Si chiama Àlvaro, non Alvàro. È un bambino sdrucciolo perché portoghese, ha due anni e mezzo senza alcuna fretta di compierne tre in primavera.
Mamma italiana, papà anglo-lusitano, famiglia mediamente benestante, con rami sparsi nel mondo. Quattro cuginetti che allineano l’età per giocare insieme senza prevaricazioni, nemmeno scherzose.
Natale, tavolata che si allunga una, due, tre volte per gli ospiti last minute, a dimostrazione che aggiungi un posto a tavola non è un’invenzione teatrale, è cuore e sorrisi. Cinque bambini giocano, due ospiti portano un cagnetto buffo, che abbaicchia se lo si accarezza o si preme un bottone del guinzaglietto elettrico.
Regalo per Àlvaro, ma subito è di tutti. Nessuno se ne appropria, ed è magico come il giocattolo esca dalla confezione e passi di mano in mano con una naturalezza che stupisce, abituati come siamo a sensi di possesso quasi maniacali, e non certo solo nei bambini.
Le famiglie apparecchiano, bollono, friggono in un silenzio amabilmente chiassoso. Il forno elettrico è saltato, addio lasagne, bisogna preparare altro, c’è tutto, c’è tempo. Qualcuno ha ricevuto un triciclo, ma lo userà più tardi così un papà inventa il vero gioco natalizio: lo scatolone del ciclino contiene uno, poi due, tre, quattro bambini.
Tutti ridono, invece di sgomitare, i più grandi aiutano i più piccoli a incastrarsi in questa loro improvvisata casina ludica, dove si muovono con miracolosa delicatezza, considerando l’entusiasmo per il nuovo luogo magico che non è un giocattolo, ma solo il suo involucro.
Uno degli invitati adulti ha comprato on-line dalla Cina un paio di occhiali interattivi che fotografano, filmano, telefonano anche a qualcuno sulla luna, e si agita perché tutti ascoltino le prodezze dell’intelligenzina artificiale: si preme un bottone sulla stanghetta sinistra , si guarda il panorama domestico e si scopre che gli occhiali non sono stupidi come noi: leggono, riflettono, sembra che non si sbilancino, poi, a sorpresa, quando pare a loro, esternano: “Vedo una tavola apparecchiata, si suppone che molte persone stiano per iniziare un pranzo, non una cena perché la luce è chiara. Molte bottiglie al centro, piatti vuoti, forse il cibo è ancora in preparazione. Sembra una riunione fra molti amici e parenti, le pareti sono bianche, la stanza è lunga e un po’ stretta, dalla finestra si intravvedono montagne e, in primo piano, un albero, sembra, di ulivo”.
La descrizione del nulla continua, l’ospite tecnologico è molto fiero di essere l’unico ad avere già varcato il quarto millennio, gli altri, per lo più, sono preoccupati che non si bruci nulla, e si possa gustare un pranzo sufficientemente natalizio. Gli alvarìsti, dalla loro casina, l’hanno ascoltato con educazione, ma con un orecchio solo.
Per fortuna, subito dopo, un giovane nonno aggredisce selvaggiamente la comunità cartonata: prende il coperchio, chiude i bambini e bussa con un bastoncino, facendo esplodere di risate lo scatolone delle meraviglie, la cui acustica naturalmente amplificata comprende vocette, gridolini, minuscole quanto obbligatorie sguaiatezze, abbai del cagnetto che si è subito ambientato anche sotto coperta.
A questo punto, retorica vorrebbe che la conclusione del racconto fosse tutta un peana per la famiglia del bosco, quella impaginata da mesi sopra le zelenskate e poco sotto le trumpate: il mondo va avanti, le forzature sono sbagliatissime, oltre che patetiche. Lo assicura l’autore di questa divagazione, lo stesso che creò e condusse su Raidue Futura city, tecnologia spesso estrema, spiegata a misura d’uomo. Anche se lui predica bene, ma si consulta con Alexa anche prima di soffiarsi il naso.
Dunque, la parabola dei bambini nel cartone dove vuole arrivare? Innanzi tutto, fuori dalle logiche generazionali, vietato dire ai miei tempi, oggi non sanno divertirsi, noi sì che, guarda questi, un pallone, scarpe rotte e altre tristezze da vecchi invidiosi.
È solo un sorriso, una prova che la vita esiste anche fuori dallo schermo dello smartphone. Vuole suggerirci di continuare pure a messaggiare, rischiando di scordare le voci degli interlocutori, dei quali vediamo la fotina d’archivio che li mantiene forever young, mica come noi. Ma poi, un giorno, magari, un gelato insieme, senza la paura dei ricordi, solo il piacere di una stracciatella come la ricordavamo. Insomma, un quotidiano carino, ricordate? E qualche gesto istintivo, non suggerito dal grande fratellino Ios, o dal suo gemellino Android.
Non ci dobbiamo vergognare di imparare da figli e nipoti una logica che rifiutiamo perché ci auto-incaselliamo in un box da cui le idee non escono, imprigionate come sono all’interno di questo contenitore stagno, non aperto all’universo come il cartone dei bambini. Così facendo respireremo e lasceremo respirare, e magari condivideremo l’aria, scoprendo che ce n’è per tutti.
E la fantasia, che negli occhi gioiosi di Àlvaro ci fa vedere un mondo che credevamo non esistesse più.
Aggiornato il 07 gennaio 2026 alle ore 15:32
