Scontro sindacale al Corriere della Sera

Finita la tregua sindacale al primo giornale italiano: un’assistenza base digitale per 436mila abbonati, un aumento del 5,7 per cento dei ricavi consolidati, un calo dell’indebitamento finanziario netto, il mantenimento dei posti di lavoro dopo la pandemia e il riacquisto del palazzo storico di via Solferino a Milano. Lo stato di agitazione e il pacchetto di 5 giorni di sciopero affidati dall’assemblea dei redattori al comitato di redazione sono la conseguenza del contrasto su tre argomenti vitali per l’organizzazione del lavoro. Le divergenze riguardano la regolamentazione dello smart working, la pubblicità invasiva e la fusione con alcuni giornali locali del gruppo. E allora al Corriere della sera è scontro tra Comitato di redazione e l’editore Urbano Cairo anche per l’interruzione unilaterale del tavolo del confronto. Le tensioni nascono da insoddisfazioni profonde. Nel corso dell’ultimo anno le relazioni industriali a Milano sono andate peggiorando, tanto che si sono alternati ben 5 comitati di redazione.

L’ultimo si era diviso su uno dei temi in discussione: il cosiddetto lavoro flessibile. Il referendum effettuato a metà febbraio aveva registrato il 90 per cento dei redattori favorevoli al lavoro da casa. Il direttore del giornale Luciano Fontana, d’intesa con l’editore, aveva fatto pressione per riprendere il lavoro in presenza. Un primo accordo prevedeva che alla ripresa di settembre dopo le ferie il 70 per cento della redazione, a rotazione, sarebbe tornata a lavorare in presenza e il 30 per cento in smart working. La divaricazione delle posizioni è avvenuta quando due membri del Cdr si è pronunciato a favore della tesi del direttore e 3 contro. E c’è stata anche una ingerenza dell’editore in merito all’organizzazione del lavoro, compito spettante secondo il Cdr esclusivamente al direttore. E ad aumentare la tensione è intervenuta la comunicazione dell’editore Cairo di un’avvenuta fusione tra Rcs Mediagroup e Rcs edizioni locali (che edita i dorsi di Veneto, Trentino-Alto Adige, Bologna e Firenze) che avrebbe comportato l’ingresso di circa cento giornalisti senza portare a conoscenza i termini del piano industriale e i costi della fusione.

La mancanza di chiarezza e l’interruzione degli incontri ha avvalorato i dubbi che tutte queste operazioni non erano dirette al rilancio e allo sviluppo del quotidiano. Non è la prima volta che i giornalisti del quotidiano milanese restano scottati da richieste di stato di crisi, di prepensionamenti e di riduzione, in vario modo, delle retribuzioni. Questa volta c’è di mezzo la futura organizzazione del lavoro, l’eccessiva invasione della pubblicità nelle pagine complesse del quotidiano e l’ingresso di giornalisti formati nelle edizioni locali e spesso assunti con contratti depotenziati. L’editore ha risposto al Comitato di redazione confermando la fusione per incorporazione finalizzata allo sviluppo dell’informazione locale con attenzione ai contenuti digitali. Ha precisato che l’esposizione finanziaria è stata azzerata e che c’è stato un miglioramento della situazione patrimoniale.

Non ha tuttavia aperto alcuno spiraglio al negoziato, per cui lo stato di tensione continua. Per l’editoria in crisi in realtà è arrivato un po’ d’ossigeno con la firma da parte del Sottosegretario di Palazzo Chigi del provvedimento per la ripartizione delle risorse del Fondo straordinario pari a 90 milioni per il 2022. Di questi 15 milioni sono per il bonus edicole, 28 per il contributo straordinario sul numero di copie vendute nel 2021 e 12 per l’assunzione di giovani giornalisti e professionisti con competenze digitali e la trasformazione a tempo indeterminato dei contratti giornalistici Co.co.co. e 35 milioni come contributo per gli interventi in tecnologie innovative.