Occorre lasciar vivere le città. La lezione di Jane Jacobs

In questi giorni di tempesta, si impone un cambio di fase nella gestione politica e amministrativa delle città. È ormai conclamata la crisi del “tipo” classico di città come modello strutturale in grado di tenere insieme differenze e contraddizioni. L’esplosione delle teorie che hanno definito il mainstream urbanistico è sotto gli occhi di tutti. Centro/Periferia, Nord/Sud sono le assi su cui si evidenziano l’obsolescenza e il fallimento di una gestione del “fare città” che sarebbe devastante non sottolineare. I limiti sono i limiti di tutta una storia dell’urbanistica che è ormai tempo di archiviare.

Le uscite editoriali degli ultimi tempi stimolano il dibattito e ci vengono incontro sottolineando suggerimenti e interrogativi.

Si va dal testo di Bernardo Secchi La Città dei Ricchi e La Città dei Poveri (edito da Laterza), a Architettura e Democrazia di Salvatore Settis (edito da Einaudi), da Dove Ricomincia La Città di Francesco Erbani (edito da Manni), Turismo di Massa e Usura del Mondo di Rodolphe Christin (edito da Elèuthera) alla raccolta di scritti di Jane Jacobs Città e Libertà (edito da Elèuthera). Testo fondamentale!

Finalmente, ci possiamo accorgere che, almeno nel dibattito fuori dall’Accademia, la lezione dell’antropologa urbana statunitense Jane Jacobs forse, dopo anni di tentativi, sta entrando al centro di una grande e fondamentale riflessione sul ripensamento dell’organizzazione dello stare insieme. Questi testi, insieme ad altri (tutti contro la “gentrificazione” e la chiusura pianificata degli spazi urbani) testimoniano che una crepa, almeno nel mercato editoriale, si è aperta.

La questione riguarda, ovviamente, anche i “centri storici” delle città, che ormai sono diventati inaccessibili e si allargano sempre più… escludendo invece di includere. Dopo oltre un secolo si rompe un conformismo ideologico che ha sempre osteggiato l’emergere di forme critiche atte a mettere in discussione il reale successo di teorie che hanno prodotto solo la distruzione della “vita” nelle metropoli. Ideologismi su cui sono cresciute carriere politiche e forme di potere che hanno permeato il modo di vivere dei cittadini, in realtà negando proprio il concetto di cittadinanza a fette maggioritarie di popolazione relegate invece a (immense) minoranze. Il lavoro di Jane Jacobs si colloca come pionieristico e fondamentale. Oggi è impossibile cercare di negarlo.

La forza di Jacobs sta tutta nell’essere principalmente una “cittadina attiva”. Non era un’urbanista. Non si è mai laureata (come gran parte dei geni). Ha sempre avuto un fortissimo atteggiamento critico e analitico verso gli accadimenti della vita che non fossero spontanei. Non definibile politicamente. Contestatrice dello status-quo, fu arrestata e si rifugiò in Canada nel 1969. Probabilmente la sua inclinazione culturale è da ricercare nel mare del liberalismo. Antidogmatica. Contro ogni “sistema”. Attenta a difendere il concetto di moltitudine contro quello di massa.

Le sue teorie furono sistematizzate in varie opere, alcune ancora non tradotte. Ma la prima, e la più complessa e sferzante, fu Vita e Morte delle Grandi Città. Testo imponente e terribilmente coraggioso. Che molto le costò attirandosi importanti inimicizie. Per Jane Jacobs (innanzitutto giornalista) la complessità della città non può in alcun modo essere pianificata dall’alto. Nessuna istituzione, nessun potere può sostituirsi alla responsabilità del vivere civile. Assolutamente contro i razionalismi e i determinismi frutto di fantocci ideologici, Jacobs smascherò l’impotenza del potere costituito nel risolvere i problemi sociali tipici della crisi delle metropoli. Anzi, ne colse la responsabilità tutta.

Iniziamo dal tema oggi più sentito, quello della sicurezza. Bene, non potrà che essere risolto dalla vita che scorre e abita nei reticoli del “vicinato”, sulla strada, nei quartieri e nei vicoli. In modo del tutto spontaneo. Basta “lasciar che la vita avvenga” (come amava ripetere l’urbanista partenopea, Daniela Lepore). Non c’è bisogno di polizia se le strade sono abitate, sono vissute, se le persone passeggiano, si salutano, si fermano a comprare nei negozi. Il negozio. La funzione del negoziante, come quella del barista nelle ore notturne, funge da “custode”, esattamente come i custodi degli appartamenti e dei condomini.

È sul dominio della strada che i cittadini esprimono la loro funzione urbana e sociale. E sul controllo delle opportunità che il territorio offre che si esercita la cittadinanza. Niente a che vedere con i sindaci e gli urbanisti che partono da una “visione” della città che poi finiscono per imporre letteralmente uccidendo lo spirito urbano. La città è un corpo organico complesso che va indagato, osservato minuziosamente, rispettato nelle sue caratteristiche sempre diverse come ogni corpo biologico.

Jane Jacobs è lì ad accusare la grande tradizione di Le Corbusier, di Fourier o di Haussmann. Per intenderci, il dramma dei ghetti in periferia sono frutto di quella nefasta tradizione. L’idea (spesso molto caldeggiata da una certa sinistra) che si possano costruire città a sé. Città per i lavoratori. Quartieri separati dalla città dove, negli intenti dei teorici, sarebbe stato possibile trovarci di tutto, dalla scuola ai centri commerciali, al punto che gli abitanti avrebbero potuto essere del tutto autonomi rispetto al centro della città.

