“Cambiare il modo di concepire la detenzione”

Emilia Rossi è avvocata penalista e componente del Collegio del Garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà personale, insieme al presidente Mauro Palma e alla dottoressa Daniela de Robert. La raggiungo telefonicamente e, inevitabilmente, la prima domanda che le pongo riguarda la cronaca in merito ai presunti disordini nel carcere di Torino.

“È una notizia che non si presta a un commento visto che non è stato registrato, negli ultimi giorni in particolare, alcun evento critico del genere nel carcere di Torino. L’unica iniziativa di cui si ha notizia nei tempi recenti, assunta dalle donne detenute nella sezione femminile, è una iniziativa del tutto pacifica, volta alla sensibilizzazione della politica sulle condizioni della detenzione in Italia, soprattutto di quella delle donne, consistita in un appello al Presidente della Repubblica. Purtroppo, accade che alcuni organi di informazione enfatizzino prese di posizione di alcune parti e finiscano per dare rappresentazioni non corrette”.

Dottoressa, le chiedo un riscontro su questo fatto di cronaca perché, purtroppo, molto spesso noi media abbiamo una responsabilità nel modo di comunicare le notizie: quanti danni produce buttare in pasto all’opinione pubblica notizie “acchiappa-click” che producono reazioni istintive, di pancia, senza che però abbiano alcun fondamento?

Il danno che viene prodotto da notizie del genere è notevole perché incide sulla contrapposizione ideologica tra quelli che vogliono tutti fuori e quelli che dicono tutti dentro, buttando la chiave, in nome della certezza della pena. All’interno di questo dualismo, vengono portate avanti posizioni che pensano al carcere come luogo esclusivo di reclusione, di contenimento e segregazione. Così, tutte le misure che non comportano restrizione esclusiva, ma che rendono il carcere un luogo nel quale la vita interna è più simile possibile agli aspetti positivi della vita esterna, come dettato nei principi fondamentali delle Regole penitenziarie europee, vengono viste con avversione. Gli eventi critici, di diversa natura, diventano, quindi, l’occasione per chiedere maggiori chiusure e l’eliminazione di quelle modalità custodiali, come quelle aperte, con sorveglianza dinamica, che consentono alle persone detenute di vivere la giornata fuori dalla sezione per svolgere le diverse attività che compongono il loro percorso di risocializzazione.

Modalità che permettono di mettere in atto quel percorso di riabilitazione che consentirà il rientro in società una volta terminata la pena.

“Non solo. Anche se sono aspetti profondamente collegati è bene ribadirli: le attività trattamentali, cioè quelle che compongono il progetto di risocializzazione che viene adottato individualmente per ogni persona che sconta una pena in carcere, rendono il tempo della detenzione non soltanto occupato, e quindi non vuoto, ma soprattutto utile. Il tempo vuoto è la causa principale della produzione dei maggiori disagi delle persone detenute, quali disperazione, disordini e atti di autolesionismo. Il tempo vuoto fa vivere la detenzione soltanto come segregativa e non proiettata verso il futuro, come dovrebbe essere. Invece, una prospettiva futura consente di innescare quel meccanismo di speranza che autoalimenta comportamenti virtuosi: pensiamo allo studio o al lavoro. La persona detenuta spesso non solo deve mantenere se stessa, ma anche la propria famiglia. Quindi tutte le attività volte a realizzare il dettato costituzionale della finalità della pena, ovvero alla riabilitazione sociale, rendono quel tempo non segregativo ma utile. Utile per chi lo vive, sicuramente, ma utile anche per tutta la società. Purtroppo, un certo approccio ideologico che identifica il carcere come solo reclusivo, non tiene conto di un dato di fatto: tanto più si realizzano le opportunità di reinserimento sociale futuro all’interno del carcere e durante l’esecuzione della pena, quanto più si restituiscono persone integrate nella società. Quindi il reinserimento sociale è utile, nel senso pieno e positivo del termine, sia a chi sconta la pena che all’intera collettività. Molto spesso chi entra in carcere ha delle condizioni di partenza di bisogno e di disagio sociale che non possono essere negate e di cui è parzialmente responsabile il sistema nel suo insieme (perché comunque mancano le forme di sostegno effettivo nei confronti di persone che vivono condizioni di disagio, non solo economico, ma anche sociale e familiare). La realizzazione di tutto quello che porta alla riabilitazione sociale comporta per queste persone di uscire dal carcere in condizioni diverse rispetto a come sono entrate: questo implica che la società intera riceve nel proprio corpo una persona in grado di essere partecipe in maniera integrata ed equilibrata alla vita sociale nel suo insieme. Per tornare alla domanda iniziale: le notizie false, o enfatizzanti i momenti critici, rompono questo percorso culturale che si deve fare tutti insieme, creano un fronte di contrapposizione insanabile e marginalizzano chi già si trova ai margini. Se si vuole davvero rimediare ad una serie di problematiche inerenti il carcere, bisogna far comunicare il modo interno con quello esterno: imprese e soggetti economici dovrebbero intervenire per dare reali opportunità sia nello studio che nel lavoro. Se si rompe questo meccanismo, si acuisce la distanza tra chi è dentro il carcere e chi è fuori, si crea un cortocircuito insanabile che si ripercuote sull’intera società.

