Medicina a km 0
La montagna non è solo ciò che si guarda. È ciò che si ascolta, si tocca, si sente sotto le dita e sotto i piedi. Lo sa bene Simone Salvagnin, alpinista ed esploratore non vedente di Schio, che ha trasformato la verticalità della roccia in uno spazio di libertà, conoscenza e relazione. Atleta della nazionale di Paraclimbing da 15 anni, categoria B1, lo troveremo ai Giochi Paralimpici di Los Angeles 2028.
Per Simone la cecità non è mai stata una rinuncia, ma un modo diverso di abitare il mondo. In parete, come nella vita, l’orientamento nasce dall’ascolto, dalla fiducia e dalla capacità di leggere l’ambiente attraverso sensazioni che spesso chi vede dà per scontate. La montagna, così, diventa un linguaggio complesso fatto di vento, temperatura, vibrazioni, silenzi e presenza degli altri.
Il suo percorso sportivo e umano mette in discussione uno dei pregiudizi più radicati: l’idea che la disabilità sia incompatibile con l’avventura, l’esplorazione, il rischio consapevole. Al contrario, l’esperienza di Salvagnin racconta come il limite non sia un muro, ma un punto di partenza da cui sviluppare nuove competenze, nuove strategie e una diversa consapevolezza di sé.
Queste emozioni sono ben disegnate nel suo libro A look beyond, che frizza una delle tante esperienze di viaggio in Islanda, fra bellissime fotografie e un racconto emozionante di questa avventura di 17 giorni, 400 km, affiancato dalla sua compagna Lucia e dall’amico Marco, dove Simone si è concentrato in una sorta di meditazione attiva, nella quale il proprio limite è diventato il modo di sentire intensamente se stesso e il mondo circostante.
Ecco perché il legame tra Simone e il mondo paralimpico è naturale. Le Paralimpiadi non sono solo competizione ad alto livello, ma anche un potente strumento culturale: mostrano che lo sport può essere eccellenza, spettacolo e inclusione allo stesso tempo.
Raccontano atleti che non “nonostante” la disabilità, ma con la disabilità, costruiscono prestazioni straordinarie e ridefiniscono il concetto stesso di normalità.
Quest’anno, questo messaggio assume un significato ancora più forte. I Giochi Olimpici e Paralimpici Invernali di Milano-Cortina 2026 arrivano sulle montagne vicino casa di Simone, a pochi chilometri dai luoghi in cui vive, si allena e sogna. Non è solo un grande evento sportivo, ma un’occasione storica per il territorio: la possibilità di lasciare in eredità infrastrutture, servizi e soprattutto una nuova cultura dell’accessibilità.
La sfida vera, come sottolineano esperienze come quella di Salvagnin, non è costruire eventi spettacolari, ma fare in modo che la montagna resti uno spazio aperto a tutti anche dopo che i riflettori si saranno spenti. Accessibilità non significa semplificare, ma permettere a ciascuno di trovare il proprio modo di vivere l’ambiente, lo sport e la natura.
La storia di Simone Salvagnin parla di fiducia reciproca, di lavoro di squadra, di coraggio e di ascolto. Valori che sono al centro dello sport paralimpico e che Milano-Cortina 2026 è chiamata a rappresentare. Perché, come insegna la montagna, non conta solo arrivare in cima, ma il modo in cui si sceglie di salire.
Aggiornato il 11 febbraio 2026 alle ore 15:30
