Papa Leone: “Mai più antisemitismo”

Ma è davvero possibile?

Al termine dell’udienza generale di ieri, Papa Leone XIV ha rivolto un pensiero alle vittime dell’Olocausto che sono state ricordate nella Giornata della Memoria. La richiesta che il pontefice ha rivolto a Dio è forte: “Il dono di un mondo senza più antisemitismo, pregiudizio, oppressione e persecuzione per alcuna creatura umana”. Accanto a questa personale preghiera, il monito del papa si è rivolto alle nazioni e ai leader, chiedendo che le società si fondino “sul rispetto reciproco e sul bene comune”. In occasione della Giornata della Memoria, il papa ha pubblicato, sul suo profilo social @Pontifex, un messaggio dove ha ricordato la vicinanza della Chiesa alle vittime dello sterminio e l’impegno contro l’antisemitismo, confermando quanto manifestato nella dichiarazione Nostra aetate, importante documento che offre le basi per una convivenza tra cristianesimo e religioni non cristiane. Le parole del papa si inseriscono in un contesto di forte stallo, direi vagamente revisionistico, riguardo alcuni aspetti del fare memoria.

La situazione di conflitto tra Israele e Palestina, come ho già avuto modo di dire, ha aperto la strada a nuovi venti antisemiti, emersi soprattutto sui social network, dove la vera e propria repulsione per lo Stato d’Israele ha garantito a milioni di persone uno spazio di diritto dove poter riversare odio e intolleranza verso gli ebrei. Non si deve certamente confondere l’antisionismo – fenomeno più specificamente legato a rivendicazioni territoriali – con l’antisemitismo, che è una tendenza ben più conosciuta e storicamente affrontata. È ovviamente concesso a chiunque di non appoggiare le politiche di Israele, dei suoi leader e del suo Governo, soprattutto quando queste assumono contorni violenti e dalle pratiche disumane, ma altresì è opportuno non richiamare fantasie naziste nei confronti di tutti gli ebrei. Il filo è sottile e trovare un equilibrio non è da tutti.

Sembra impossibile dissimulare le proprie posizioni e si finisce per fare riduzionismo di cose che meriterebbero invece ben più attenzione. Si può fare memoria dell’Olocausto (che ricordiamo ha messo fine alla vita non soltanto di milioni di ebrei, ma di altre categorie) e al tempo stesso non sostenere l’attuale posizione di Israele? Sembra di no. Va molto di moda, suoi social ma anche in tante conversazioni – più o meno da bar – sostenere un ipotetico collegamento tra la vita nei lager nazisti e le condizioni disperate dei palestinesi. “La storia non insegna niente”, “le cose si stanno ripetendo”, “la lezione a quanto pare non gli è servita”. In sintesi emerge questo. Per cui la Giornata della Memoria si trasforma in uno spauracchio per dire che non ha più senso ricordare, che la memoria – cosa per sua definizione legata al passato – deve fare spazio alla condanna di ciò che accade nel nostro presente. Israele è cattivo, la Palestina è lo spazio della nuova soluzione finale, cosa se ne fa una società così tanto polarizzata di un giorno che serve dichiaratamente a mettere gli ebrei sul piedistallo delle vittime?

Le cose vanno più o meno così, e quel più o meno si interpretano in base a quanto impegno mette una persona per dividere coerentemente i piani, permettendosi di criticare o addirittura negare Israele al tempo stesso conservando rispetto e nessun tipo di discredito per le vittime dello sterminio del secolo scorso. È tanto difficile fare così? A cosa serve fare attivismo per Gaza se non si riesce ad ammettere che tra gli anni Quaranta e il 2026 non c’è niente in comune? Le vittime sono diventante carnefici, dimenticando la loro sorte? Non è così che stanno andando le cose. Non si può usare le Giornata della Memoria per permettersi di affossare Israele come se fosse lecito fare leva su un dramma per attenzionarne un altro. Ha ancora senso stimolare così tanto un passato ancora vivo, non sedimentato, per sbandierare qualche posizione da attivismi dell’ultimo giorno? A questo si potrà rispondere tra qualche anno, quando si riuscirà a distendere il conflitto e ognuno avrà quello che merita (che sia perdono o condanna).

Aggiornato il 29 gennaio 2026 alle ore 11:01