Qatar, diritti e “l’altra metà del cielo”

I Mondiali di calcio in Qatar sono iniziati e, con essi, sono divampate le più disparate polemiche. Che, è bene ribadirlo, per quanto tardive rimangono comunque non solo fondate ma quasi indispensabili.

Tutte le squadre hanno inizialmente manifestato le intenzioni di boicottaggi più o meno soft dell’evento, in nome dei diritti umani, salvo fare prontamente marcia indietro all’annuncio che la Fifa non avrebbe tollerato tali rivendicazioni.

Succede che ieri, mercoledì 23 novembre, la squadra tedesca si sia coperta la bocca nella tradizionale foto di gruppo prima dell’inizio della partita con il Giappone, per denunciare le limitazioni alla libertà di esprimere il sostegno ai diritti della comunità Lgbtq+.

Da Berlino lo stesso portavoce del governo Steffen Hebestreit, definendo la linea adottata dalla Fifa come “molto spiacevole”, ha dichiarato: “I diritti della comunità Lgbtq+ non sono negoziabili”. Ed ha aggiunto: “Vediamo che apparentemente non è possibile, in questa Coppa del Mondo Fifa, prendere una posizione o mostrare un qualsiasi segno di impegno sul tema. È importante invece difendere i nostri valori”.

Già, ma di quali diritti e valori parliamo? Perché se vogliamo davvero parlare di diritti umani, forse andrebbe fatto un discorso più ampio e non solo per una categoria di persone.

Perché se è vero che è importante sensibilizzare l’opinione pubblica sui diritti Lgbtq+, mi pare quantomeno bizzarro che nessuno voglia affrontare il tema dei diritti delle donne.

Già non bisognerebbe mai mettere in contrapposizione i diritti di un gruppo rispetto ad un altro. Ma poi, le persone che rivendicano i diritti Lgbtq+ sono comunque uomini, ma anche donne (sì, al di là della propria autopercezione di genere, siamo tutti esseri umani quindi semplificando, senza per questo voler escludere nessuno, uomini e donne).

Eppure, il tema dei diritti delle donne viene sempre messo in secondo piano. Certo, non nei casi di politica interna dove l’articolo determinativo davanti la carica di Presidente del Consiglio tiene banco per settimane. E neanche per questioni ideologiche partitiche piccine picciò. Ma in tutti i casi importanti che contano.

Il Qatar è stato il primo Paese del Consiglio di cooperazione del Golfo ad introdurre il suffragio universale: le donne hanno potuto votare per la prima volta nelle elezioni dell’8 marzo 1999.

Secondo l’organizzazione internazionale Human Rights Watch, i diritti delle donne in Qatar sono limitati dalla legge sulla tutela maschile del Paese, oltre ad essere influenzati dall’interpretazione wahhabita dell’Islam. Il che vuol dire che queste donne devono ottenere il permesso dai loro tutori maschi per: sposarsi, studiare all'estero grazie a borse di studio, lavorare in molti degli uffici governativi, viaggiare all'estero fino a una certa età, ricevere alcune forme di assistenza sanitaria riproduttiva e agire come tutore principale del bambino, anche se divorziate. Nel Paese è legale controllare il luogo in cui si trova una donna adulta e il suo orario di coprifuoco. Le donne ricevono spesso minacce di abusi fisici dalle loro famiglie. Anche perché in Qatar le violenze domestiche non sono criminalizzate dalla legge.

Anche alla luce delle manifestazioni in Iran dopo la morte di Mahsa Amini e dalla situazione sempre più drammatica in Afghanistan con il governo dei talebani, mi chiedo: ma non sarebbe stata l’occasione perfetta per parlare anche dei diritti delle donne? Oppure, sotto sotto, i benpensanti tentano di distogliere l’attenzione focalizzandosi sui diritti Lgtbq+ mentre si spera in una prepotente regressione dei diritti dell’altra metà del cielo?