Dalla rivoluzione di Suor Cristina alla moglie vamp di Soumahoro

Da che parte cominciare? Da Suor Cristina? O meglio, da Cristina Scuccia, l’ex suora delle Orsoline che dopo quindici anni di devozione in castigato velo e abito monacale ha raccontato a Silvia Toffanin di Verissimo la sua “ri-conversione” in smagliante tailleur di raso rosso vermiglio come le labbra, coi lunghi capelli extension, le ciglia finte e il microblading? Oppure dalla moglie di Aboubakar Soumahoro, l’impertinente deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, che nel giorno del discorso alla Camera della prima premier italiana, Giorgia Meloni, l’ha rimbeccata perché gli si era rivolto da “onorevole collega”, cioè dandole del “tu” invece che del “lei”?

Il sindacalista politico ivoriano non ha proprio gradito e con tono stizzoso l’ha interrotta: “Prego, mi dia del lei”. Stesso tono, più intimidatorio, Soumahoro l’ha poi sfoderato a bordo della Humanity 1, battente bandiera tedesca e ferma sul molo di Catania, quando ha minacciato: “La Meloni è responsabile di ogni vita sospesa in questa nave!”. Poi rivolto dalle telecamere, a denti stretti, ha denunciato che “siamo stati noi italiani a finanziare le tremende carceri libiche”.

Partiamo dalla moglie dell’onorevolissimo Aboubakar Soumahoro, donna Liliana Murekatete, sulla quale indaga la Procura di Latina per capire in quale misura, con la madre-suocera, abbia gestito due aziende che si occupano dei migranti del Pontino. Lo sanno tutti da quelle parti come vivono tanti neri, indiani, stranieri. Io stessa ci passo e li vedo da anni, come altri.

“Trattati come animali”, si lamentano. Tre, quattro in una stanzetta – quando non capanna – senza acqua, senza luce, poco cibo. Pagati – quando non pagati – pochi euro l’ora. Poi sfruttati, schiavizzati come vu’ cumprà sui litorali. Durante il lockdown se ne sono visti meno, uno brancolava sfinito sulla spiaggia implorando di acquistargli qualcosa. È stramazzato a terra febbricitante. Altri girovagano, stazionano davanti ai supermercati, ai negozi, metà venditori ambulanti e non pochi metà pusher. Uno, che ho avvicinato cercando di capire, mi ha chiesto soldi per tornare a casa. Come altri ragazzi, nonostante i telefonini e gli orologi.

Un giovanotto nigeriano ha detto: “Ho spiegato a mio fratello, che vuole fare il viaggio, che se vedo il mio telefonino accendersi col suo numero da qui, lo butto via”. Non so se sia vero, difficile stabilire in certi casi e con persone abituate a mentire come stiano i fatti. È chiaro, invece, come vive Liliana Murekatete. Non è un mistero per nessuno visto che decine e decine di foto trionfano sui social, su Instagram, ovunque, di lei truccata da Grande Fratello Vip, con collezioni di borse plurifirmate, occhialoni, abiti da super vamp, in hotel a super stelle, mentre si fa fotografare in posa. Non può forse una donna nera moglie di un deputato di colore fare la influencer? Non è forse quello che fanno da Chiara Ferragni alla sciagurata Alessia Pifferi, la madre di Diana la bimba morta di stenti? Non è questo il punto su cui si vuole infierire, sollevando lo scandalo sulle società che non pagano i migranti con milioni di debiti nonostante i finanziamenti per gli sbarchi e per gli aiuti?

Sapete come penso finirà questa storia? Che siamo noi razzisti. Chiara Ferragni, bianca, può stare su tutti i social e posare col marito e i figli, farci i soldoni e la carriera. La moglie di Soumahoro invece diventa una niente di buono. Come piagnucola il marito-deputato accusandoci, di nuovo, che “siamo noi che vogliamo ucciderlo, ma resisterà”. Capisco l’imbarazzo di un giornalista serio e noto come Paolo Mieli che definisce il tutto “un inciampo”, mentre il Pd e la Sinistra ammettono qualche problemino, ancora tutto da verificare in sede penale, dove sicuramente sarà tutto chiarito.

Capito: imbarazzo, cosucce, qualche leggerezza al massimo, destinate al nulla. D’altro canto “liberazione velo”, che segue “operazione femminicidio”, va avanti. Anche se miete vittime: come le giovani iraniane che si fanno sparare o le facinorose arrestate dalle polizie morali degli ayatollah sostenute da tutte le donne disposte a sacrificare una ciocca di capelli. E visto come è andata nella libera Italia Gender e Bella Ciao a Saman Abbas, svelata e ritoccata dal femminismo rivoluzionario tricolore, ma ahimè finita in una fossa per opposizione a un matrimonio combinato, ci si è messa Suor Cristina a lasciare i voti per la rivoluzione.

Dopo la partecipazione a The Voice, dove ha realizzato il suo sogno di cantante quando diciannove anni fa prese i voti, per l’ex Suor Cristina si sono accese le vere luci dello spettacolo. E canta oggi e canta domani, incontrato Damiano dei Maneskin e folgorata, l’occhialuto pinguino nero, col volto stretto nella cuffia, la pelle che non aveva mai conosciuto cipria, i capelli sacrificati, il corpo oltraggiato dalla tunica, ha lasciato posto a una seducente donna da passarella, che ora professa “Dio è sempre in me e questo ha voluto”. Adesso Cristina fa la cameriera in Spagna, canta e ancheggia sui palcoscenici.

La migliore risposta femminile alla Chiesa nera, la dissociazione bramata dalle estremiste? Macché, lo sappiamo tutti, i consacrati sono “pescatori di uomini… e donne”, vanno nel peccato come angeli transformer. Ci sono due indicazioni, a mio parere, in finale. La prima è rivedere il film biografico su Abraham Lincoln, del 2013, di Steven Spielberg, in cui il Presidente degli Stati Uniti negli ultimi anni della sua vita si batte per fermare la sanguinosa guerra civile e abolire la schiavitù. Nelle ultime scene appare un Lincoln (Daniel Day-Lewis) stanco, cupo, pensieroso, che dice: “Io li ho liberati, ora voi”.

L’altra è la riflessione rilanciata in questi giorni dal teologo Vito Mancuso, tratta dal suo libro Etica per giorni difficili (Garzanti), che cito: “L’etica è la percezione di un valore sotto forma di appello, al quale si risponde mettendo liberamente in gioco la responsabilità personale. Il che significa che essa si basa su due componenti strutturali: il valore e la libertà. Senza l’uno o senza l’altra, senza la percezione di un valore e senza la libertà di rispondervi sì oppure no, l’etica non è semplicemente possibile. Se l’etica fosse un ponte, il valore e la libertà ne sarebbero i pilastri portanti”. Quale “sì” e quale “no” dipende da noi e qualificano la persona e la civiltà.