Nel corso dell’ultima puntata di Quarta Repubblica, come riporta un titolo esemplificativo de Il Tempo, sul caso infinito di Garlasco ci sono state “scintille”.
Oltre ai sempre dettagliati contributi giornalistici della brava Ludovica Bulian, agli acuti interventi di Rita Cavallaro, abbiamo notato un atteggiamento più possibilista e riflessivo da parte di Stefano Zurlo, da sempre convinto della solidità della condanna di Alberto Stasi. Evidentemente, malgrado stia ancora trapelando ben poco della nuova indagine condotta dagli uomini di Fabio Napoleone, il quadro che sta emergendo da ciò che ci è dato conoscere, se non chiarisce il coinvolgimento di Andrea Sempio, sembra mettere fortemente in discussione una sentenza che già all’epoca apparve a molti osservatori a dir poco lacunosa.
Ma a far da mattatore, se così vogliamo dire, è stato l’avvocato della famiglia Poggi, Francesco Compagna, il quale ha dato spettacolo, soprattutto per la estrema sicurezza con cui ha tentato di convincere il pubblico a casa.
In questo senso, dobbiamo dargli atto di un certo coraggio intellettuale, pur non condividendo un’unghia delle sue ardite osservazioni circa la responsabilità di Stasi, visto che da quel che si percepisce da tempo nel Paese, rispetto alla assordante campagna colpevolista che a suo tempo mostrificò il “Biondino dagli occhi di ghiaccio”, la granitica posizione dei suoi assistiti non gode di molta popolarità.
In particolare, al di là della nuova consulenza informatica realizzata dai tecnici della parte civile, di cui ci siamo già occupati e che lascia veramente il tempo che trova, Compagna ha tratto dal suo pregiato cilindro di affermato penalista due delle magnifiche leggende metropolitane, mai dimostrate, che tuttavia hanno suggestionato l’opinione pubblica – di cui fanno parte anche i soggetti chiamati ed emettere le sentenze – per anni: le presunte scarpe Frau a pallini, le cui impronte sono state rinvenute sulla scena del crimine, di Alberto Stasi, e l’altrettanto presunto scambio dei pedali che il condannato avrebbe effettuato tra la sua bici, una Umberto Dei (sui cui pedali fu rinvenuto una cospicua quantità di Dna di materiale altamente cellulato -probabilmente pelle – appartenente a Chiara Poggi) e una bici nera in uso ai suoi familiari. Bici assai diversa da quella descritta dall’unica testimone che la vide parcheggiata nei pressi di casa Poggi la mattina dell’omicidio.
Ebbene, dato che il nostro ottimo giurista si è lamentato in una certa disinformazione che starebbe alterando la ricostruzione dei fatti, ci teniamo ad informarlo che tale scambio di pedali fu addirittura escluso dai consulenti della Procura che riuscì a far condannare nell’Appello bis Stasi.
Come, infatti, riporta un pezzo della Provincia pavese, del 22 ottobre del 2014, “I tecnici del Pg Barbaini hanno dimostrato che la bici nera ha i suoi pedali originali, basandosi sulla data di fabbricazione dei pedali, e analizzando i catarifrangenti in particolare. Per l’accusa i componenti della bicicletta nera sequestrata hanno date tra loro congruenti. Quindi “non è mai avvenuto alcuno scambio”.
Per quanto riguarda, invece, l’altra telenovela delle scarpe a pallini marca Frau di taglia 42, che nessuno è mai riuscito a dimostrare che Stasi ne fosse in possesso, secondo Compagna il fatto che lui ne avesse un tipo invernale e senza pallini, seppur di un numero inferiore, non escluderebbe che egli le avesse indosso il giorno del delitto e che, di conseguenza, se ne fosse liberato immediatamente dopo il crimine.
Ma in questo senso, l’ottima Cavallaro gli ha voluto ricordare che l’onere della prova, ovvero dimostrare in un modo inoppugnabile che Stasi avesse quelle scarpe, spetta esclusivamente alla pubblica accusa.
Ora, per farla breve, le argomentazioni che da tempo stanno portando avanti i rappresentanti della famiglia Poggi, in linea con quanto sostenuto sin dall’inizio di questa oscura vicenda, contengono una infinita serie di imbarazzanti “non si può escludere che….”.
Il problema però, cari signori, è che non si condanna una persona a 16 anni di carcere con i “magari” e i “potrebbe”. Per mandare in carcere una persona servono prove certe e non teoremi astrusi basati su labilissimi indizi.
Aggiornato il 23 gennaio 2026 alle ore 12:34
