Se il magistrato fa il volantinaggio e il giornalista il militante

C’è un’immagine che, più di mille riforme burocratiche, restituisce il senso di smarrimento delle nostre istituzioni: un magistrato, un servitore dello Stato che detiene il potere di privare un cittadino della libertà, che distribuisce volantini per strada durante una campagna referendaria. O un conduttore del servizio pubblico che, smessi i panni del cronista “terzo”, sale su un palco politico per arringare la folla. La domanda sorge spontanea, brutale nella sua semplicità: è normale? La risposta breve è no. Quella lunga richiede un’analisi spietata di come abbiamo confuso la “libertà di espressione” con la “promiscuità istituzionale”.

IL MAGISTRATO IN PIAZZA: TRA COSTITUZIONE E DECORO

Partiamo dal caso del procuratore che fa volantinaggio o scrive editoriali sferzanti sui rapporti tra politica e giustizia. La Costituzione Italiana, all’articolo 98, comma 3, parla chiaro: “Si possono stabilire con legge limitazioni al diritto d'iscriversi ai partiti politici per i magistrati”. Il legislatore ha voluto proteggere non solo l’imparzialità del giudice, ma anche la sua apparenza di imparzialità.

Il Decreto Legislativo n. 109 del 2006, che regola gli illeciti disciplinari dei magistrati, sanziona “l'uso della qualifica di magistrato al fine di conseguire vantaggi ingiusti” e la “partecipazione sistematica e continuativa a partiti politici”. Ma il vero punto dolente è il Codice Etico dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM). L’articolo 8 recita: “Il magistrato è tenuto al rispetto della dignità della propria funzione e non deve compromettere, con il suo comportamento, il prestigio dell'ordine giudiziario”. Vedere un magistrato che fa campagna referendaria attiva per strada non è solo un problema di “tempo libero”. È un corto circuito simbolico. Se quel magistrato domani dovesse indagare un esponente del fronte opposto a quello per cui ha distribuito volantini, come potrebbe il cittadino credere nella sua cecità rispetto alle parti? La giustizia non deve solo essere fatta, deve anche sembrare fatta. L’editoriale politico del magistrato, pur protetto teoricamente dal diritto di critica, erode la distanza sacrale tra chi giudica e chi è giudicato.

IL SERVIZIO PUBBLICO AL SERVIZIO DI UNA PARTE?

Passiamo al conduttore Rai. Qui entriamo nel campo del Contratto di Servizio e del Testo Unico dei doveri del giornalista. Il giornalista del servizio pubblico è pagato dai cittadini – di ogni colore politico – per garantire pluralismo e completezza informativa. Quando un conduttore prende parte a eventi referendari o politici, schierandosi apertamente, rompe il patto di fiducia con l’utente. La norma sull’imparzialità della Rai è scolpita nel Dna della Vigilanza. Partecipare a un comizio o a un evento di parte non è un’estensione della propria libertà intellettuale, è una rinuncia alla propria funzione di arbitro. Se diventi giocatore, non puoi più pretendere che il pubblico accetti i tuoi fischi o i tuoi rigori durante la trasmissione.

IL “FUORI DAL CORO”: LA DERIVA DELL’IO IPERTROFICO

La verità, schietta e fuori dal coro, è che viviamo nell’era della spettacolarizzazione dell’io. Il magistrato vuole essere intellettuale organico; il giornalista vuole essere leader d’opinione (o di piazza). Perché accade?

Indebolimento dei partiti: in assenza di vere scuole di politica, magistrati e giornalisti occupano lo spazio vuoto, diventando i nuovi “tribuni della plebe”.
La ricerca del consenso social: l’esposizione pubblica genera un capitale di visibilità che serve a proteggersi internamente (correnti della magistratura) o a garantirsi futuri sbocchi professionali.
L'equivoco dell'impegno civile: si confonde l’essere cittadini attivi con lo snaturamento del proprio ruolo professionale.

QUALI SONO LE INCOMPATIBILITÀ E COSA RISCHIAMO?

Esiste un’incompatibilità ontologica prima ancora che giuridica. Se un magistrato può fare politica attiva, allora la separazione dei poteri è un reperto archeologico. Se un giornalista pubblico può fare militanza, allora il canone è una tassa sul catechismo ideologico. Il rischio è la balcanizzazione delle istituzioni. Se ogni procura ha un suo “orientamento editoriale” e ogni programma Rai una sua “casacca elettorale”, il cittadino smetterà di rivolgersi allo Stato come entità neutrale e inizierà a cercare protezione “presso la fazione amica”. È la fine dello Stato di Diritto e l’inizio del feudalesimo mediatico-giudiziario.

UN APPELLO ALLA SOBRIETÀ

È urgente che il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) smetta di essere timido e definisca una volta per tutte che la partecipazione a campagne referendarie e politiche è incompatibile con la funzione giudiziaria. Ed è altrettanto urgente che la Rai applichi clausole di esclusività e di etica professionale che impediscano ai propri volti di punta di trasformarsi in megafoni di partito. La libertà di pensiero è sacra, ma chi sceglie di indossare una toga o di parlare dal pulpito del servizio pubblico deve accettare un onere: quello della sobrietà. Se vuoi fare politica, togliti la toga. Se vuoi fare militanza, lascia il microfono del servizio pubblico e apriti un blog.

Il resto è solo confusione. E la confusione, nel cuore dello Stato, è l’anticamera del declino.

Aggiornato il 14 gennaio 2026 alle ore 15:09