Mentre le luci di Natale si spengono con una freddezza che nulla ha a che fare con il gelo invernale, l’Italia si riscopre incastrata in un copione kafkiano, dove il buonsenso è andato in esilio e la coerenza è diventata un reperto archeologico.
QUEL “SÌ” STROZZATO IN GOLA
Partiamo dal basso o, meglio, dal coro. C’è qualcosa di profondamente grottesco nel diktat che vorrebbe vietare di concludere l’Inno di Mameli con quel liberatorio, fragoroso “Sì!”. In un Paese dove si tollera tutto ̶ dall’evasione fiscale creativa al degrado urbano ̶ ci riscopriamo improvvisamente puristi della partitura.
Ci dicono che quel “Sì” non è scritto nel testo originale di Novaro e Mameli. Certo. Ma è scritto nel cuore di un popolo che, almeno per quei tre minuti, cerca di sentirsi comunità. Toglierlo non è un atto di rispetto filologico; è l’ennesima piccola castrazione simbolica. Ci vogliono composti, silenziosi, pronti a subire il ritmo della banda senza mai metterci un briciolo di enfasi. È il simbolo di un’Italia che preferisce la forma vuota alla sostanza pulsante.
IL QUIRINALE E L’ENIGMA DELLA GRAZIA
Alzando lo sguardo verso il Colle, il panorama non si rasserena. Le recenti decisioni sulle Grazie presidenziali scivolano sopra le teste dei cittadini come nubi cariche di pioggia che non esplode mai in chiarezza. La domanda sorge spontanea, pungente come uno spillo: qual è il perimetro della giustizia se la clemenza diventa un atto che suscita più perplessità che sollievo? Quando il “perdonismo” di Stato interviene su figure che sembrano godere di corsie preferenziali, il cittadino comune ̶ quello che paga le multe, che aspetta anni per una sentenza civile, che sconta ogni minima colpa ̶ avverte un brivido di alienazione. La Grazia dovrebbe essere un atto di alta umanità, non un rompicapo politico che lascia dietro di sé l’odore acre del privilegio o dell’opportunità diplomatica.
LA POLITICA DEL “VI RICHIAMO IO”
E poi c’è il grande classico: la politica che gioca a nascondino con l’informazione. Impegni presi davanti alle telecamere, promesse di trasparenza siglate con una stretta di mano ai giornalisti, che puntualmente evaporano prima dell’edizione della sera.
I palazzi del potere sono diventati fortezze inespugnabili dove il “no comment” è stato sostituito dalla fuga laterale o, peggio, dalla menzogna cordiale. Si promettono riforme, si giurano chiarimenti, e poi? Il silenzio. Un silenzio che non è d’oro, ma di piombo, e che schiaccia il diritto dei cittadini a sapere cosa accade davvero nelle stanze dei bottoni. I giornalisti sono ridotti a reggicoda di una propaganda che non accetta il contraddittorio, mentre la verità diventa un optional intercambiabile.
UN NATALE KAFKIANO
Ed eccoci qui, all’ombra di un albero che sembra fatto di fil di ferro. È un Natale amaro, dove la festa è diventata una recita obbligatoria. Ci scambiamo auguri di plastica mentre sentiamo il peso di un sistema che non ci somiglia più. È un Natale kafkiano perché ci sentiamo tutti come Josef K.: imputati di un processo di cui non conosciamo le accuse, in attesa di un cambiamento che non arriva mai, bloccati davanti a porte che si aprono solo per chi ha la chiave giusta.
L’amarezza non è pessimismo, è lucidità. È la consapevolezza che, tra un brindisi forzato e una melodia strozzata, stiamo perdendo il senso del limite. Forse, sotto l’albero, quest’anno non abbiamo trovato risposte ma solo nuove, urgenti domande.
(*) L'immagine è un'opera d'arte creata dall'artista olandese Teun Hocks.
Aggiornato il 05 gennaio 2026 alle ore 13:54
