Nel 2025 il traffico illecito di fauna selvatica continua a essere sostenuto in larga misura dal commercio online, che ha modificato in profondità le modalità di vendita e distribuzione di animali e loro derivati. Le piattaforme digitali consentono contatti diretti tra venditori e acquirenti, riducendo i passaggi intermedi e rendendo più complesso il lavoro delle autorità. In questo sistema, Cina e Corea del Nord restano i principali poli di destinazione, soprattutto per i prodotti collegati alla medicina tradizionale. Un rapporto della Global initiative against transnational organized crime (Gi-toc), basato su dati raccolti tra aprile 2024 e agosto 2025, analizza le dinamiche del commercio illegale in tre Paesi africani – Camerun, Nigeria e Sudafrica – evidenziando come una parte significativa delle transazioni avvenga apertamente sui social network. Facebook si conferma la piattaforma più utilizzata: circa l’84 per cento degli oltre 13.200 annunci esaminati a livello globale è stato individuato su questo social. Rispetto agli anni precedenti la percentuale è in calo, ma resta dominante. Due terzi delle inserzioni riguardano parti di animali, e nella maggioranza dei casi si tratta di specie protette dalla Convenzione Cites.
Gli annunci sono spesso costruiti per aggirare i sistemi di controllo automatico. I venditori ricorrono a emoji, abbreviazioni e linguaggi allusivi per indicare ossa, corni o altri derivati senza nominarli direttamente. Questo approccio consente di mantenere attivi gli annunci più a lungo e di raggiungere facilmente acquirenti internazionali, in particolare nei mercati asiatici. La Cina rimane il principale punto di arrivo di questi flussi, grazie alla domanda costante di prodotti impiegati nella medicina tradizionale. Il Sudafrica occupa una posizione centrale come Paese di origine. Nel 2025 il governo ha confermato l’azzeramento della quota di esportazione delle ossa di leone e ha avviato la distruzione dei materiali confiscati negli anni precedenti. La misura rientra nel più ampio impegno a chiudere gli allevamenti di leoni in cattività, un settore che per anni ha alimentato il traffico verso l’Asia. Nel Paese si stima la presenza di circa 12mila leoni allevati per la caccia, a fronte di una popolazione selvatica di circa 3.000 esemplari. Le ossa degli animali uccisi vengono lavorate e commercializzate, spesso come sostituto di quelle di tigre nelle formulazioni della medicina tradizionale cinese.
Accanto al Sudafrica, altri Paesi africani continuano a fungere da snodi di approvvigionamento e transito. Il rapporto Gi-toc sottolinea come il traffico di fauna selvatica sia sempre più integrato con altre attività criminali, sfruttando reti logistiche già esistenti e canali di esportazione illegali. I profitti aumentano progressivamente lungo la filiera, rendendo il commercio particolarmente attrattivo per organizzazioni criminali strutturate.
La Cina resta il principale mercato di sbocco, ma il documento evidenzia anche il ruolo della Corea del Nord. Pyongyang utilizza da anni prodotti di medicina tradizionale contenenti quantità minime di corno di rinoceronte per generare entrate in valuta estera e aggirare le sanzioni internazionali. Secondo indagini delle Nazioni unite, diplomatici nordcoreani avrebbero svolto un ruolo diretto nel contrabbando di corni di rinoceronte e altri materiali illeciti provenienti dalla fauna selvatica, facilitandone il trasferimento dall’Africa australe verso la Cina, anche attraverso Paesi di transito come il Mozambico. Il valore economico di questi prodotti spiega la persistenza del traffico. Un chilogrammo di corno di rinoceronte acquistato sul mercato illecito in Vietnam per circa 22.300 dollari può generare fino a 830mila dollari una volta trasformato e venduto nei mercati cinese e asiatico come Angong Niuhuang Wan, con ricarichi molto elevati lungo la catena di distribuzione. Questo modello di profitto rafforza gli incentivi a continuare l’approvvigionamento illegale, nonostante i divieti e i sequestri.
Secondo i ricercatori del Gi-toc, il traffico illecito di fauna selvatica non è più soltanto una questione di conservazione ambientale. Il coinvolgimento di reti criminali transnazionali, l’uso sistematico del commercio online e il ruolo di Stati sottoposti a sanzioni internazionali lo rendono un problema di sicurezza più ampio. In questo contesto, il rafforzamento dei controlli sulle piattaforme digitali, la richiesta di documentazione sull’origine dei prodotti e una cooperazione internazionale più efficace restano strumenti centrali per limitare l’espansione di questi mercati illegali. “La biodiversità non può essere un asset economico per le mafie, ma un bene indisponibile dell’umanità che va difeso a livello internazionale”. Filippo Maturi, ex deputato che da anni si occupa di difesa animale, parte da questa convinzione per spiegare perché la tutela ambientale non possa più essere confinata al solo piano etico. “Il fatto che organizzazioni criminali e regimi sanzionati lucrino sull’estinzione di specie protette è un attacco alla legalità internazionale e a beni indisponibili quali patrimonio universale”.
Nel suo ragionamento torna con forza il tema dell’irreversibilità del danno. “Parliamo di un patrimonio che, una volta perso, non potremo mai più riavere”, sottolinea, chiarendo perché la biodiversità non possa essere trattata come una merce negoziabile o come una variabile secondaria nei rapporti tra Stati. Da questa consapevolezza discende la necessità di una linea politica netta. “La risposta deve essere ferma: tolleranza zero verso chi viola le regole e cooperazione tra Stati per proteggere un patrimonio che, una volta perso, non potremo mai più riavere”. Per Maturi, senza un coordinamento internazionale reale, ogni intervento rischia di restare inefficace. L’ex deputato richiama però anche una contraddizione evidente nelle politiche occidentali. “Serve coerenza strategica: imporre vincoli rigidi in Occidente tollerando l’impunità dei partner commerciali crea una inaccettabile distorsione del mercato che penalizza le nostre economie”. Una distorsione che, secondo Maturi, finisce per premiare chi distrugge e punire chi rispetta le regole.
È per questo che la tutela della biodiversità deve entrare a pieno titolo nelle scelte diplomatiche ed economiche. “Dobbiamo avere il coraggio di utilizzare la leva diplomatica e commerciale per ristabilire una reale reciprocità”, afferma, indicando una strada che non lasci spazio a compromessi di comodo. Il punto decisivo, conclude, è rendere questa tutela vincolante. "L’accesso ai nostri mercati deve essere subordinato al rispetto di standard verificabili”, perché solo così sarà possibile “trasformare la tutela della biodiversità da semplice auspicio morale a precondizione vincolante negli scambi internazionali”.
Aggiornato il 20 gennaio 2026 alle ore 10:08
