Gnenoccia

Una donna che abbandona in casa la bambina partorita un anno e mezzo prima è uno dei rari casi in cui il cronista ha un dubbio. Ricorda quando una testata lo rese praticante, poi una commissione si alzò in piedi, per congratularsi con il neo-collega. E si chiede se il proprio mestiere sia sempre il più bello del mondo. C’è poi il giornalista che diventa una firma, o semplicemente non si occupa di cronaca e ha il privilegio di non dover trattare vicende ripugnanti come questa. O magari lo fa a distanza di tempo, a freddo, per quanto possibile. Un professionista non dovrebbe sentire la necessità di misurarsi con i leoni da tastiera, sparando ipotesi generate da menti superficiali e disinformate, vogliose solo di dire la propria: è pazza, è lucida, allora è peggio, i servizi sociali lo sapevano, i vicini anche, se ci fossi stato io. Dopo quell’episodio che vorremmo fosse solo un brutto sogno, tanti sono morti, in un mondo in cui il valore della vita umana sembra seguire le logiche scioccamente ciniche del consumismo social.

Il nigeriano massacrato a Civitanova Marche genera in automatico falso pietismo e squallida propaganda politica, basata da una parte sul razzismo e, dall’altra, sull’eccesso di extracomunitari: come sia andata poco importa agli speculatori. Ci sono poi le due sorelle travolte dal treno a Riccione, e anche qui la pìetas vera è travolta da valanghe di aimieitempi, di madoveranoigenitori: eserciti di eroi che avrebbero fermato la stampella assassina e tenuto a casa le ragazze. Banalità per banalità, prima di dare la colpa al caldo, prima di sentenziare che le madri sciagurate sono sempre esistite, pensiamo a Dio per i credenti e, per gli altri, a quella natura che ha reso bellissimi anche i bambini che da grandi saranno bruttissimi. Li ha creati teneri, buffi, capaci di generare buon umore con un nghè-nghè, o con una smorfietta. Di farci sentire grandi semplicemente perché ci illudiamo di aver strappato un sorriso con un facciotto divertente inventato per divertirli. È la loro arma, è tutto quello che hanno. Più forte di una Smith & Wesson, più emozionante di un film d’autore, più calmante di un potente farmaco.

Qualcuno è insensibile a questa meraviglia. Ed evita i luoghi frequentati da famigliole. Qualcun altro ha gli incubi, se la moglie o la compagna ha un ritardo. Ma far male a un bambino è altra cosa. È sottrarsi, da delinquenti, a quell’istinto che, nelle Marche dette “sporche”, proprio dalle parti di Civitanova, alla vista di un piccolo fa sorridere esclamando “gnenoccia!”. Non si dice “che carino!” ma, prima di chiedere quanti mesi o anni abbia, si lancia la speranza che nessuno nuoccia al piccolo. Nemmeno quando sarà grande. Forse pensando a madri come quella, o magari formulando un augurio che valga per tutta la vita.

Ma che ne sanno i sociologi da poltrona, quelli che per distinguersi arrivano a giustificare la madre con motivazioni simili a quelle che appiattiscono la terra? Gnenoccia anche a loro, sebbene troppi episodi seminino perplessità sulla rivoluzione di Basaglia.