Si è spento all’età di 89 anni Sergio Menicucci, storica firma de L’Opinione delle Libertà e, in precedenza, della Rai. Giornalista di lungo corso, ha attraversato decenni di informazione italiana lasciando un’impronta indelebile tanto sul piano professionale quanto su quello sindacale, sempre nel segno della tutela del servizio pubblico, della dignità del lavoro giornalistico e dei diritti della categoria, compresi praticanti, pubblicisti e disoccupati. Nato a Configni il 5 agosto 1936, Menicucci ha costruito una carriera autorevole all’interno della televisione pubblica, ricoprendo numerosi incarichi di responsabilità. Dal giugno 1995 è stato caporedattore della Tgr Rai Molise, a Campobasso, ruolo nel quale ha contribuito in maniera determinante alla crescita dell’informazione regionale, con uno stile improntato al rigore, all’equilibrio e a un’attenzione costante ai territori e alle comunità locali. L’Opinione delle Libertà si stringe attorno alla famiglia, agli amici e ai colleghi, esprimendo particolare vicinanza al figlio Ernesto Menicucci, collega in redazione, nel ricordo di un padre e di un professionista.
Sergio Menicucci ha lasciato un segno importante in quanti hanno avuto il privilegio di conoscerlo e lavorarci fianco a fianco. “Accanto all’attività professionale, è stato costante e appassionato il suo impegno sindacale”, ricordano gli esponenti di Pluralismo e Libertà, “Più volte eletto nel Consiglio della Federazione nazionale della stampa italiana e all’Associazione stampa romana, Sergio Menicucci ha rappresentato un punto di riferimento per generazioni di giornalisti”. Da sempre vicino ai giovani colleghi, si è “battuto con determinazione negli organismi di categoria per il miglioramento delle condizioni di lavoro di praticanti, precari e disoccupati, con una sensibilità rara e una visione autenticamente solidale della professione”, ha scritto il sindacato. Difatti, l’entusiasmo di Menicucci nei confronti del giornalismo non ha mai prevaricato sul rispetto dei valori costituzionali della libertà di informazione e del pluralismo, che ha difeso con coerenza e spirito critico, dentro e fuori le redazioni.
A tratteggiare il profilo più intimo dell’uomo è stato il figlio, il collega Ernesto Menicucci, che ha affidato ai social un lungo e sentito ricordo: “Ciao papà, ci hai fatto davvero un bello scherzo, andartene così, di colpo, con quest’aria alla Bilbo Baggins che ti ha sempre contraddistinto, una certa leggerezza, quasi inconsapevole, nell’approcciarti alla vita, ma al tempo stesso questo tuo solido aggrapparti alle tue radici, la tua famiglia, i tuoi luoghi del cuore (Configni a cui hai dedicato l’ultimo libro e Ischia di Castro, la seconda patria che ti ha accolto e ora ti accoglierà per sempre). Mi hai insegnato tanto, forse più di quanto avresti pensato, senza retorica, senza frasi fatte ma sempre con l’esempio, con il modo di essere e a volte con il modo di “non essere” in certe situazioni dalle quali ti ritraevi. Mi ricordo quando mi portavi a giocare a pallone nel prato vicino a via Monte Epomeo, quando mi hai portato la prima volta all’Olimpico (Roma-Genoa 1-0, 1983, gol di Bruno Conti, Roma con lo scudetto sul petto), quando mi correggevi i primi pezzi su Fuoricampo, quando attraversavamo insieme Roma per andare al Palaeur a vedere il basket, le estati a lido degli Aranci in Calabria (il nostro team della caccia al tesoro nel villaggio si chiamava, per tua intuizione, Azzurra, come la barca italiana), la caccia alla murena in Sardegna, i tuoi involontari giochi di parole che ci facevano ridere (tipo Ke Cevara, anziché Ce Guevara, il banditon invece del badminton e così via).
Alla Befana avevamo fatto il tuo albero genealogico, non lo sapevi ma sarebbe stato il regalo per i tuoi 90 anni, ad agosto, stavamo già pensando alla tua festa. Una festa da ricordare, come quella di Bilbo appunto, che poi si mette l’anello e sparisce. E così hai fatto tu. Hai fatto in tempo a vedere i tuoi nipoti crescere, i tuoi figli più o meno sistemati. So che eri orgoglioso di noi, noi lo siamo di te e l’ulteriore conferma l’ho avuta da tutte le persone che ho sentito, ti hanno conosciuto e ti hanno voluto bene. In molti hanno usato due parole per descriverti: entusiasmo e umanità. Su questi due concetti proverò a camminare, nel tuo nome, a testa alta come ce l’hai sempre avuta tu (non siamo la buca delle lettere, mi dicevi parlando dei giornalisti). Fai buon viaggio papà, come dicevamo quando stavi a Campobasso, ci vediamo da Mario, prima o poi”.
È necessario provare a restituire l’immagine di un giornalista e di un uomo capace di unire competenza, passione e umanità, lasciando un’eredità che va ben oltre le redazioni e gli articoli di giornale.
Aggiornato il 26 gennaio 2026 alle ore 10:31
