Lettera a Vittorio Feltri: giovani violenti, ieri e oggi

Su Libero di ieri, Vittorio Feltri ha elogiato Antonio Polito per aver “scritto un articolo interessante sui giovani di oggi, che non brillano per cultura”. Feltri ha dato ragione a Polito asserendo che “il grado di preparazione dei ragazzi ora si è abbassato sensibilmente”, che “la maggior parte di loro fatica a comprendere ciò che legge e non sa scrivere correttamente”. Feltri, ovviamente, si scaglia contro il tossico abuso di tecnologia e sullo scadimento dei percorsi d’istruzione. “È difficile per chi non abbia ricevuto insegnamenti complessi – asserisce Feltri – riuscire a comprendere un testo di poesia, perfino di storia e geografia. Quindi non deve stupire che gli adolescenti odierni siano molto più in difficoltà rispetto a quelli del passato… Personalmente, penso che le nuove leve non avranno inferiori capacità cognitive, ma soprattutto non alzeranno il livello civile della nostra tribolata nazione, né lo abbasseranno”.

Ovviamente l’età piega anche Feltri ai rimpianti, al ricordare gli anni Sessanta come fresca aria di libertà che diede l’impennata alla nostra qualità della vita. Poi scivola e scinde gli eventi storici, le pulsioni giovanili, la violenza politica e la cultura. Perché Feltri volutamente vuole ignorare che quelle che lui chiama “vicende oscure per non dire tragiche” sono anche frutto d’un percorso culturale e formativo? La scelta della violenza era per una parte della società italiana la tappa obbligatoria del percorso rivoluzionario del Novecento. Parte del movimento studentesco optava per il terrorismo perché, alla base del movimentismo italiano e francese, c’è il sindacalismo socialista rivoluzionario, che prevede la violenza come punto di passaggio per migliorare la società. Il pensiero del sindacalismo rivoluzionario ha ispirato la coscienza politica extraparlamentare rossa, nera ed anarchica. Invece l’assenza d’un ideale di lotta sociale ispira le risse serali e calcistiche dei giovani d’oggi.

Quando Feltri dice “la P38 per imporre la giustizia sociale”, di fatto ammette che alla base c’è il radicato convincimento rivoluzionario. Quello che ha permesso alle lotte sindacali (dal dopoguerra agli anni Sessanta) d’imporre alla dirigenza sindacale e politica lo Statuto dei lavoratori. Ecco perché è difficile paragonare i giovani d’oggi alle leve generazionali del Novecento. Il teorico del “sindacalismo rivoluzionario” (il filosofo Georges Sorel) veniva studiato e metabolizzato da quelle generazioni a cui Feltri allude. Oggi certamente i giovani sanno poco o nulla di tutto questo. Poi i giovani degli anni Settanta avevano genitori assai diversi da quelli di oggi: mio padre mi diceva “se torni a casa con un occhio nero, le prendi”. Quindi, alla violenza politica di gruppo s’univa la radicata convinzione che non si era veri uomini nel porgere l’altra guancia.

Sorel e Karl Marx erano di fatto la base su cui poggiava la formazione culturale di noi ragazzi del secondo Novecento: così si predicava (parafrasando Pierre-Joseph Proudhon) l’azione rivoluzionaria diretta, su cui poi costruire la leggenda e passare alla storia, o semplicemente alla cronaca. Era il primato filosofico classico dell’azione, il “fare” ripreso da Marx, da Sorel, da Lenin e da Benito Mussolini socialista. Poi, vinta la guerra rivoluzionaria, i filosofi davano per buona che ci sarebbe stata “l’acquisizione progressiva di capacità tecniche e morali”, la costruzione della giusta società. Una sorta d’empireo, in cui i gruppi operai avrebbero giocato nell’ascensore sociale con la società borghese: era la dinamica soreliana dell’autonomia operaia, rimasta ad oggi mera utopia.

Caro Feltri, quei giovani violenti degli anni Settanta si scontravano (anche sbagliando) con le istituzioni in nome della “coscienza di classe… dell’emancipazione culturale proletaria, della guerra sociale mossa dal proletariato contro tutti gli industriali… lo scontro, il sindacato, l’alfa e l’omega del socialismo strumenti della guerra sociale” (secondo il Sorel pensiero). I giovani di oggi, del tutto privi di teorie e miti rivoluzionari, si menano per sfogare la rabbia del vuoto pneumatico che caratterizza la nostra società.

Di fatto, l’unico comun denominatore tra le due forme di violenza è la “contagiosità dell’azione”, nel passato per motivi sociopolitici e oggi per motivazioni forse piccine e banali. Nella lotta del Novecento c’era “l’azione come mito sociale” faceva notare il sociologo e storico israeliano Zeev Sternhell (studioso della prassi di Sorel). Sternhell dimostrava che l’80 per cento dei quadri dirigenti del movimento fascista derivavano dal sindacalismo rivoluzionario italiano, altrettanto per chi andava a costruire la l’extraparlamentarismo comunista in Italia come in Francia (da Lotta Continua ad Autonomia Operaia passando per Prima Linea).

Alla base del malcontento di ieri e di oggi c’è una molla che forse le sfugge, e si chiama rabbia sociale. Una forma di violenza che, istintivamente e senza alcun percorso formativo, pare venga alimentata (diceva Sorel) da chi elogia nel Parlamento lo “status quo, usando un vuoto chiacchiericcio istituzionale”. E allora se la società è violenta un po’ di colpa è anche della politica, di ieri come di oggi, che si dimostra sorda alla voglia di fare del popolo: voglia di lavorare, di non essere vittima delle burocrazie, di potersi esprimere, di non subire angherie giudiziarie e di censo. Certamente gli ultimi anni ci hanno raccontato un potere che “non si fida del popolo” (come prima del contratto sociale), divieti di manifestazioni, leggi liberticide e governi con voglia di bruciare casa e risparmi della gente. Un po’ di rabbia c’è e si comprende, e i giovani italiani si sono dimostrati molto meno reattivi dei ragazzi degli anni Settanta.