La castità di Papa Bergoglio è l’uscita dal sessismo

Un soffio, un fiato. Un piccolo suggerimento come un alito in questo tempo barbaro, controverso e avverso, disfatto e violento, che ferisce l’anima con la successione dei casi orrendi di cronaca, con la guerra che dilania le ragioni e i diritti, con la crisi, la minaccia della fame e ora anche della sete per la siccità incombente. Insomma, un piccolo respiro in questo tempo aspro e malefico, mentre si svolgono i funerali della piccola Elena, che se ne va nella sua minuta bara bianca, accoltellata undici volte da una madre rabbiosa e assalita dai mostri che dilaniano la famiglia, la maternità, la donna. E pure qualcuno dice ancora “bisogna cancellare quel per sempre dall’idea del matrimonio”, convinti che sia l’inganno del possesso che spinge giù nel buco nero delle pulsioni mostruose. Povero tempo, povera Elena.

Papa Bergoglio non è rimasto inerme nelle piaghe del dolore e ha diffuso un documento vaticano che suggerisce ai futuri sposi di non praticare il sesso prima del matrimonio. La castità, parola dirompente. Una volta il vicario di Cristo dibatteva con personalità del calibro di Jürgen Habermas. Accadde il 19 gennaio 2004, a Monaco, all’Accademia Cattolica, quando il più illustre filosofo del nostro tempo incontrò l’allora teologo e vescovo Joseph Ratzinger, poi divenuto Pontefice col nome di Benedetto XVI. In quel dialogo memorabile, su ragione e fede, Habermas avanzò idee profetiche. Disse che nonostante tutto la religione sarebbe arrivata in soccorso di un presente fragile.

“Laddove una modernizzazione aberrante indebolisce il legame democratico, sminuisce la solidarietà sociale, costruendo monadi isolate, che agiscono solo sulla base del proprio interesse e usano i propri diritti individuali come armi contro il prossimo, qui subentra la religione”: così si espresse uno dei massimi razionalisti laici. “Non come dato di fatto, ma come sfida intellettuale ineludibile. Nelle Sacre Scritture si preserva qualcosa che altrove è sparito. Si tratta di quella sensibilità per vite andate male, per le patologie sociali, per l’insuccesso di progetti di vita individuali”.

È tutto qui il senso della castità a cui richiama il documento vaticano. Cioè, l’uscita dal sesso come prigione ideologica, politica ed economica delle voluttà. Difatti, a leggere bene, la raccomandazione agli sposi è tutt’altro da quanto hanno paganamente ironizzato i rapper come Fedez, che volgarmente hanno reagito incitando la massa a fornicare “tanto la vita è breve e non vale la pena di dare retta al Vaticano”. O come qualche teologo sull’onda e sacerdote di strada, che hanno rintuzzato elevando il sesso a dimensione di conoscenza della coppia, sostenendo che è tema che sfugge a una Chiesa vecchia e attardata. Certo, c’è sempre da rinnovarsi, ma nel senso di scendere sempre più profondamente nelle righe del Vangelo come testo infinito. E parlando di castità – come suggerisce il testo vaticano – essa è indicata giustamente come la grande alleata dell’amore. Provocazione scardinante nell’era del sessismo, in cui tutto transita per il materialismo carnale, ove parità e diritti si misurano nei dettami della lussuria. Di questi tempi non è facile capire che la castità non è l’astinenza ridicoleggiata, ma la sollevazione, la purezza, la delicatezza, tutto ciò che poi cerchiamo contro i rischi degli appetiti. Basterebbe un piccolo excursus etimologico per comprendere che quando si cita la castità non si squalifica l’unione profonda, ma si incoraggia a mantenere un rapporto elevato. Quindi, il documento esamina con vigore tutto ciò che poi lamentiamo e cioè le unioni che, per motivi estremi, è impossibile portare avanti indicando il sostegno e il conforto, l’accoglienza e il perdono. Perché se vogliamo guarire dal male delle violenze è dentro l’amore e le sue gamme che dobbiamo tornare.

Come spiegare questo ai giovani? Come far passare questo messaggio? Ecco l’alito, il soffio. Per caso mi sono imbattuta nel film “Maternal”, opera prima di Maura Delpero, presentato a Locarno nel 2019. Lo trovate su Netflix. Maura Delpero è una documentarista che a lungo ha vissuto in Argentina, dove sono frequenti le Hogar, che sono case-famiglia in cui sono ospitate ragazze di basso livello sociale, sfortunate, spesso sfruttate. Ragazze madri impreparate o costrette a mettere al mondo figli non voluti. Il film, tutto al femminile e del tutto laico nonostante l’ambientazione, narra la relazione tra diversi tipi di donne: le suore di origine italiana che hanno fondato questa casa-famiglia, con i loro rigori e i ritmi religiosi e le ospiti, cioè le giovani madri sovrastate dalla maternità in un universo spacciato, dolorante e aspro di sopraffazione. E poi i bambini, o abbandonati o figli di queste mamme dimezzate, quelle creature che rischiosamente ci sfuggono di mano, che cadono in coni d’ombra dell’orrore, a cui vorremmo negare la vita incapaci di progettarne una sana, i quali tuttavia sono l’amore: “Mamma, ti amo, tu per me sei bella come il sole”.

Fino a che nella Hogar argentina arriva dall’Italia suor Paola, giovane novizia in corso di prendere i voti perpetui. Ma è evidente che suor Paola, leggiadra e mistica, sia la metafora dell’essere umano sollevato dalla carnalità, la figura femminile tutt’amore, in cui il sesso si perde per accogliere senza nessun giudizio, senza nessuna pretesa, senza nessuna riserva, senza nessuna richiesta e profondere il conforto amorevole. E questo amore salvifico è una categoria dello spirito. In questo senso “casta”, cioè quando poi la sera ci si ritrova con le mani giunte a sperare nel sacro.

Il nostro mondo ha bisogno di amore, di uomini e donne sollevati, che sappiano allargare le braccia e ripulire le emozioni, elevarle a getto dell’anima e non dell’egoismo, con virtù e non con omologazione. Il maternal divino. Ciao piccola Elena.