Cortocircuito che non fa altro che ribadire come il carcere non sia altro che una rappresentazione in piccolo della stessa società. È interessante notare come tutte le persone che ho avuto modo di intervistare sottolineino questo legame, che invece l’opinione pubblica non concepisce.

L’opinione pubblica è nutrita dagli organi d’informazione che, nella maggior parte dei casi, sono molto distanti da un certo tipo di approccio che definirei culturale e troppo spesso propendono per una pena esclusivamente segregativa. A livello generale, ancora, la sensibilità verso le condizioni di vita negli istituti e verso quel principio recepito nel nostro sistema penitenziario – per cui la vita interna deve aderire il più possibile a quella esterna – ancora non è stato assorbito del tutto. Vorrei sottolineare come nell’appello del presidente Mauro Palma (pubblicato a pagina 4 del primo Speciale Giustizia, ndr), si metta in evidenza la pericolosità della contrapposizione e dell’estremizzazione delle diverse posizioni. Io stessa, recentemente, ho ribadito la pericolosità di un’informazione sbagliata: dire che va tutto male, come che va tutto bene, non solo è errato ma è deresponsabilizzante ed ingeneroso. Trasmette un messaggio di resa, di impossibilità di prospettive migliori che è disperante per chi queste situazioni le vive e deresponsabilizzante per chi invece ha responsabilità. Lo stesso appello cita il numero dei suicidi, arrivati ad un numero esorbitante (59 entro il mese di settembre 2022, numero pari al totale di suicidi nell’anno precedente, ndr): ma questo senso di disperazione ha un impatto devastante. Astenendoci da considerazioni personali per senso di rispetto, non posso non sottolineare come alcuni dati siano significativi: se una persona appena entrata in carcere si suicida, oppure, se un detenuto che sta per finire di scontare la pena decide di attuare il gesto estremo del suicidio, non possiamo imputare queste scelte alla condizione del carcere. È evidente che i problemi strutturali del carcere, come il sovraffollamento, in questi casi nulla hanno a che fare con tali gesti estremi. È la disperazione per la mancanza di prospettiva futura la causa scatenante. A causa dello stigma culturale che gli ricade addosso, per la mancanza di una prospettiva.

Quanto sono collegate le condizioni dei detenuti con quelle del personale penitenziario?

Come Garante Nazionale, abbiamo accesso non solo a tutte le documentazioni ma soprattutto abbiamo modo di fare visite penetranti dove il confronto è sia con le persone recluse che con tutto il personale penitenziario, dalla polizia ai diversi operatori. È nostra convinzione che il benessere di detenuti e detenenti si tenga insieme: il personale di polizia penitenziaria che lavora in sezioni fatiscenti o con strutture carenti, come quello che ha a che fare con persone detenute che hanno stati di agitazione e disturbi comportamentali (sui quali non possono intervenire perché non è loro compito e perché non hanno la formazione professionale atta a quello scopo), vive male il proprio lavoro: sono due elementi della stessa comunità penitenziaria, e sono intrinsecamente legati e connessi. La questione della mancanza di prospettive e futuro, poi, incide anche sul noto tema del sovraffollamento: la politica potrebbe già intervenire su alcuni punti strutturali: per esempio, con l’impegno dei Comuni e dei territori a creare delle alternative per coloro che hanno da scontare pene inferiori ad un anno. Stiamo parlando di 1.301 persone che ad oggi hanno una pena inferiore a 12 mesi. Altre 2.567 hanno una condanna compresa tra 1 e 2 anni. Persone che potrebbero usufruire di pene alternative. E quasi 4mila detenuti in meno alleggerirebbero sicuramente il problema del sovraffollamento. Non solo. Questi detenuti, rimanendo in carcere, difficilmente avranno accesso ad un percorso riabilitativo: la legge prevede un periodo di osservazione di 6 mesi prima di poter accedere a qualsiasi forma alternativa alla pena o di formazione, quindi non fa neanche in tempo ad accedere a quei percorsi. Per non parlare di chi è in custodia cautelare. Un tempo totalmente vuoto e inutile dato che non sono in esecuzione di pena, ma in attesa di giudizio.

