Eterno ritorno, concezione che dall’Induismo giunse in Grecia e dalla Grecia in qualche pensatore europeo, ma con modalità esistenziale, non una semplice ripetizione di rovina e ricostruzione come nella concezione induista e stoica. Friedrich Nietzsche riprende l’eterno ritorno, lo ritiene quasi la volontà di vivere per attaccamento alla Terra, una volontà di potenza interminabile, desiderio di rinascere, l’immortalità dal cielo in terra. Vaneggiamenti, non vi sarà alcun ritorno e soprattutto ritorno all’identico. E anche se nelle infinite combinazioni potrebbe avvenire, nessuno avrebbe memoria del passato, quindi non è un ritorno. Sono concezioni sorte dal bisogno di uccidere la morte. Ma vi è un altro aspetto non del tutto esplorato: la nostra vita nella sua estensione ha dei cicli, ritorna al passato, immagini d’amore, o di chi è stato lontano dalla sua città e ritorna, ogni dettaglio si rianima, trabocca di ritorno, appunto, del passato presente come passato. Vedi le case che vedevi da bambino, le strade, i negozi, tutto diventa ricordo, il passato presente come passato. Nuvole di immortalità, di permanenza. Niente svanisce, la ruota fa il suo giro, scompare ma riappare, la vita eterna nella vita, in questo mondo. Fantasie.
E tuttavia colgo tra i moltissimi reperti musicali una registrazione vecchissima che credo di non avere mai ascoltato, la dicitura: Canti della tradizione. Ascoltiamoli. Un coro di monaci, serio, pesante, solenne, alquanto cupo. C’è sempre l’ombra della morte in queste liturgie, la fugacità mondana, l’eternità, e già in Terra si aspira al Cielo. Voci funeree, sepolcrali, baritonali, ma non rattristanti. Serie, dicevo, fiduciose, senza strumenti musicali, nude, nette, gravi, la voce corale diventa anche suono, anche atmosfera, te li immagini nella penombra i monaci. No, no, immagini te stesso bambino, allora, quando la sera, nel semibuio della chiesa vicina, a Messina, ascoltavi il Rosario, la Benedizione, e le vecchiette ripetevano, in cori sfasciati, ma talvolta alcuni cantavano e proclamavano: Tantum ergo sacramentum veneremur cernui (Adoriamo, dunque, prostrati un sì gran sacramento), un’esplosione memoriale, ascolto il coro e mi rivedo bambino, un’associazione fulminante, ascolto e vedo, il ritorno alla mia personale eternità.
Ogni parola, luci, luogo. Dunque, ho vissuto anche quel che adesso rivivo! Dunque, il passato vive. Il passato è passato e si può rendere presente! Ma questo significa “vivere”: sentire, mantenere traccia di se stessi. Vivere il più possibile per trovare in noi più memoria possibile. Ascoltare giorni quei cori mi accresce di passato presente poiché vi è un passato. Così, vivi il presente e avrai un passato. Se da bambino non avessi frequentato le chiese non avrei questi ricordi. Bisogna che vi siano luoghi memorabili. Il bambino percepisce spontaneamente. L’arte specialmente. Chiese, musei, credenti, non credenti, l’arte è al di sopra. Anche le società laiche devono imprimere simboli. Tornare da adulti all’infanzia. Alle emozioni immedesimate.Vivere e rivivere. Ma per rivivere occorre aver vissuto. Non vivere di passato, ma non vivere senza passato. Erano moltissimi anni che non udivo quei cori. E anche se vi andassi, in Chiesa, ora non si odono. Invece, ecco (l’eterno) ritorno a me stesso. Ma le civiltà necessitano di memoria collettiva. non è passato passato ma passato nel presente, proprio essendo passato. Non regressione. Onda su onda. Mare.
Aggiornato il 27 gennaio 2026 alle ore 11:41
