La critica è libertà

Ho letto con interesse la recente intervista al Corriere della Sera del neo-consigliere per la musica del ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, il direttore d’orchestra, Beatrice Venezi, nella quale esponeva per grandi linee la sua idea di artista e quale sia la sua “visione”, come lei stessa l’ha definita, in merito. Alcune cose sono interessanti, per esempio sull’utilizzo dei fondi del Fus (Fondo unico per lo spettacolo), ma c’è un passaggio che non può essere assolutamente condivisibile, cioè quello in cui la Venezi sostiene la necessità di creare un albo dei critici musicali, in particolare e culturali, in generale. Dice la Venezi che “certe “critiche, chiamiamole così, possono esaltare o affossare la carriera di un artista. Ecco perché penso a un percorso di formazione specializzato e a un albo dei critici professionisti. Nella mia visione mi spingo oltre: non solo per la musica, ma per la critica tout court. Penso che ci sia bisogno di inquadrare meglio i ruoli”. Infatti, un rigo prima aveva sostenuto “vedo che oggi chiunque sia dotato di uno smartphone si erge a critico”, dando la giustificazione alla sua proposta.

Questa bizzarra – per usare un eufemismo – idea contiene in nuce, però, degli elementi che fanno accapponare la pelle a un pensatore libero, che credo debbano essere messi in rilievo critico.

Primo: il fatto che si voglia addirittura creare un albo, quindi pagare dei funzionari statali, che formino e poi controllino i “critici”, diventa non solo un esborso del pubblico erario, ma una aberrante operazione di controllo sulla libertà di pensiero.

Secondo: costituendo un albo del genere, i “qualificati” potrebbero avallare o stroncare un’opera teatrale, musicale, culturale in generale, senza passare dal vero giudice dell’arte, cioè il tempo.

Terzo: la “visione” della Venezi ricorda, purtroppo, l’incubo dell’Inquisizione e dei libri messi all’indice. Quando scrittori, artisti e filosofi finivano sul rogo per opinioni non conformi al pensiero dominante, a Piazza Marina a Palermo o a Campo de’ Fiori, a Roma. Giordano Bruno docet. E ora potrebbero finirci, metaforicamente parlando, i dotati di tablet o smartphone che hanno l’ardire di scrivere una propria impressione o recensione su un artista.

Quarto: la cultura e l’arte, per loro stessa natura, sono libere e tali devono rimanere, perché sono espressione della creatività umana e nessuno dall’alto può avere il potere di deciderne le sorti. Tanto meno si può chiedere a uno scrittore o a un giornalista di regolarsi in un modo o in un altro rispetto a un’opera o a una composizione, magari in funzione della logica amico/nemico. Sarebbe una grave diminutio del ruolo della critica. Essa è alla base della nostra civiltà, che nasce in Grecia con la filosofia, si codifica a Roma con il diritto, si amplia nel Medioevo grazie al Cristianesimo, arriva a noi con l’Illuminismo nord-europeo e la pratica del libero arbitrio. La libera critica, inoltre, rappresenta la più efficace maniera per controllare il potere politico, perché non faccia abusi.

Quinto: siamo sicuri, poi, che la creazione di un altro albo/ordine statale controllato dal ministero sia utile alla promozione degli artisti e della cultura? In Italia esistono 19 ordini e otto collegi professionali, per un totale di 27. Poi il decreto del 13 marzo 2018, attuativo della legge numero 3 del 2018, ne ha istituiti altri 17 per le professioni sanitarie, così il quadro normativo per queste ultime arriva a 22. Insomma, un numero già rilevante, per pensare a istituirne anche uno per gli esperti “criticoni”, che sarebbe poi logico differenziare in settori. Ad esempio, per la musica, la pittura, la scultura, la letteratura e via discorrendo. Per poi scoprire che ogni eventuale ordine avrebbe le sue sottocategorie, come la storiografia, la poesia, la prosa e giù tutto il resto.