Possiamo spiegare meglio il meccanismo della custodia cautelare?

“La custodia cautelare va divisa nei tre momenti: quante persone sono in carcere in attesa del primo grado di giudizio? Fino a che non si sono affrontati tutti e tre i gradi in giudizio, non si può parlare di colpevolezza di una persona. Ma, per esempio, se una persona viene condannata in primo grado, perché non ha diritto di impiegare il suo tempo in modo utile, con un percorso di risocializzazione in attesa della fine del processo penale, qualunque ne sia l’esito? Il discorso vale ancora di più se nel grado successivo di giudizio viene confermata la sentenza di condanna. Il tempo va impiegato in maniera utile, non può e non deve essere un tempo vuoto. Anche nella fase di non esecuzione della pena, i percorsi riabilitativi possono avere una valenza fondamentale. Senza contare il tempo necessario per arrivare alla fine dei tre gradi di giudizio. La società esterna ha un ruolo fondamentale: si devono creare le condizioni per attuare percorsi alternativi che offrano lavoro e consentano il sostentamento.

Prima di parlare delle criticità, quali sono state le evoluzioni positive nel sistema giustizia?

Nel suo complesso, molte conquiste ci sono state sul piano dell’affermazione dei principi e poche sul piano della realizzazione. Ma sul fronte dell’esecuzione penale abbiamo parecchi elementi d’orgoglio: primo fra tutti l’arricchimento di un ordinamento penitenziario che è una legge costruita molto bene. Grazie al lavoro degli Stati Generali sull’esecuzione della pena, ripreso prima dal ministro Andrea Orlando e poi continuato grazie alla ministra Marta Cartabia, è stato fatto un notevole passo avanti nel corpo normativo dei principi e dell’applicazione degli stessi: per esempio, la norma che assicura l’assistenza sanitaria, quella che stabilisce l’obbligo di somiglianza tra vita interna ed esterna, l’arricchimento della parte normativa sul lavoro. Poi, in questi ultimi anni, ci sono state fondamentali conquiste di civiltà: ovvero l’affermazione dell’esistenza dei diritti delle persone private della libertà. Il fatto che siano private della libertà personale non toglie il fatto che debbano essere garantiti tutti gli altri diritti: questa è la vera grande conquista. Nel 2012 il nostro Paese ha ratificato il Protocollo opzionale alla Convenzione Onu contro la tortura (Opcat): questo ha determinato l’istituzione del Garante Nazionale come Meccanismo nazionale indipendente di prevenzione, con decreto legge 146 del 2013, insediato concretamente con la nomina del Collegio attuale nel febbraio 2016. Un organo di controllo che controlla lo Stato stesso, per un principio di civiltà, per me è motivo di orgoglio. Anche sul piano della definizione dell’esecuzione penale, si sono ottenuti molti risultati e le condizioni sono migliorate: ci sono meno detenuti rispetto a 10 anni fa, ma sono migliorate anche le condizioni generali complessive. Dobbiamo riconoscere l’impegno delle istituzioni in questo per realizzare i presupposti che consentono la riabilitazione sociale.

Come è fondamentale riconoscere i risultati raggiunti a livello giuridico. Le leggi sono “conditio sine qua non” per poter poi realizzare questo percorso. Ma serve tempo, la strada è lunga: i principi vanno affermati, ribaditi e poi applicati.

