Anche Beyoncé vittima del politically correct

È l’artista donna più premiata ai Grammy Awards (ne ha vinti 28, di cui 20 da solista), ma anche la cantautrice con più vittorie e candidature accumulate. In tutto il mondo Beyoncé ha venduto 118 milioni tra album e singoli da solista. Eppure neanche lei si è salvata dalla mannaia del politically correct.

Il suo ultimo album “Renaissance” sta raggiungendo la vetta delle classifiche in tutto il mondo eppure uno dei suoi singoli, per l’esattezza “Heated”, è finito nel mirino delle associazioni per disabili del Regno Unito. La ragione è tanto semplice quanto inquietante. Una frase incriminata all’interno del citato brano afferma: “Spazzing on that ass, spaz on that ass”. La pietra dello scandalo è la parola “spaz”. Parola che negli Stati Uniti viene utilizzata con il significato di “scatenarsi”, ma che nel Regno Unito viene spesso impiegata in senso dispregiativo per riferirsi a persone con diplegia spastica (una forma di paralisi cerebrale che causa problemi motori), e che tradotto suonerebbe come “spastico”.

Inutile i tentativi del portavoce della cantante di sottolineare come la parola incriminata non fosse stata usata “intenzionalmente in modo offensivo”. La canzone verrà registrata di nuovo ed il termine della discordia verrà sostituito.

Poche settimane fa, sempre per la parola “spaz”, anche la cantante Lizzo (pop star americana) era finita al centro di polemiche. La stessa aveva dichiarato: “Lasciatemi chiarire una cosa: non voglio promuovere un linguaggio dispregiativo. Come donna di colore grassa in America, ho ricevuto molte parole offensive contro di me, quindi ho capito il potere che le parole possono avere”. Anche lei ha dovuto registrare nuovamente la sua canzone modificando il testo.

Ora, entrambe le due artiste citate, vengono considerate paladine dell’inclusività e sono note per il loro attivismo. Ma questo non basta. Perché, nel nostro meraviglioso mondo a senso unico, l’interpretazione dell’utilizzo di una singola parola può mandare a monte il lavoro di anni. Può costringere chiunque a dover abiurare. E poco importa che gli stessi accusatori siano perfettamente consci che esistono delle differenze tra americano ed inglese (lo stesso corrispondente della Bbc Nikki Fox ha dichiarato: “È una parola – “spaz” – che non useremmo mai e poi mai nel Regno Unito, anche se riconosciamo che a volte è usata in modo diverso negli Stati Uniti”). Ancor meno conta il significato di un testo nel suo insieme: basta una parola percepita ed interpretata come offensiva, anche se estraniata dal proprio contesto, per scatenare un putiferio. Altro che processo alle intenzioni. La distopia della realtà ha di gran lunga superato l’immaginazione più nefasta.