L’Italia è già una nazione oltremodo burocratizzata per pensare di ingabbiarla ulteriormente. Semmai, bisognerebbe abolire albi, ordini e collegi, non crearli. Per questo, ricordo una proposta di legge in tal senso di Raffaele Lauro, ex parlamentare del Pdl, che suscitò reazioni contrarie molto roventi e anche altre iniziative in tal senso. Per esempio, quella per la cancellazione dell’ordine dei giornalisti, tentata nel tempo da Repubblicani, Radicali, Leghisti, Post-comunisti e Liberali, in ultimo persino da Beppe Grillo e Matteo Renzi, sempre senza successo.

Il Presidente della Repubblica, Luigi Einaudi, diceva: “Gli ordini possono anche rimanere per quelli che intendono iscriversi, l’importante è che venga eliminata la obbligatorietà della iscrizione ai fini dell’esercizio professionale”. Purtroppo, una battaglia di libertà, quella per l’abolizione, che è sempre stata persa! Forse perché l’Italia è una nazione affetta da statalismo cronico e inguaribile. Almeno, però, non aggiungiamone di altri in un campo così delicato.

Personalmente, non credo che il ministro Sangiuliano, che è un esponente nella cultura liberal-conservatrice, possa ritenere utile una tale iniziativa o meglio un “consiglio” del genere, soprattutto perché conosce e cita il pensiero di Benedetto Croce e di Giuseppe Prezzolini. Forse, ricorderà anche che nel 1992 il deputato del Movimento Sociale italiano, Pinuccio Tatarella, uomo libero e avveduto, sosteneva che “gli albi hanno una sola ragion d’essere, quando siano non solo aperti ma facoltativi e quando l’esercizio della professione giornalistica sia libero a tutti”. Il sottosegretario al ramo, il critico Vittorio Sgarbi, di cultura liberale a tratti libertaria, cosa ne potrà mai pensare che si formino dei professionisti della “giusta” critica?

Il controllo dall’alto della cultura porta, comunque, a una perdita di conoscenza. Immaginiamoci cosa sarebbe successo, se ipotetici critici di Stato avessero stroncato la Divina Commedia, magari decretandone pure la distruzione? Cosa l’umanità, non solo l’Italia, avrebbe perso per la malaccorta decisione di un burocrate? Nella cartella psichiatria di Friedrich Nietzsche al manicomio di Jena, nel 1889, scrissero: “Il paziente mostra evidenti spunti paranoici di megalomania: dichiara di essere un grande filosofo”. Figuriamoci cosa potrebbero scrivere gli esperti della critica di Stato, oggi, sulla sua opera con queste premesse. E su Ezra Pound? E che dire allora di Aleksandr Isaevič Solženicyn e del suo capolavoro, Arcipelago Gulag? E su Karl Popper? Osteggiatissimo dai comunisti in casa nostra, come scrive Fausto Carioti, isolato anche tra i soloni della cultura liberale e conservatrice di Oltreoceano, non trovava nemmeno un editore. Problema che si risolse solo grazie all’intervento di Friedrich von Hayek alla fine del 1945 e, in Italia, grazie a Dario Antiseri solo nel 1973, anno in cui fu data alle stampe e tradotta la sua opera più famosa, La società aperta e i suoi nemici.

E se Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa – stroncato perché palesemente troppo critico dell’unificazione italiana e che come scriveva il cardinale Ernesto Ruffini, era un libro che diffamava la Sicilia, parere anch’esso molto discutibile – non avesse incontrato la decisione positiva di un editore che ne comprese il grande valore pur essendo Giangiacomo Feltrinelli di estrema sinistra, che fine avrebbe fatto? Oggi forse non ne scriveremmo.

Un’altra isola di autonomia culturale è il Sindacato libero Scrittori italiani, che raccoglie autori di varie e diverse appartenenze ideali e artistiche, che negli anni ha rappresentato una agorà dove il confronto è stato aperto, franco e positivo. Infine, quale sarebbe la logica secondo la quale un critico togato del ministero sarebbe migliore di uno scrittore indipendente?