Ovviamente ci sono anche delle criticità evidenti, che però vanno affrontate in modo costruttivo: innanzi tutto, si deve pretendere di non tornare indietro nell’affermazione di questi principi di civiltà così faticosamente conquistati, per esempio in merito alle misure alternative rispetto alla detenzione in carcere. La riforma Cartabia da questo punto di vista ha già introdotto delle sanzioni sostitutive che possono essere comminate dal giudice del processo senza attendere il magistrato di sorveglianza. Vanno arricchite le misure alternative e implementare il ventaglio per accedere a queste misure alternative in modo da evitare che quel tempo diventi vuoto. Pensiamo un momento alla detenzione ordinaria, perché l’ergastolo ostativo richiederebbe un’intervista a sé. Le misure alternative vanno potenziate e arricchite sia in termini giuridici che sostanziali: dobbiamo poter offrire delle opportunità di accesso alle misure alternative. Ci vuole sicuramente molto tempo sia per le riforme che per attuarle, però alcuni passi sarebbero possibili da subito: l’introduzione in carcere di ulteriori professionalità rispetto a quelle che già ci sono, sia per potenziare i percorsi riabilitativi, che avendo consapevolezza della diversa composizione della popolazione detenuta rispetto a 10 anni fa. È vero che la percentuale di stranieri, a livello numerico, è rimasta stabile intorno al 30 per cento, ma è anche vero che è cambiata molto la composizione. Per le comunità straniere, servirebbero nuovi e diversi mediatori culturali. Il carcere è il contenitore di un grande disagio sociale e personale che è alla base di quei disturbi comportamentali che vengono genericamente ed impropriamente definiti disturbi psichici ma che in realtà non sono patologie mentali e/o psichiatriche: sono disturbi comportamentali gravi che creano gravi situazioni di squilibrio, ma vanno trattate nella maniera più idonea. Carlo Renoldi (nuovo capo del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria, ndr) parla anche di questo nella circolare sulla prevenzione dei suicidi. Servono professionalità specifiche e non si può delegare questo lavoro, per esempio, alla polizia penitenziaria perché, come ho già detto, la formazione necessaria ad affrontare queste situazioni è diversa. Va incrementato lo studio in carcere, qualsiasi forma di studio. E poi una delle priorità, la prima criticità, sulla quale intervenire subito è l’assistenza sanitaria: c’è una situazione di crisi a causa della mancanza di medici. Noi chiediamo un investimento da parte della Asl e delle Regioni per arricchire il sistema sanitario ed incentivare il lavoro dei medici in carcere. Serve l’assunzione di responsabilità da parte delle istituzioni già attive.

Se volessimo semplificare: servono fondi.

Potremmo arricchire con molta aneddotica italiana, ma sì, servono fondi e la volontà di impiegare questi fondi sul carcere.

Come si incentiva questa volontà?

Io non vorrei banalizzare, ma questo è un discorso culturale: bisogna permeare tutti i sistemi con l’idea che il carcere è un sistema integrato e integrante della società. Quindi, per esempio, le Asl dovrebbero agire come in qualsiasi altro contesto. Perché in un qualsiasi quartiere la Asl va a vedere la composizione della popolazione per proporre le professionalità mediche più idonee e non succede lo stesso in carcere? Pensiamo alle case di reclusione, dove ci sono detenuti che magari hanno l’ergastolo: queste persone invecchiano e necessitano di cure mediche specifiche.

Se si incentivasse l’assunzione di qualsiasi tipo di professionista, si potrebbe aiutare a ribadire il legame intrinseco tra la società esterna e il carcere. Anche perché, in questo particolare momento storico, la difficoltà lavorativa è palese in ogni settore. Si potrebbe attivare una sorta di circolo virtuoso. Possiamo dire che la mancanza di volontà di attuare certe cose è imputabile ad un certo tipo di gestione politica che va avanti per contrapposizioni?

In realtà, il tema del carcere è totalmente assente dal dibattito politico. Non c’è attenzione effettiva sul carcere e sul tema dell’esecuzione penale. Il tema della giustizia è elemento centrale e simbolico del grado di civiltà di un sistema democratico, ma la giustizia giusta è non solo quella che è giusta nelle garanzie processuali (articolo 111 della Costituzione): quelli sono i presupposti. La giustizia è giusta anche e soprattutto nei risultati. Il risultato dell’esecuzione penale è il risultato della pretesa punitiva dello Stato: questo fronte è totalmente assente dal dibattito politico, che si limita a polarizzare le posizioni di garantisti e giustizialisti per quel che concerne le garanzie processuali, e tra innocentisti e punitivisti per l’esecuzione della pena. Ma, al di là dello scontro ideologico, non c’è una reale riflessione sulle modalità di svolgere la pena: è talmente assente dal dibattito politico e da questa campagna elettorale che il presidente Palma ha fatto un appello. L’ulteriore passo avanti da fare sarebbe parlare dell’esecuzione penale e strutturarla in maniera coerente a quello che stabilisce la Costituzione. Vorrei ricordare che nel 2013 la Corte europea dei diritti dell’uomo ha condannato, con la sentenza pilota Torreggiani, l’Italia per la violazione dell’articolo 3 della Convenzione, ritenendo che le condizioni di vita dei detenuti integrassero i requisiti necessari per la sottoposizione degli stessi a trattamenti inumani e degradanti.

Alla fine di una conversazione durata più di un’ora non posso far altro che ringraziare la dottoressa Rossi per la sua analisi pacata quanto puntuale. Non passano nemmeno cinque minuti da quando attacco il telefono che ricevo un suo messaggio: mi conferma che non c’è stata nessuna rivolta nel carcere di Torino. A dimostrazione che esistono professionisti non ideologizzati che ancora credono nel valore del proprio lavoro. E, forse, è proprio la percezione ed il significato di questo valore che va incrementato, per tentare di compiere quell’ulteriore passo a livello culturale.