Sappiamo come è andata. Le Vele di Scampia e di Secondigliano a Napoli sono figlie di questa impostazione.

Nessuna via, nessun controllo della strada da parte dei cittadini perché chi vi è rinchiuso non ha a disposizione né strade, né vicoli, né la possibilità di passeggiare per andare a farsi un giro dal’edicolante, nessun piccolo negozio di alcuna natura può esistere in questi enormi casermoni che imprigionano chi vi è rinchiuso. Altro che “abitare”. Altro che economia di quartiere. Altro che relazioni di vicinato, controllo del marciapiedi, dei vicoli. È lì, in questo grande inferno che si consuma il dramma umano della perdita dell’identità sociale e della negazione del concetto di “cittadinanza”. Lì si consuma la dimensione della separatezza dall’altro da sé. Questo è il punto. Una concezione che non ha risparmiato nessun luogo delle grandi città. Un’immane distopia. Un’utopia al contrario. È di questo che parliamo quando pensiamo al dramma delle periferie. All’immensa distanza esistenziale che diventa guerra tra poveri. Dove neanche la povertà ha dignità e diventa miseria, disperazione, morte. Assassinio sociale. E allora il problema è urbano. È politico. Perché frutto di scelte deliberate e non spontanee. Si nega tutto. In queste celle ci vivono masse informi, spogliate dalla loro identità personale, individuale, lavorativa, razziale. Questi posti diventano il regno dello spaccio e della criminalità. E non si risolve nulla con l’intervento repressivo delle forze dell’ordine. Perché il danno è a monte. È alla nascita. Il resto è una conseguenza. La questione si impone in tutta la sua drammaticità.

Memorabili furono, al riguardo, le parole di Valery Giscard d’Estaing nel suo libro-manifesto Démocratie française del 1976: “Tra le grandi realizzazioni della Quinta Repubblica, va annoverato il tour de force di aver costruito 7.500.000 alloggi… Ma nello stesso tempo, come ignorare che molti di questi nuovi complessi residenziali comportano una causa profonda di insoddisfazione? In questo campo, l’edilizia degli ultimi cento anni non ha espresso – salvo casi isolati e meritori – la politica dei suoi princìpi. Sono stati costruiti dei falansteri d’ispirazione collettivistica, monotoni e di proporzioni smisurate, che hanno prodotto violenza e solitudine. Oggi è necessario che l’accesso alla proprietà sia preferito alla locazione, l’abitazione unifamiliare al casamento collettivo, la rigenerazione di vecchi habitat alle nuove costruzioni, una città normale al posto della megalopoli. E parimenti è indispensabile dare un effettivo colpo di freno al gigantismo. Verrà dunque ricreato un quadro esistenziale rispettoso di ciò che esiste, favorevole a un’organizzazione personale della vita, propizio allo sviluppo della comunicazione sociale e alle relazioni di vicinato”.

Sembra proprio di ascoltare le parole di Jane Jacobs. Si deve affrontare il problema della crisi urbana dalla osservazione della vita reale.  Dall’ascolto.

Scriveva Jacobs: “Secondo me il modo migliore per riuscire a capire come funziona il mondo apparentemente misterioso e contraddittorio delle città è quello di esaminare da vicino e con la minor prevenzione possibile gli spettacoli e gli eventi più comuni, cercando di afferrarne il senso e di trovare gli eventuali fili conduttori che li colleghino”.

E in Città e Libertà precisa: “Se le strade sono sorvegliate dai loro naturali proprietari come i negozianti, i ragazzi che passeggiano, le signore che vanno a far la spesa, le persone che vanno al lavoro… e se i marciapiedi sono frequentati con sufficiente continuità lungo tutto l’arco della giornata (sia per la varietà dei luoghi pubblici e della rete commerciale, sia perché una strada animata costituisce di per sé un’attrattiva per altra gente) allora la strada sarà sicura, e l’intero potenziale dei contatti umani si realizzerà e i ragazzi acquisiranno naturalmente le forme di vita e il costume della città”.

Insomma, lo stesso ragionamento vale per ogni aspetto che punti a un recupero di vitalità. Dai grandi parchi naturali, all’ambiente e soprattutto alla cultura. Occorre fare uscire la cultura dagli ambienti istituzionali dove è stata rinchiusa diventando un feticcio da esibire per un’elite totalmente avulsa da un ancoraggio sociale per riversarla nelle strade dove non mancheranno comitati, associazioni, collettivi che la renderanno cosa viva e attraente. E, ancora di più, facendole parlare un lessico nuovo, una sintassi diversa che faccia da tessuto connettivo soprattutto per i più giovani.

Nel frattempo le città spariscono chiuse da enormi Ztl! Nessuno può entrare! La distopia “green” è qualcosa di macabro e malato. Uccide l’Urbe. Uccide il concetto stesso di città. Impedisce incontri, scambi, vita!

Non c’è città che non stia sperimentando la sua morte pianificata da direttive politiche assolutamente folli e controproducenti. È una epidemia che va contro il mercato, contro l’idea di “piazza” e sostituisce i cittadini con i turisti.

Le città sono per gli “altri” non per chi le abita! Non per chi, ad esempio, utilizza l’automobile per lavoro e per spostarsi. Tutti fuori! Qui c’è da lavorare per “sottrazione”! Occorre piantarla con la “pianificazione”!

Questo, cari ingegneri, architetti, sindaci dovete ben sapere. Dovete fare il meno possibile. Lasciate che la vita avvenga!

Aggiornato il 04 febbraio 2026 alle ore 11:01