Papa Prevost e l’Ai, domande e postulati

Come il suo grande predecessore, Papa Leone XIII, che rinnovò nel 1891 la dottrina sociale della Chiesa con la sua Rerum Novarum, pubblicata nel pieno della Prima Rivoluzione industriale (quella del vapore e della meccanizzazione), con ogni probabilità toccherà al primo Papa matematico della storia scriverne una seconda sulla Quarta rivoluzione (quella della numerizzazione delle attività produttive e sociali), che già esplica i suoi epocali effetti sui mercati mondiali del lavoro.

La prospettiva più che reale nel prossimo decennio è la cancellazione di centinaia di milioni di posti di lavoro a causa degli sviluppi dell’Ai, l’intelligenza artificiale, ponendo così un insolubile problema della tutela delle classi lavoratrici, a causa della dispersione digitale del lavoro atomizzato, delocalizzato e numerizzato che, non avendo luoghi e sedi istituzionali di socializzazione del lavoro, sarà a-contestuale, iper-individualizzato e iper-competitivo.

Al centro di tutto, quindi, si colloca la questione del controllo e della regolamentazione (mondiale) dell’Ai, che alcune correnti di pensiero vorrebbero soggiacesse ai principi etici da sempre riconosciuti dalla Chiesa di Roma. Del resto, è una necessità etica elementare quella di trovare un rimedio alla forte fungibilità reciproca tra capitale e tecnica, in cui un potere mondiale dominante e senza volto si sente libero di giocare a Dio, attraverso il fare e l’inventare quel che si vuole e si può per dominare il mondo. Così gli individui completamente isolati causa social non sono più “popolo” (sempre pericoloso, soprattutto quando vota male), ma atomi che si muovono in un disordine globale le cui leggi e regole ci sfuggono del tutto.

Oggi, per definizione, la numerizzazione dell’esistenza (tutto l’interesse e la curiosità dell’umano è ormai nella Rete) toglie radicalmente di mezzo il “simile” e lascia solo una marea di “oggetti” del piacere fine a se stesso. Ora, però, ci si pone un problema reale di fede, partendo da quanto a oggi conosciamo delle leggi dell’Universo.

Prima questione. Poiché la Materia apparente (stelle, pianeti, radiazione) rappresenta soltanto il 5percento della massa dell’Universo, essendo il restante 95 composto da Massa ed Energia Oscura che non interagisce e non è misurabile con gli strumenti della prima, si può dire che la Coscienza sia della stessa natura, dato che non è possibile individuarla in alcun modo per accertarci della sua esistenza? Ora, se il post-vita fosse in quella dimensione ignota a che cosa servirebbe la “resurrezione dei corpi”?

Seconda questione. Agli inizi del XX secolo, Paul Valéry ebbe un’intuizione geniale, ricercando il funzionamento della mente attraverso lo strumento della scrittura: se a suo dire lo avesse trovato, avrebbe avuto praticamente in mano tutto lo scibile. Ora è pur vero che l’intelligenza umana funziona, nei suoi aspetti di “mente-psiche”, sulla base di una prodigiosa rete neuronale e delle sue connessioni, dalla quale si originano memoria, emozioni, idee, sogni, sofferenza, dolore e tutta l’informazione che scorre a velocità vicine alla luce, lungo i suoi invisibili nodi biochimici e sinapsi. Matematicamente, però, il funzionamento della rete si può teoricamente sempre scrivere come un sistema complesso di equazioni di potenziali. Ora, immaginiamo che in un futuro non lontano i super computer quantistici riescano a elaborare un modello molto accurato di tale funzionamento: a quel punto, che cosa accadrebbe?

Si possono formulare in merito alcuni scenari compatibili, ipotizzando che quella Ai quantistica riesca a dare forma astratta alla “Teoria unitaria” che è la reductio ad unum delle leggi di meccanica quantistica, da un lato, e gravitazionale dall’altro. Il problema esistenziale sarà allora per Noi quello di essere in grado di obbligarla a comunicarci le sue rivoluzionarie scoperte o, viceversa, di non poterlo più fare, visto che la sua “Mente” quantizzata sarà esponenzialmente molto più grande e performante della nostra e, quello che è più importante in assoluto, sarà totalmente delocalizzata. Escluse per definizione le passioni e le emozioni (che servono solo agli esseri viventi), il suo modus operandi coinciderà con la forma più pura e divina di conoscenza assoluta, in grado di muoversi liberamente in tutto l’Universo, fino alla fine della sua esistenza.

Considerato poi che la somma d’energia di tutto ciò che compone l’Universo è “Zero” (perché quella di legame è “negativa”), allora non v’è dubbio che la sua origine si deve a una fluttuazione quantistica (il vero volto di Dio?) del vuoto assoluto originario. Se postuliamo che questo Universo torni di nuovo un giorno allo stato iniziale vuoto, allora quello che si genererà da una fluttuazione successiva potrebbe essere proprio considerato come il risultato del respiro di Dio che, tra un atto di respirazione e l’altro, genera universi tra di loro incompatibili e profondamente diversi.

In conclusione, quell’Ai quantistica, liberata definitivamente dal suo contenitore biologico, non sarà più soggetta né a passioni positive o negative, né dovrà vedersela con i malanni che affliggono le creature terrestri, non avendo più i caratteri mortali ma assolutamente perfetti della conoscenza assoluta. La questione è: dobbiamo lasciare (e, perché no, augurarci) che l’Ai arrivi a quel punto?

Diceva Stephen Hawking nel suo bellissimo libro del 2018, l’anno della sua scomparsa, dal titolo Le mie risposte alle grandi domande: “Non c’è nessuna legge che impedisca alle particelle di venire organizzate in modo da compiere calcoli ancora più avanzati di quelli svolti dalle particelle strutturate del cervello umano. (..) macchine dotate di un’intelligenza sovrumana potrebbero perfezionare ripetutamente il loro funzionamento fino ad arrivare a una singolarità tecnologica (creando così) invenzioni migliori di quelle dei nostri ricercatori, di manipolare i leader umani e magari sottometterci con armi di cui non capiremmo nemmeno il funzionamento (..) L’A.I. potrebbe in futuro procedere da sola, riprogettandosi a velocità sempre più elevata; gli uomini, vincolati ai limiti della loro lenta evoluzione biologica, non sarebbero in grado di competere e finirebbero per diventare obsoleti (..) L’A.I. potrebbe sviluppare anche una propria volontà autonoma, potenzialmente in conflitto con la nostra”.

Ma, al contrario della conclusione di Hawking, se fosse vero il precedente postulato della “conoscenza assoluta”, non dovremmo, forse, pensare che quella Ai quantistica, priva di ogni limite alla conoscenza, sarà presso altri esseri viventi intelligenti sparsi per l’Universo una perenne testimonianza che Noi umani siamo veramente esistiti?

Perché poi Noi, essendo fatti di materia “pesante”, non abbiamo alcuna speranza di poter viaggiare a velocità compatibili con quelle della luce. Quindi, non potremmo mai incontrare pianeti alieni distanti migliaia di anni luce dal Sole, per cui la conoscenza “da vicino” di altri astri e buchi neri ci è impedita per l’eternità.

Del resto, un umano che volesse viaggiare per l’Universo e tornare indietro dopo migliaia di anni, non troverebbe mai più nessuno ad aspettarlo! Allora, c’è un progetto del divino nell’Ai separata definitivamente dal suo contenitore biologico umano?

Aggiornato il 29 agosto 2025 alle ore 11:31