli rappresentano una parte importante del dibattito televisivo italiano. Proprio per questo la loro responsabilità è maggiore. Quando il pluralismo si trasforma in pluralità apparente – molte voci, ma tutte orientate nello stesso senso – il risultato non è informazione completa, bensì narrazione unidirezionale.
Qui entra in gioco l’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni. Se esiste un’autorità di vigilanza, deve vigilare. Non per censurare, non per imporre simmetrie aritmetiche ottuse, ma per verificare che il principio di equilibrio non venga svuotato. Non si tratta di pretendere un impossibile bilancino da farmacista, ma di evitare che l’eccezione diventi sistema.
La richiesta di un contraddittorio “uno contro uno” o “due contro due” non è una stravaganza autoritaria: è un criterio minimo di lealtà del confronto. In una fase politica già polarizzata, la televisione – mezzo ancora potentissimo nel formare opinioni – dovrebbe farsi carico di una responsabilità ulteriore: non amplificare la distorsione.
Il punto sollevato da Capezzone, al netto delle sue punte polemiche, è questo: le regole valgono per tutti o diventano elastiche a seconda della convenienza? Se la par condicio è stata per anni considerata sacra, non può diventare improvvisamente un dettaglio trascurabile quando a essere sotto osservazione è un’emittente percepita come “amica”.
Non è una questione di destra o sinistra. È una questione di credibilità delle istituzioni e di qualità del dibattito democratico. E se le regole esistono, ignorarle sistematicamente è il modo più rapido per svuotarle di senso.
Aggiornato il 17 febbraio 2026 alle ore 11:53
