Le Marche alluvionate sono la guerra al patrimonio naturale

I 1.600 metri quadrati di detriti, i 400 millimetri di pioggia in due ore, il fiume di acqua e fango che si è abbattuto sui Comuni di Ancona e Pesaro-Urbino, il piccolo Mattia Luconi di 8 anni strappato dalle braccia della mamma, di cui gli uomini della Protezione civile hanno ritrovato lo zaino e brandelli di felpa a dieci chilometri di distanza, il padre che lo cerca disperatamente “ancora vivo”, gli undici morti accertati, i due dispersi, le migliaia di sfollati e i milioni di euro di danni, raccontano il dramma di una sciagura che si poteva e doveva evitare.

La bomba impressionante di acqua che ha fatto straripare i fiumi Misa e Nevola non era forse arrestabile, ma contenibile sì. A cominciare dall’allerta, dalle comunicazioni adeguate alla popolazione fino alle opere su cui ora indagano le Procure. Perché, al solito, il giorno dopo si viene a sapere di stanziamenti ingenti, di protocolli burocratici, di appalti e sub appalti, di passaggi di competenze tra Enti, di lavori mai iniziati o lasciati a metà.

È tutto un gran parlare di green, di transizione verde, di clima, di ambiente, però l’operare resta inevaso. Mentre il problema non sono soltanto i cambiamenti climatici, che alimentano le parate politico-ideologiche. Il problema è principalmente l’incuria. Questo nostro meraviglioso Paese è devastato dall’incuria, dalla trascuratezza gigantesca, dal sudiciume accumulato, dall’indifferenza subumana. Nella tragedia delle Marche il problema sono stati i letti dei fiumi Misa e Nevola colmi di detriti, rami, rifiuti i quali, trasportati dalla furia delle acque e incontrando ponti e ostacoli, hanno determinato tappi e sbarramenti in conseguenza dei quali si è verificato lo straripamento violento. Questo si doveva evitare.

Ho scritto nei giorni scorsi che i cittadini sono migliori della classe dirigente e sul problema della messa in sicurezza ho letto tanti cittadini chiedere in presenza della siccità la pulizia dei letti dei fiumi. Ma chi li ha ascoltati? Chi fa? Chi organizza? Chi pensa al bene comune? Tra campagne elettorali, propaganda continua e misure parassitarie sono decaduti l’operato e le necessità. Sono anni che io stessa, passando accanto a strade comunali che costeggiano i boschi, spingendomi all’interno o semplicemente gettando occhiate sconvolte, segnalo cumuli di rifiuti: una vergogna senza limiti, ogni suppellettile e ogni avanzo gettato a caso. Oppure discariche, perché tanti l’esosa Tari non la pagano, tanti non tra i cittadini vessati da ogni contributo, ma tra gli irregolari che girano, gironzolano e non si recano all’isola verde.

Poi cos’è questa Isola ecologica, è come andare da Bulgari? La vogliamo smettere di far strapagare ciò che è natura? La raccolta dei rifiuti deve essere in ogni dove. A volte, invece, è impossibile trovare un cestino. E, poiché i rifiuti fruttano, si può benissimo organizzare diversamente. Al punto che io stessa mi sono attrezzata e, di tanto in tanto, pulisco almeno la mia strada bellissima nel bosco sacro di Ario. Qualche giorno fa, ho notato un’auto e una signora che in un punto altrettanto bellissimo ma stracolmo di bottiglie di plastica, di lattine, di bottiglie di birra, di scatole di sigarette, di mascherine, faceva la stessa pulizia fai da te. “Non riesco a voltarmi dall’altra parte”, mi ha confessato mentre riempiva enormi bustoni. Ma dico: il sindaco, l’assessore, i consiglieri, il prete, le autorità responsabili non vedono? E se vedono, passano e vanno oltre? Altro che ripristinare il servizio militare e pensare alle guerre. Basterebbe organizzare “il servizio ecologico come servizio al Paese, di chi ci vive e chi ci viene.

Io e la signora Sos ci siamo messe a studiare i rifiuti, perché davvero c’è da capire chi sia che fa questo. E dentro quelle suppellettili gettate al caso si leggeva il dramma italiano e cioè l’invasione innaturale di estranei. Non ho detto “stranieri”, ma “estranei” alle regole, alla civiltà che esige il vivere in Italia, il grado di partecipazione e collaborazione. Ho notato che non sono l’unica. A Roma, per esempio, Città Eterna devastata, molti si sono messi a filmare l’inaudita trascuratezza. Si vede chiaramente il gesto di persone che abbassano il finestrino e gettano la qualunque. Oltre al ridicolo modo di operare degli addetti, non formati a dovere, che spesso fanno questo mestiere senza coscienza, in fretta e male. Invece, la raccolta dei rifiuti e la messa in sicurezza del nostro straordinario verde sono oro. Cioè richiederebbe progetti, piani, innovazione, sistemi e un’attività operosa, altro che redditi di cittadinanza per stare in poltrona o gironzolare per lo spaccio e i furti! L’Italia ha bisogno di architetti del verde, di ingegneri del paesaggio, che va curato come nei quadri della nostra suprema arte. E poi andiamo a ricostruire i Paesi degli altri? O peggio, ci adoperiamo per fornire armi, radere al suolo, fare macerie, morti e vittime, per poi parlare solo di miliardi da stanziare. Stanziare e rubare, lo dico senza reticenza. Perché non servono a nulla le ingenti somme che hanno alimentato la peggiore classe dirigente, la peggiore Europa, i peggiori consessi, il saccheggio mondiale, se non ci sono la coscienza e la mentalità.

Non serve andare lontano, verso fiumi, boschi e laghi dell’Italia nostra. Basta il praticello di casa. Una mia amica mi ha raccontato delle esperienze impressionanti. Io per tenere un fazzoletto di terra non riesco a trovare una persona capace e volenterosa di tagliare l’erba. Non dico altro. Il giardiniere di esperienza, tornato dopo un determinato periodo, è rimasto stordito. “Signò, che è successo qui?”. Girano anche strane idee sulle pacciamature, sui vermicelli da non uccidere, modalità che il vecchio giardiniere ha definito benissimo: “Ma quali novità green, non hanno voglia di abbassarsi, la terra sta in basso!”. E si è messo a parlare con gli ulivi, con il ciliegio. E mentre lo carezzava lo studiava, osservando “qui taglio e qui no, questo porta frutto”.

L’Italia non è più una Repubblica fondata sul lavoro. È diventata post-sovietica, con l’odio per il padrone, per il lavoro, come ai tempi degli stermini. Ed è un saccheggio per quello che spiegava la povera Oriana Fallaci, “verranno e distruggeranno, razzie come nei secoli passati”. Le Marche alluvionate sono le province di Ancona, Pesaro e Urbino, quelle di Dante che descriveva la gobba del Monte Catria e i tramonti di Fonte Avellana, e Urbino, centro più importante del Rinascimento e patrimonio dell’Unesco. A noi la guerra la fanno così e noi stessi siamo la guerra. La risposta sono il bene e la sapienza, la gioia del fare, la dolcezza naturale, la gioia nel liberare il bosco, il lago, il fiume, il mare. E far sorridere la natura per vivere bene la nostra Madre Terra. Il problema sono i sapientoni di Bruxelles, la geopolitica di quelli che hanno come concezione devastare, come sta accadendo in Ucraina o in Siria o altrove. Armi? A ogni uomo una pala e una vanga, costruire non distruggere.